In questa casa c'è un segreto

In questa casa c’è un segreto: La soglia che ci sceglie

La copertina del volume che tengo nel palmo della mano, complice un formato duttile e maneggevole, sembra fatta per essere incontrata. Non illustra né anticipa, si offre piuttosto come una soglia visiva, un invito all’ascolto. È un’immagine che non “spiega”, ma si dispone, e in questo è già coerente con il gesto di Matilde Morrone Mozzi, entrare nel simbolo senza ridurlo, lasciare che l’immagine lavori prima di chiuderla in un concetto. Nelle fiabe, del resto, la casa non è un semplice dentro. È un fatto che accade quando il bosco ha già spento le luci sicure del quotidiano. Appare e, senza alzare la voce, chiede una risposta. Entrare o restare fuori, fidarsi o trattenersi, una dicotomia che ci prepara all’evento e all’avvento di un calore da accettare con la consapevolezza che, talvolta, ci si può bruciare.

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In questa casa c’è un segreto, pubblicato da eum, Edizioni Università di Macerata nella collana Erga e accompagnato dalla postfazione di Arianna Fermani, prende sul serio proprio quell’attimo in cui l’ospitalità si fa ambigua e la soglia diventa destino. Lo si fa con un passo junghiano che non cerca scorciatoie interpretative, ma si sosta nell’ambivalenza, ascoltare l’urto gentile delle immagini e restituire alle dimore fiabesche il loro potere più vero, ossia quello di trasformarci, mentre crediamo soltanto di leggere. Sulla copertina domina il bianco, come neve o come una pagina lasciata volutamente sgombra. Al centro una parola si spezza in quattro segni, lettere ingrandite che diventano quasi totem tipografici, finestre ritagliate nella carta. Dentro quei varchi entra un paesaggio d’autunno fatto di ocra e bruni, di rami sottili che graffiano l’aria e tronchi scuri che alzano una trama fitta, da bosco in cui ci si perde senza accorgersene. In uno dei ritagli affiora una casa bassa e scura, più intuizione che rifugio, un volume opaco nel sottobosco, come un segreto trattenuto. L’immagine non “illustra” il titolo, lo mette in stato di veglia. La casa c’è, ma non si consegna intera, si lascia vedere a frammenti, come accade nelle fiabe quando l’ospitalità è promessa e rischio nello stesso gesto, quando il riparo, proprio nell’istante in cui apre la porta, chiede un prezzo. Poco prima dell’avvio del Primo passo, il volume inserisce una tavola con la dicitura Autunno di Rossella Bracalente, quasi a farci sostare un istante nel clima da cui tutto proviene, prima ancora che cominci il discorso critico. L’autunno, trasfigurato in veste grafica, non consegna una scena ma una temperatura, quella in cui la luce si ritira e ciò che resta comincia a somigliare a un invito. Qui il bosco si distende e respira, e la casa, che in copertina era un’apparizione parziale, acquista il peso di una presenza più piena. Restano la stagione dorata e l’intrico dei rami, resta quella luce inclinata che sembra già una soglia, resta soprattutto l’ambiguità del riparo, perché la dimora non emerge come salvezza compiuta, ma come punto scuro dentro la bellezza, un luogo che attira e insieme mette in guardia, esattamente nel modo in cui il saggio ci chiede di guardare alle dimore fiabesche. Il pregio del lavoro di Matilde Morrone Mozzi sta nel restituire alla fiaba la sua dignità più difficile. Non è un repertorio da decifrare e nemmeno un ricordo addolcito dell’infanzia, ma una macchina di trasformazione, un dispositivo di trasfigurazione. La lente junghiana affinché la casa non sia più qualcosa che guardiamo, bensì un luogo che ci ri-guarda, ci misura e ci mette alla prova. In questa fedeltà al movimento si sente una doppia solidità, la formazione nella psicologia analitica e il lungo confronto con il patrimonio simbolico delle fiabe. Morrone Mozzi non “applica” Jung al folklore, tesse piuttosto un dialogo paziente con l’inconscio collettivo, dove ogni dimora è insieme snodo del racconto e stazione dell’anima.

