Tornare a ridere al giorno

Tornare a ridere al giorno. Il mestiere di tradurre come vita secondo Stella Sacchini

La copertina del volume lo dichiara già in silenzio. Su un bianco quasi abbagliante si aprono riquadri e cerchi azzurrati in cui affiorano frammenti del Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini, scolpito tra il 1621 e il 1622 e custodito oggi alla Galleria Borghese di Roma. Un volto che si volta di scatto, un braccio che si tende per fuggire, una mano che afferra un fianco, le dita che sembrano affondare davvero nella carne del marmo. Il corpo della scultura è spezzato e ricomposto in un nuovo disegno, come se fosse passato attraverso una griglia e ne fosse uscito diverso eppure riconoscibile. È un’immagine perfetta del tradurre, tagliare e ricucire, perdere qualcosa per far nascere una forma nuova, accompagnare Proserpina ancora una volta nel suo andare e tornare tra buio e luce. Anche il titolo è un piccolo racconto. Tornare a ridere al giorno viene da una resa di Franco Fortini di un carme di Orazio in cui il carpe diem diventa un invito discreto a “ridere al giorno”, a rifare ogni mattina il patto con il tempo. Stella Sacchini se ne appropria e lo spinge più avanti: non solo ridere nel giorno, ma tornare a ridere al giorno, come fanno le voci che la traduzione aiuta a risalire dall’ombra alla luce.

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Tradurre, prima ancora che aprire un dizionario, è prendere per mano qualcosa e portarlo oltre. Il verbo nasce dal latino traducere, da trans, “al di là”, e ducere, “condurre”. In principio significa trasportare, trasferire, attraversare una soglia; solo dopo diventa il gesto di passare un testo da una lingua a un’altra. Dentro questo verbo c’è già una scena: qualcuno che accompagna una parola, una storia, una voce lungo un confine, sapendo che nel tragitto cambieranno un poco forma e temperatura. Umberto Eco, in Dire quasi la stessa cosa (2003), insiste sul fatto che tradurre non è dire “la stessa cosa” ma “quasi” la stessa cosa. Quel “quasi” è un campo di forze in cui si negozia senza tregua, ci si chiede quanto siamo disposti a perdere qui per guadagnare altrove. Walter Benjamin, nel saggio sul compito del traduttore, aggiunge un’altra immagine, originale e traduzione sono come due cocci di uno stesso vaso, nessuno dei due contiene da solo il senso intero, e ogni traduzione prolunga la vita dell’originale, ne è sopravvivenza e metamorfosi, quel Fortleben che fa andare avanti la storia dell’opera. La traduzione non ripete il testo, ne integra il cammino e ne fa risuonare in un’altra lingua un’eco diversa, come se da quelle fratture si intravedesse una lingua più pura che nessuno parla interamente. È proprio in questo spazio di cura, amore e rischio che si muove Tornare a ridere al giorno. La traduzione e/è la vita, uscito nel 2025 per eum – Edizioni Università di Macerata, come primo titolo della collana “Erga” dedicata alla traduzione e alla circolazione del sapere.

La sinossi

Le note sul testo che aprono il volume partono da una provocazione: la traduzione e la vita, che cosa c’entrano? Qualcuno direbbe niente, Sacchini risponde tutto. Traduciamo sempre, dal mattino quando ci svegliamo fino al momento in cui ci addormentiamo, e forse anche nel territorio incerto dei sogni. Traduciamo quando cerchiamo di farci capire, quando tentiamo di mettere in parole un pensiero, un’emozione, un ricordo. Traduciamo persino quando scriviamo e ci accorgiamo che le frasi sono ombre di idee che ci sembravano più vive. Traduciamo perché siamo vivi e traduciamo anche per strappare alla morte chi ha già oltrepassato il confine, perché quelle anime tornino a ridere al giorno.

