Cesare Campori, Ricordi di un viaggio a Macerata nel 1853, a cura di Rosa Marisa Borraccini e Giacomo Mariani, EUM, 2025
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La soglia del libro
Si riemerge dal lungo sonno d’archivio come da un respiro trattenuto. Una cartella si apre nel silenzio della sala e la carta avorio affiora con il suo seppia leggermente ossidato. Il dorso del fascicolo reca l’identificativo ms. β.2.3.18, Autografoteca Campori, BEU di Modena. Sulla carta 2r l’inchiostro si addensa in un punto come se la mano avesse esitato per un istante. È il momento in cui il documento torna vivo e passa dalla custodia alla parola.
Rosa Marisa Borraccini e Giacomo Mariani accolgono il volume Cesare Campori, Ricordi di un viaggio a Macerata nel 1853 con perizia e ascolto, ne rispettano le inflessioni, normalizzano quando serve e segnalano con chiarezza ogni scelta. I due curatori ricostruiscono itinerari e motivi del taccuino, sciolgono sigle e rimandi, dispongono titoli, fonti, luoghi e persone in una trama leggibile. La pagina ricomincia a respirare e la curatela si impone come esempio di editoria scientifica responsabile e generosa. La precisione ecdotica non sacrifica la leggibilità, né la fedeltà e consegna al lettore un lavoro capace di coniugare rigore e ospitalità. Il risultato si presenta come una vera edizione di riferimento, capace di fissare uno standard per future pubblicazioni di testi odeporici ottocenteschi. Coerentemente con questa impostazione, l’edizione è resa disponibile in open access, a beneficio immediato della didattica e della ricerca.
Il gentiluomo d’archivio
Dentro questa cornice prende posto Cesare Campori, nato a Modena nel 1814 e morto a Milano nel 1880. Aristocratico, storico e bibliofilo, fa dell’archivio la propria patria intellettuale. Raccoglie, ordina e interroga carte per restituire genealogie di testi e di luoghi. Liberale di temperamento e osservatore paziente, anche per una sordità progressiva che lo inclina a una lettura rigorosa, trasforma il viaggio in scuola di costumi e affida alla comparazione la misura del giudizio civile.
I ritratti ottocenteschi riprodotti nel volume raffigurano il bibliofilo modenese in una presenza composta, mezza figura scura su fondo neutro, abito nero, camicia bianca con jabot e una medaglia sul petto. Nella sinistra tiene un foglio arrotolato, nella destra una piccola veduta. Sul tavolo compare una lettera indirizzata al duca Francesco IV e datata 1832. Il ritratto conservato al Collegio San Carlo mostra un giovane Campori saldo e operativo, già immerso nelle carte, tra segni d’onore e strumenti del mestiere. Il profilo anagrafico affiora dalle pagine introduttive dei curatori. Primogenito del marchese Carlo e formato al Collegio San Carlo, viene presto colpito da una malattia che lo rende quasi sordo. La sordità non interrompe il cammino e lo volge allo studio paziente, alla lettura, all’archivio. Prima vengono i versi e il teatro, poi la vocazione storica. Nel 1850 sposa Adele Ricci di Macerata e da quel legame nascerà il viaggio del 1853 raccontato nei Ricordi. La scelta privata diventa un ponte tra Modena e le Marche e offre l’occasione per mettere alla prova lo sguardo comparativo che gli è naturale. Dietro l’eleganza trattenuta del volto si legge una postura civile. I curatori lo descrivono come liberale padano, disamorato del governo ducale e diffidente verso le ingerenze asburgiche. A tratti affiora una vena di arguzia che alleggerisce la pagina senza svuotarla. Il Campori dei ritratti e quello del libro si sovrappongono e anticipano l’autore che misurerà le città con equità e pazienza, facendo dei dati una lingua comune e della comparazione un’etica dello sguardo.
Un Grand Tour rovesciato
Quando Campori intraprende il viaggio verso Macerata nell’estate del 1853 porta con sé l’eredità di una lunga tradizione. Il Grand Tour, pratica educativa dalla fine del Seicento in poi, nell’Ottocento cambia pelle diventando strumento di conoscenza scientifica, laboratorio di comparazione politica e campo di osservazione antropologica. I Ricordi appartengono a questa stagione matura in cui il viaggio non è più esclusiva dello straniero, ma pratica degli italiani impegnati a conoscersi. Goethe cerca la luce mediterranea, Stendhal la passione e il colore, i viaggiatori inglesi collezionano vedute e rovine. Gli italiani percorrono le proprie regioni con uno sguardo diverso, amministrativo e civile. Vogliono capire come funzionano le città, come si governano le comunità, quali costumi tengono insieme i territori della penisola.
L’architettura dell’avvicinamento
Il libro avanza per cerchi concentrici che preparano l’arrivo. Le stazioni sono sei. Romagna, Marca d’Ancona con Pesaro, Civitanova, Senigallia e Fermo, le vicinanze del capoluogo, infine Macerata. Ogni tappa affina gli strumenti della comparazione, ogni incontro aggiunge un elemento, ogni strada osservata si rapporta a una misura già nota. La progressione richiama il viaggio settecentesco e al tempo stesso, ne rovescia la lezione. Non c’è un’emozione culminante davanti al capolavoro, bensì la comprensione sistematica dell’organizzazione urbana e sociale. Il viaggiatore diventa un ricercatore, il viaggio un laboratorio mobile e la strada un’aula di formazione civile.