La sinossi

Il libro si muove come un cammino scandito da soste. Prima della casa c’è sempre il bosco, condizione originaria dello smarrimento e della possibilità. Poi arrivano le dimore, scrigni e stanze interdette, discese e rovesciamenti, come se ogni tappa fosse una variazione dello stesso gesto umano, fermarsi davanti a un limite e sentire che quel limite ci riguarda, perché ci somiglia. Nelle Parole marginali finali l’autrice chiarisce il senso del proprio gesto, dove il racconto critico che non pretende di chiudere la fiaba dentro una definizione, ma di accompagnarla, mentre continua a lavorare su di noi, come fa la notte quando non la interrompiamo con una luce troppo forte.

In questa casa c’è un segreto – La recensione

Ci sono libri che spiegano e libri che invitano. Il volume di Matilde ci invita, e lo fa con una scelta stilistica coerente con l’oggetto e una scrittura che non rinuncia alla chiarezza, ma accetta l’aria del sogno, la sua logica obliqua e la capacità di domandare nel momento dell’insieme, quel noi fatto di figure e di storie. È qui che l’affinità con Jung diventa metodo. L’immaginazione attiva, nella sua sostanza, non è un esercizio di fantasia, ma un modo di entrare in rapporto con le immagini interiori senza ridurle subito a concetto, lasciando che rispondano, che contraddicano e che mettano in crisi l’Io. Morrone Mozzi fa qualcosa di analogo con le fiabe, portandoci dentro le scene come in una stanza reale e ci chiede di sostarvi, di accettare la pressione dell’ambivalenza, perché nelle fiabe nulla è solo una cosa e l’ospitalità, soprattutto, non è mai imparziale. La casa offre riparo e insieme tende un agguato, nel dono che consola e insieme trattiene. La porta aperta è un sì che può diventare anche trappola, e la scelta è un lavoro paziente del diventare, spesso nel buio. Proprio su questo terreno emerge il tema più notturno del libro, quello dell’ospitalità ambigua. Le case fiabesche ospitano sempre “a due mani”: una porge il pane, l’altra stringe, una accende il fuoco, l’altra avvicina la notte. E noi, viandanti, entriamo perché siamo stanchi, perché fa freddo, perché abbiamo fame, perché desideriamo una tregua. Ma nelle fiabe la tregua è una forma della prova.

In Hansel e Gretel l’ospitalità è addirittura commestibile. La casetta di zucchero è una promessa che si mangia, una carità che seduce la fame e la cattura. Sembra nutrimento e invece è pedaggio, sembra casa e invece è bocca. Morrone Mozzi fa sentire l’attrazione di quella dolcezza come qualcosa che non è solo esterno, ma interno, una tentazione di regressione e l’illusione che il bisogno possa essere colmato senza prezzo, affinché la cura possa essere divorata senza conseguenze. Poi, nel punto in cui introduce la voce dell’ombra, la strega che parla e si riconosce tale, accade il gesto più junghiano della sua scrittura, dove l’orrore non viene semplicemente espulso, ma viene ascoltato. L’ospite che si crede innocente scopre che la casa che inganna non è solamente “là fuori”, e che certe figure mostruose hanno il volto delle nostre parti rimosse. L’ambiguità dell’ospitalità si rivela per ciò che è davvero, uno specchio.

In questa casa c'è un segretoIn Barbablù l’ospitalità cambia maschera e diventa eleganza, ordine e abbondanza. La casa è perfetta, le stanze sono offerte come prova di fiducia, e proprio per questo una sola porta chiusa diventa irresistibile. Qui l’ospite non viene attirato dal pane, ma dal potere, dal privilegio, dall’illusione di essere al sicuro dentro un patto, il quale si regge su un divieto, quasi magnetico. Morrone Mozzi legge questa interdizione come una soglia che brucia, un richiamo che cresce insieme alla paura. La chiave che gira non è solo un colpo di scena, ma un punto di non ritorno, dove la casa ospitale si rivela luogo di coscienza, nel senso più “rivoluzionario” e fertile. Nella disubbidienza accadono cose terribili e stupende, soprattutto quando la disubbidienza diventa domanda che dilata il pensabile. Qui l’ospitalità non è mai un riparo, bensì un contratto che vuole restare cieco, e la scelta consiste nel non accettare più quella cecità.