Dentro questa visione prende forma un vero racconto di formazione. Tutto inizia con una bambina di sei anni, una gara di lettura alle elementari, un premio minuscolo: Proserpina e Plutone di Nathaniel Hawthorne, copertina azzurra, una fanciulla sulla riva del mare con i fiori tra le dita. La bambina legge della figlia rapita dal dio degli inferi, della madre Cerere che la cerca, della terra che si inaridisce e poi rifiorisce quando Proserpina torna per sei mesi alla luce. Non sa che quelle pagine sono già una traduzione dall’inglese all’italiano, un primo silenzioso “portare oltre” che le entra nel sangue. Anni dopo scoprirà di aver studiato latino e greco “per amor di Proserpina” e capirà che la sua biografia di traduttrice è cominciata lì, nella pagina con la dea, e che per lei tradurre sarà sempre scendere e risalire, sei mesi nel buio, sei nella luce, morire alle proprie abitudini e tornare a ridere con voci che credeva perdute. Su questa scena si innestano i sedici capitoli del libro, sedici stazioni di un itinerario che attraversa romanzi e saggi tradotti, laboratori, scuole, carceri. Incontriamo Jane Eyre, Il mago di Oz, Le avventure di Tom Sawyer, Martin Eden, Piccole donne, i racconti di Francis Scott Fitzgerald, i racconti di H.P. Lovecraft, la favola di Amore e Psiche in Apuleio, i testi di Ovidio, le pagine di Jane Austen. Più avanti arrivano i progetti Tradurre in classe e Attraversamenti, la lingua di mezzo degli studenti stranieri, le donne-poesia di Iran e Afghanistan, il capitolo sul dialetto come nucleo quasi intraducibile, il racconto “irriverente” finale La voce. Il tutto è intrecciato con la storia professionale e umana di Sacchini, traduttrice per Feltrinelli, Mondadori, Gallucci, voce italiana di molte autrici e molti autori – da Jane Austen a Dickens, da Twain a London, da Alcott a Lovecraft, da Apuleio a Ovidio – e curatrice per Oscar Fantastica della collana “Tentacoli”, dedicata a piccoli libri di Lovecraft.

Tornare a ridere al giorno – La recensione

La prima intuizione forte del libro è che la traduzione non sia una specializzazione tecnica confinata nello spazio editoriale, ma una condizione umana che riguarda chiunque usi una lingua. Il traduttore editoriale è la versione più esposta di qualcosa che facciamo tutti, ogni volta che diciamo noi stessi, ogni volta che incontriamo un altro, lavoriamo dentro una traduzione. La figura di Proserpina è il filo segreto che tiene insieme tutto. La bambina che vince il piccolo libro di Hawthorne, la ragazza che sceglie il classico per amore di una dea, la traduttrice adulta che sente di passare mesi nel buio del testo altrui e mesi nella luce della propria lingua: tutte sono variazioni di una stessa discesa e risalita. Proserpina che torna al giorno è la forma mitica del Fortleben di cui parla Benjamin, la sopravvivenza dell’originale attraverso le sue traduzioni. Ogni nuova versione è un altro passaggio tra inferi e luce, un altro modo in cui il vaso rotto si ricompone per un istante in un disegno diverso, come nella tecnica del kintsugi, dove le fratture diventano visibili grazie a un filo d’oro che ripara e ridona “un vivere nuovo”.

Dentro questo quadro teorico, i capitoli non spiegano la traduzione in astratto, la mostrano mentre accade. Tradurre Jane Eyre, una rosa piena di spine è il racconto di un innamoramento imprevisto. Sacchini accetta il romanzo di Charlotte Brontë con “disciplina da soldatino”, pensando a un gotico rosa poco nelle sue corde, e si trova investita da una voce ferita e ironica, timida e insubordinata, che non le assomiglia e proprio per questo la chiama. Il lavoro consiste nel cercare un italiano che sappia stare in bilico tra confessione e lucidità, romantico e sarcastico, senza levigare troppo. Ogni aggettivo limato, ogni abbellimento sacrificato, ogni rinuncia a un sinonimo elegante per salvare un silenzio o una pausa è una piccola scelta di campo. La rosa resta tale solo se mantiene le spine, e la traduttrice accetta di pungersi pur di non trasformarla in un fiore finto. Nel capitolo su L. Frank Baum, Le gioie innocenti e le sbadate delizie di L. Frank Baum, la festa sembra più leggera ma la posta è alta. In un contesto che vuole dalla letteratura per ragazzi ammonimenti e punizioni, Baum dichiara di voler solo divertire, ma tradurre per ragazzi non è mai “un gioco da ragazzi”. Sacchini e Mirko Esposito cercano un italiano che non trasformi quella gioia in sermone, un italiano compagno di gioco e non maestrina. Nasce un laboratorio di nomi: Biascichini per i Munchkin, Ammicchetti per i Winkies, Quadrotti per i Quadling, invenzioni che spostano leggermente il vaso senza farlo esplodere. Quando una studentessa chiede perché la comandante Jinjur venga chiamata “generale” al maschile, il passaggio a “generalessa” diventa un gesto semplice e decisivo. Qui la traduzione mostra il suo volto più politico, perché pronomi e desinenze definiscono anche il confine di ciò che è pensabile.

