C’è un teatro, quello antico, che continua a fare scuola non soltanto per ciò che racconta, ma per come costringe a raccontarlo: con il corpo, con la voce, con il ritmo. Scaena magistra, raccolta di studi curata da Francesca Boldrer e Luca Lattanzi per eum, edizioni Università di Macerata (prima edizione dicembre 2024), nasce esattamente da qui: dall’idea che i classici, per tornare presenti, vadano rimessi “in atto” e trasformati da pagina in partitura. Il volume è l’esito dell’approfondimento dei contributi presentati al convegno maceratese dell’8 marzo 2024. Sposta programmaticamente l’adagio ciceroniano di “maestra di vita” dalla storia al teatro, e lo fa sotto un’epigrafe senecana che richiama la qualità dell’azione più che la sua durata.
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È un gesto teorico semplice e, proprio per questo, convincente. Coerentemente con l’orizzonte didattico che rivendica, il libro è disponibile anche in PDF Open Access, una scelta che ne favorisce la circolazione reale tra docenti, studenti e contesti di formazione. Il teatro, qui, non è un’aggiunta ai classici, ma un modo per rimetterli in circolo come pratica di lettura, traduzione e apprendimento.
La sinossi
Il libro mostra come si possa costruire una sinergia tra università e scuola superiore nell’insegnamento delle lingue classiche, valorizzando l’attrazione che il teatro esercita su studenti e studentesse. La tesi di fondo è che, poiché gli autori greci e latini concepivano molte opere come actio o recitatio (non solo tragedie e commedie), la ricezione moderna, anche in ambito didattico, dovrebbe sostenere questa destinazione scenica, favorendo un approccio dinamico e creativo ai testi antichi. I saggi alternano prospettive filologiche, letterarie e didattiche, insistendo sulla possibilità che la cultura classica torni “viva e familiare” anche grazie alla scena, come patrimonio di valori a partire dall’humanitas.
Scaena magistra – La recensione
Il merito principale di Scaena magistra è l’aver costruito una piccola “drammaturgia della prassi”. Gli otto contributi sono disposti in modo da far percepire un passaggio graduale dall’impianto (norme, contesti, categorie) all’officina (laboratori, progetti curricolari, traduzioni per la scena), fino al gesto conclusivo che mostra come perfino Shakespeare possa diventare terreno di sperimentazione in latino.
Nel saggio d’apertura, Andrea Balbo lavora con la precisione di chi conosce il doppio vincolo della scuola: da un lato la necessità di riferimenti normativi e obiettivi formativi, dall’altro la fatica quotidiana dell’aula. La sua forza sta nel trasformare il “teatro latino” in un set di strumenti: realia, lessico specifico, risorse digitali, antologie e materiali. È un contributo utilissimo, anche se, proprio per la sua chiarezza, rischia talvolta di far sembrare la scena un luogo perfettamente governabile, quando sappiamo che la parte più educativa del teatro nasce spesso dall’imprevisto e dallo scarto. Il capitolo di Francesca Boldrer, invece, ricorda che la teatralità non abita soltanto dove ce l’aspettiamo (Plauto, Terenzio, Euripide), ma può diventare una lente per riascoltare Virgilio e Orazio: recitatio, umorismo, posture del discorso. Qui la filologia si fa restituzione di voce. Pur se qua e là affiora una tensione interpretativa un po’ spinta, è anche perché l’operazione è, per sua natura, rischiosa: far “tornare in scena” ciò che la tradizione ci ha consegnato come testo. Con Marcello La Matina la raccolta alza la posta in senso semiotico, il pròsopon diventa punto di snodo fra maschera e persona, fra gesto e deissi, fra scena e nascita del concetto moderno di “io”. È il capitolo più teorico, quello che chiede al lettore-docente un cambio di passo; ma è anche quello che, più di altri, chiarisce perché il teatro non sia un’aggiunta ornamentale alla didattica, bensì un modo diverso di pensare che cosa significhi apprendere (e “incarnare”) una lingua e una cultura.
Dalla metà in poi, Scaena magistra si fa sempre più laboratorio. Marcella Petrucci e Angela Carcaiso portano esperienze in cui la performatività non è un evento, ma una pratica: dal coro agli spazi antichi, attraverso percorsi integrati. La parte più persuasiva è la concretezza; la parte più fragile, inevitabilmente, è la replicabilità, perché non tutte le scuole dispongono delle stesse reti, degli stessi interlocutori e dello stesso capitale di tempo. Eppure, il libro, invece di proporre un modello “miracoloso”, lascia intravedere un principio trasferibile: i classici funzionano meglio quando smettono di essere soltanto oggetto di verifica e tornano a essere oggetto di esperienza. I saggi di Dionisi e Bacaloni e quello di Biella insistono, ognuno a suo modo, sulla figura-ponte del mediatore teatrale (regista, attore-tutor) e sullo spostamento del baricentro dall’analisi all’azione, dove la traduzione si fa copione, il lessico si trasforma in gesto e le immagini mentali diventano figure sceniche. Il punto di forza è la chiarezza delle procedure; il punto critico, ancora una volta, è la tenuta nel tempo: perché la scena, a scuola, non resti solo un episodio, ma diventi piuttosto un’abitudine.
La chiusura è affidata a Micol Jalla, che ci regala un piccolo manifesto: recitare Shakespeare in latino per dimostrare che una lingua può essere “vitale” anche senza rivendicare la finzione della “lingua viva”. È un’idea che convince, perché sposta la questione dal purismo (come si dovrebbe imparare) alla responsabilità (che cosa ci assumiamo quando mettiamo in bocca a un ragazzo una frase in latino davanti a un pubblico). Qui il teatro torna davvero magistra, non perché addolcisce i classici, ma perché li rende esigenti.
L’immagine di copertina, il teatro di Helvia Recina, è un invito a riportare i classici là dove sono nati: nello spazio condiviso della comunità. Scaena magistra è, in questo senso, un libro-ponte per orientare senza prescrivere, suggerendo un metodo. La scelta dell’Open Access, in un volume che parla di scuola, pratiche e trasferibilità, è parte dello stesso discorso, cioè quello di rendere accessibile ciò che vuole essere usato.