In Biancarosa e Rosarossa l’ospitalità invece prende una forma domestica, quasi mite, e proprio per questo è più inquietante. La capanna al margine del bosco sembra una parentesi del mondo, un interno femminile raccolto, finché qualcuno bussa. Arriva un orso che parla e chiede calore. È il prototipo dell’ospite impossibile, estraneo e vulnerabile, minaccioso e bisognoso. In quel gesto minimo, fare spazio accanto al fuoco, si accende la lezione più concreta dell’ambivalenza, quell’accogliere che significa esporsi, permettere all’altro di entrare non solo nella casa, ma nella forma della casa. Morrone Mozzi legge l’orso come figura remota e iniziatica, legata a un fondo ctonio, e soprattutto come colui che introduce la necessità della separazione, dove la differenza irrompe, e con essa la crescita. L’ospitalità questa volta abita il terreno della trasformazione, non c’è una carezza, ma il rischio, che vale la pena di correre.

In La casa nel bosco l’ospitalità diventa notturna in senso letterale. Si entra, ci si addormenta, e la casa cambia volto. La notte esplode di rumori, urla, presenze, come se la dimora fosse un corpo che nel buio mostra il suo vero metabolismo. Poi il mattino rovescia tutto e la casa si trasforma. Morrone Mozzi ha pagine particolarmente felici quando insiste sul fatto che l’ombra non è un incidente da cancellare, ma una regione da attraversare, e che spesso la salvezza abita nello stesso luogo del terrore. Qui l’ospitalità si fa stazione di confine, un albergo per una sola notte, in cui il viandante è costretto a sostare presso i propri demoni ora dopo ora. Questa forma così concreta del confronto con l’ombra, non ci porta a combattere, e nemmeno a fuggire, ma a restare. E in questo restare, se si resta davvero, qualcosa si scioglie.

Da questo nucleo, altre dimore affiorano come variazioni dello stesso enigma ospitale. In La figlia della Madonna dei Grimm (1812) la capanna nel bosco è rifugio e condanna insieme. Non seduce, invece trattiene, non invitando con dolcezza, bensì imponendo un tempo lungo in cui il limite diventa ferita e contenimento nello stesso gesto. L’ospitalità qui ha il volto della clausura e mostra che anche una casa “protettiva” può trasformarsi nel luogo in cui la vita si arresta e, proprio per questo, preme per spezzarsi. In L’anello magico la casa appare smisurata, “grandissima”, come una radura mentale improvvisa. È una dimora che dilata l’interiorità, non per accogliere, ma per farti riposare, per farti sentire quanto sei piccolo rispetto a ciò che ti aspetta. Anche questo è un tratto dell’ospitalità ambigua, non riducendo l’ospite, ma sponendolo. E in Il ragazzo che si trasformò l’accesso passa per una metamorfosi e una miniaturizzazione, farsi piccolo, scivolare nella fenditura, attraversare una soglia che somiglia a un buco di serratura. È un’immagine potentissima perché dice che, per entrare davvero in certe case, bisogna cambiare forma. L’ospitalità ancora una volta è dedicata a chi accetta di trasformarsi.

Dentro questa costellazione torna e ritorna la chiave, oggetto umile e decisivo. Aprire cassetti e stanze chiuse, certo, ma soprattutto aprire ciò che teniamo chiuso dentro. Per Morrone Mozzi la chiave giusta non si offre spontaneamente, ma è il punto d’arrivo di una ricerca mai garantita, e in quella cautela c’è già una poetica, dove il segreto è uno spazio da abitare con prudenza. La fiaba dei Grimm, La chiave d’oro, sospende il gesto proprio sul bordo della rivelazione e ci consegna l’attesa come destino. L’ospitalità del segreto è anche questa, chiamarci a reggere l’apertura.

La postfazione di Arianna Fermani illumina questo nucleo senza addomesticarlo. Mette a fuoco la scelta come κρίσις, (separazione-scioglimento), taglio e decisione, un prima e un dopo che non si possono fingere. Si rilancia la formula che sembra cucita sull’intero libro, scegliere per essere scelto da ciò che esiste già dentro di sé, e la traduce in un’immagine concreta, tenere i bagagli pronti e vivere come ospiti nella nostra stessa vita. Qui l’ospitalità ambigua raggiunge il suo punto più netto, non siamo solo noi a entrare in una casa, è la casa che, a un certo punto, entra in noi e ci chiede conto.

copertina
Autore
Matilde Morrone Mozzi
Casa editrice
EUM
Anno
2025
Genere
saggistica
Formato
open access
Pagine
122
ISBN
9791257040
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diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.