Il sermone puritano

Predicare, raccontare, governare. Le metamorfosi del sermone puritano tra letteratura e discorso pubblico

C’è un’America che si racconta non solo attraverso i romanzi e i miti civili, ma tramite una voce più antica, capace di mescolare promessa e ammonimento, appartenenza e inquietudine. Il sermone puritano tra adattamenti e contaminazioni, a cura di Giuseppe Nori, Mirella Vallone e Carla Vergaro, prende sul serio questa voce e la segue mentre cambia corpo, registro, pubblico, fino a farla risuonare nei luoghi in cui spesso non pensiamo di trovarla, nelle pagine di Steinbeck, in un concept album rock, nella retorica afroamericana e persino in un discorso inaugurale in Liberia.

SCOPRI TUTTE LE RECENSIONI NELLA SEZIONE SAGGISTICA

L’idea guida, dichiarata fin dall’apertura, non è che gli Stati Uniti siano “puritani” in senso identitario, ma che i puritani abbiano contribuito a una simbologia culturale e a un repertorio retorico capace di essere reiterato, adattato, contaminato nei rituali della comunità, religiosi e secolari. E qui va sottolineato un elemento tutt’altro che marginale sul piano editoriale. Il libro, accanto all’edizione a stampa è disponibile anche in formato digitale in Open Access, allargando la platea oltre l’università e rende coerente, nel gesto, ciò che il volume studia nel merito, la circolazione pubblica delle parole e il modo in cui fondano comunità.

La sinossi

Il volume, pubblicato da eum raccoglie saggi che lavorano lungo un arco diacronico ampio, dai farewell sermons del primo Seicento ai discorsi di Barack Obama nei primi decenni del Duemila, adottando due prospettive che si tengono in dialogo, quella linguistico retorica e quella critico letteraria. Il sermone viene così osservato come genere disciplinato e insieme come energia culturale che migra in altri testi, in altri media, in altre comunità. La struttura procede per snodi riconoscibili e, proprio perché la progressione è chiara, la raccolta si legge anche come un racconto unitario di metamorfosi. Ogni capitolo aggiunge un tassello e, pur cambiando oggetto e strumenti, continua a rispondere alla stessa domanda di fondo, come una forma nata per il culto possa diventare una grammatica culturale durevole.

Il sermone puritano – La recensione

Il viaggio comincia con Nori, Vallone e Vergaro, che nel capitolo d’apertura mettono a fuoco la posta in gioco e il lessico con cui il libro vuole muoversi. Il sermone, dicono in sostanza, è un modo di tenere insieme una comunità in crisi, una comunità che usa la crisi come strategia di rivitalizzazione, trasformando la storia in prova e destino, fallimento o successo come criterio di senso. Ma qui la cornice non è solo storico culturale. I curatori dichiarano esplicitamente un’attenzione ai sistemi complessi adattivi, un modo per spiegare come generi, lingue e culture cambino nel tempo non per semplice “influenza”, ma per riassetti continui che rispondono all’ambiente e all’uso. Su questa base si innesta Angela Andreani, che ci riporta all’origine, ai testi e alla loro grana. Nel suo capitolo su John Cotton e Thomas Hooker, Andreani prende due farewell sermons e li guarda con un approccio pragmatico, cioè come atti comunicativi complessi, fatti di scelte formali, funzioni testuali, stili individuali.

Il sermone puritanoÈ un contributo prezioso perché, invece di trattare il sermone come un monolite, mostra varianti e scarti rispetto al modello, e fa capire quanto la predicazione fosse già allora un’arte della persuasione calibrata, capace di modulare abbandono e appartenenza in un momento decisivo, quello che precede la Grande Emigrazione. Marco Bagli sposta poi il fuoco dalla scena del pulpito a un grande personaggio simbolico della cultura nordamericana, la wilderness. Il suo contributo entra da linguista dei corpora e prova a far vedere il cambiamento culturale attraverso dati linguistici, seguendo collocazioni aggettivali in due corpora storici dell’inglese, dall’early modern al moderno. Ne esce una storia che conosciamo, ma che qui acquista una solidità nuova, perché misurata. La wilderness passa da luogo oscuro, lontano dalla grazia e dalla civiltà, a santuario da preservare, e questa metamorfosi, che attraversa anche Emerson, Thoreau e figure come John Muir, lascia tracce osservabili nelle parole. A questo punto entra Mirella Vallone e il percorso si concentra sul Settecento e sul revivalismo, con Jonathan Edwards. Qui la domanda è cosa faccia, concretamente, un sermone quando vuole convertire, quando vuole mettere in moto, nella congregazione, quella “luce divina e soprannaturale” che non è solo concetto ma esperienza del cuore. Vallone insiste sulle strategie omiletiche, sulla capacità di Edwards di dare concretezza alle esperienze spirituali e, insieme, di rispondere alle sfide razionaliste del deismo senza rinunciare alla centralità della grazia. Il capitolo rende bene il punto in cui il sermone diventa, già qui, un ponte tra parola pronunciata e parola scritta, tra assemblea e meditazione privata, tra evento e memoriale. Con Giuseppe Nori si entra nell’Ottocento, ma soprattutto in una soglia, quella in cui letteratura, teologia, filosofia e politica non si sono ancora separate del tutto e la loro imminente separazione si avverte come tensione culturale. Le metamorfosi romantiche del sermone puritano sono raccontate proprio come un travaso. La postura asimmetrica dell’oratore, il rapporto tra voce autorevole e comunità, la funzione regolativa e persuasiva si spostano nel discorso civile e poi, con forza sorprendente, nel romanzesco. Nori chiama in causa Hawthorne e Melville come luoghi in cui il retaggio omiletico viene acquisito e trasformato, e fa capire come il pulpito possa diventare palco, balconata, ponte di comando, cioè scena narrativa e simbolica. Carla Vergaro compie uno spostamento laterale e illuminante, portando il sermone dentro un testo che non nasce per la chiesa, il primo discorso di insediamento di Joseph Jenkins Roberts, presidente della Liberia. L’operazione qui è doppia. Da un lato Vergaro introduce un modello teorico usage based, l’Entrenchment and Conventionalization Model, e lo usa per ragionare su come i generi interagiscano e si ibridino. Dall’altro mostra come la componente sermocinale crei nel discorso un profilo che assomiglia a quello americano e insieme se ne distacca, fino a far emergere una identità fratturata, un essere in between tra patria respingente e patria adottiva.