Il cuore pulsante, Macerata come laboratorio urbano
Il capitolo VI dedicato a Macerata è il centro del libro, il punto in cui la preparazione si fa diagnosi. Campori conta, misura e confronta con rigore di fonti e precisione descrittiva. La città, emersa dalle rovine di Recina, entra sotto lente come organismo vivente. La dimensione appare prossima ai due terzi di Modena. La popolazione è stimata con chiarezza, undicimila abitanti entro il perimetro urbano e ottomila nel contado. Persino i fiumi, Chienti e Potenza, trovano un doppio modenese in Secchia e Panaro. Ogni dato maceratese si appoggia a un riferimento misurabile e la descrizione diventa prova, il giudizio esercizio di equità. Il taccuino assomiglia al quaderno dello statistico più che al diario del turista colto.
La scrittura segue il passo della topografia. Campori sospende la partecipazione personale e osserva Macerata con misura. Dalla Locanda della Pace lo sguardo abbraccia l’Adriatico e nei vespri delle feste la città si accende di falò e lumi. Macerata alterna nel tempo poteri laici e pontifici, ospita Parlamenti della Marca, uno Studio riaperto a fasi e un Tribunale d’appello che supplisce la Rota. La visita scorre come passeggiata ordinata dal convento dei Minori al passeggio sotto le mura, dove si discutono una porta da abbattere e una caserma in progetto, passa per il palazzo Ugolini rinnovato da Valadier e per lo Sferisterio che si offre come ellisse civile. La Biblioteca Mozzi Borgetti con il canonico Rutili custodisce il Giornale di fra Cassiano e una Bibbia miniata, al piano inferiore il Casino e il Gabinetto di lettura segnano una continuità di vita urbana. Tra piazze e palazzi il teatro mostra i limiti dell’impianto, l’economia rimane sobria mentre la reputazione giuridica è alta e il Comune opera su scuole, strade e università con slanci talora superiori ai mezzi. La rete dei corpi intermedi sostiene il tessuto sociale, le ferite del 1799 restano memoria e l’età napoleonica conferma il ruolo amministrativo. La festa di san Giuliano restituisce l’immagine di una comunità compatta che si riconosce nei propri riti. Ne risulta il profilo di un centro misurabile e coerente che fa della comparazione un modo di governo. Non si avverte qui compiacimento campanilistico, né vanità territoriale, ma affiora la pazienza di chi misura. A forza di passi e riscontri la passeggiata diventa un metodo analitico. Macerata si fa strumento d’indagine e specchio in cui misurare l’Italia possibile contro quella reale.
L’atto di restituzione
La chiarezza del libro non sarebbe possibile senza la “regia editoriale” instancabile e diligente dei due curatori. Borraccini e Mariani non si limitano a rimettere in circolo un inedito, compiono una restituzione scientifica che fa scuola. Ricostruiscono il contesto biografico e civile, seguono le tracce del soggiorno maceratese e descrivono la materialità del manoscritto con attenzione reale. I criteri ecdotici sono presentati con trasparenza e rigore, vengono sciolte le abbreviazioni senza smorzare la voce dell’autore e si preserva il respiro della scrittura ottocentesca rendendola accessibile al lettore contemporaneo. Le note illuminano senza invadere, mentre le appendici e l’indice dei nomi trasformano il volume in strumento di lavoro oltre che in racconto. L’inquadramento odeporico colloca i Ricordi nel tessuto delle esperienze coeve e ne chiarisce la specificità maceratese. La decisione di pubblicare in open access nasce da una concezione alta del sapere come bene comune e rende il libro immediatamente utile a didattica e ricerca. Questa curatela stabilisce un riferimento per le edizioni di testi di viaggio ottocenteschi e propone un metodo replicabile in contesti analoghi. Il merito scientifico e l’impegno civico procedono insieme e firmano un’opera che convince per sobrietà e forza argomentativa. L’intervento editoriale diventa così modello operativo per chi voglia coniugare filologia, storia urbana e accesso pubblico.
Ciò che resta
Resta l’impressione di un libro che compie il proprio mestiere pubblico con eleganza sobria. Un documento atteso a lungo viene recuperato, editato con rigore e restituito senza ostacoli. Campori insegna a descrivere con precisione, comparare con metodo e giudicare con onestà intellettuale. I Ricordi mostrano come la pratica odeporica si trasformi in strumento di conoscenza collettiva e costruzione politica. Il viaggio che osserva e confronta con rigore è un atto civile. Grazie all’impeccabile cura editoriale il manoscritto addormentato torna a camminare e a parlare una lingua che oggi sappiamo ancora comprendere. I curatori offrono non solo un testo ma anche un modello di lavoro che unisce pazienza archivistica e apertura democratica, rigore filologico e accessibilità pubblica. La conoscenza cresce nella circolazione e il patrimonio culturale esiste davvero quando diventa bene di tutti.