È molto efficace, in particolare, l’attenzione alla chiusa, con la supplica corale alla provvidenza, che avvicina il testo alle “applicazioni” del sermone più che ai protocolli del discorso inaugurale. Arrivati al Novecento, Cristiano Marasca prende The Grapes of Wrath e lo legge come un romanzo in cui il sermone continua a vivere, anche quando non si presenta come “sermone” in senso stretto. La predicazione di Jim Casy, le svolte tipologiche che portano Tom Joad a raccoglierne il ruolo, la voce “sermocinante” che commenta l’esodo negli intercapitoli, tutto concorre a costruire una geremiade eterodossa sul tradimento del sogno americano e su un possibile recupero collettivo. Qui il volume mostra bene una delle sue intuizioni più persuasive, il sermone non è solo un oggetto storico, è un modo di organizzare l’esperienza e di spingerla verso un’interpretazione morale e politica. Giorgio Mariani allarga ancora lo spettro e porta la geremiade nella controcultura rock, con Blows Against the Empire. La premessa è quasi disarmante nella sua chiarezza, non serve che i testi siano “poesia alta” perché il disco possa iscriversi in una tradizione letteraria e retorica. Mariani legge il concept album come narrazione e come retorica, in dialogo con l’American Jeremiad e con una tensione utopica che si alimenta anche di fantascienza, intertesti, immaginari di fuga e rifondazione. Il risultato è un capitolo che funziona come prova di resistenza del concetto stesso di contaminazione, perché mostra quanto lontano possa migrare una forma e restare riconoscibile nei suoi gesti profondi, la denuncia, l’appello, l’ansia di un nuovo inizio. Cristina Mattiello chiude il volume con un capitolo che, più di altri, mette in campo, la dialettica tra promessa e contraddizione. La geremiade nella retorica afroamericana viene ricostruita come tradizione di parola pubblica e performativa, con un’attenzione a ritmo, crescendo, call and response, storie esemplari, cioè a tutto ciò che trasforma un discorso in esperienza condivisa. Il passaggio su Obama, in particolare sul Victory Speech del 2008, mostra lo slittamento continuo del destinatario tra comunità nera e nazione intera, e il modo in cui la promessa di “arrivare” si nutra di King e insieme venga rilanciata come mito nazionale. Ma Mattiello non chiude in toni celebrativi, perché mette a tema i limiti della geremiade quando l’utopia si scontra con la persistenza del razzismo e con la critica radicale della teologia nera della liberazione, che contesta l’idea stessa di un cambiamento “gentile” dell’oppressore. Nel complesso, il libro riesce dove molti volumi collettanei inciampano. Ogni capitolo è leggibile come un tassello autonomo, ma tutti tornano a parlare tra loro perché la domanda di fondo resta la stessa, come una forma discorsiva nata per il culto diventa una grammatica culturale capace di attraversare secoli, generi, media e comunità. Il prezzo da pagare è una densità metodologica, non sempre da “lettore comune”, soprattutto nei passaggi più tecnici. Ma in cambio si ottiene una mappa ampia e concreta, che non riduce il sermone a reliquia, e lo restituisce come strumento di costruzione del senso collettivo. E, proprio perché il testo è consultabile anche in Open Access, questa mappa ha la vocazione di un repertorio condivisibile, a cui tornare per orientarsi tra genealogie e riusi, senza che l’accesso diventi una barriera.

copertina
Autore
AA.VV.
Casa editrice
EUM
Anno
2024
Genere
saggistica
Formato
open access
Pagine
276
ISBN
9788860569
SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.