Con Le avventure di Tom Sawyer la lingua è obbligata a sporcarsi. Il fiume di Twain è pieno di dialetti, storpiature, slang, bestemmie, un parlare che inciampa e ride. Sacchini richiama il poeta irlandese Seamus Heaney e la sua Digging, come la vanga affonda nella terra per dissotterrare patate e torba, così la traduzione deve scavare nella lingua, aprire solchi, “ingurgitare roba che non si è mai sognata”, perdere un po’ della propria compostezza e accettare piccole sgrammaticature pur di non cancellare l’energia. Il “quasi” qui diventa una scelta di timbro, si rinuncia a un po’ di eleganza perché la voce dei ragazzi scalzi sul Mississippi non sembri uscita da un tema scolastico. In Martin Eden la lingua si muove con il protagonista. All’inizio ha muscoli proletari, odora di porto, poi si fa via via più borghese, entra nei salotti, ma senza perdere del tutto il sale addosso. Quando, in chiusura, il verbo to know si ripete tre volte, Sacchini mostra come una stessa parola apra una costellazione di possibilità, sapere, percepire, rendersi conto, e come ogni traduzione scelga quale stella tenere accesa e quale lasciare sullo sfondo. Tradurre un’orchestra rilegge Piccole donne come un grande spartito corale. Dopo decenni di versioni italiane che hanno accorciato e moralizzato Louisa May Alcott, addolcendo spigoli e rabbie, la nuova traduzione prova a restituire l’intera gamma delle voci, Hannah che sbaglia le parole e crea involontariamente poesia, Amy con i suoi malapropismi, Jo con l’energia furiosa, Meg con le esitazioni. Non è un libro “per signorine”, è un laboratorio di ruoli possibili, e qui la traduzione diventa un atto di giustizia simbolica verso le ragazze, quelle di allora e quelle di oggi.

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Tornare a ridere al giorno

I capitoli su Apuleio e Ovidio portano la bambina innamorata di Proserpina nel territorio dei classici. La favola di Amore e Psiche chiede un italiano che sia fiaba e rito insieme, racconto d’amore e percorso iniziatico. L’Ars amatoria e gli altri testi ovidiani trasformano la città augustea in un teatro erotico leggero e insolente. Tradurre i classici, dice Sacchini, è una forma di necromanzia, tenere in mano una coppa di sangue finché i morti non tornano a parlare, sapendo che tornano sempre un po’ diversi. Qui Benjamin è di nuovo sullo sfondo, ogni versione è un altro stadio della vita dell’originale, un’altra tappa del suo andare avanti cambiando. Non si tratta di rendere il senso uguale, ma di trovare, dentro la lingua di arrivo, l’intenzione capace di risvegliare un’eco che gli somigli. Con Fitzgerald e Lovecraft il laboratorio tocca due estremi. Da una parte l’eleganza incrinata dei racconti anni Venti, in particolare Un viaggio all’estero, dove la temperatura emotiva scende da sud verso nord fino a un gelo interiore che esplode d’estate sul lungosenna. Dall’altra il barocco opulento dell’orrore cosmico, le frasi interminabili e gli aggettivi gonfi, “l’ignoto che non appare” più del mostro in primo piano. Tradurre Fitzgerald significa resistere alla tentazione di lucidare tutto, perché anche le piccole stonature raccontano il personaggio. Tradurre Lovecraft, significa tenere il coltello in mano e usarlo il meno possibile, togliere ciò che davvero impedisce la lettura e nello stesso tempo preservare quella nausea verbale che fa parte dell’esperienza.

Ma forse le pagine più sorprendenti sono quelle in cui la traduzione esce dalla scrivania e incontra le voci vive. In Tradurre in classe Sacchini racconta il progetto che porta la traduzione editoriale nelle scuole. Un istituto comprensivo delle Marche diventa una piccola agorà, dove gli studenti scoprono che un libro non è solo “lo scrittore” ma una costellazione di figure, traduttori, editor, correttori, illustratori. Traducendo insieme poesie dall’inglese, dall’arabo, dal dari, dal romeno, dall’ungherese, dall’urdu, dal cinese, dallo spagnolo, dall’albanese, imparano l’arte dell’indugio, la bellezza di dire “non lo so ancora”, la gioia di riconoscere un’intuizione arrivata dal compagno più timido. È una piccola scuola di democrazia, nessuno possiede il senso da solo, tutto si negozia. In La lingua di mezzo il laboratorio si sposta nei CPIA (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) e nelle carceri. La traduzione diventa pratica di sopravvivenza e di restituzione. Un detenuto cinese, Hu Ke Fa, riempie un quaderno con parole italiane e ideogrammi, che diventa un vocabolario minimo di vita in carcere, ogni lemma una cella e una chiave. Sabir, contadino pakistano, in un laboratorio intitolato Attraversamenti, indica la tempia mentre mostra il suo testo in italiano, questo è il mio pensiero tradotto. Gabriela di Città del Messico si autotraduce dallo spagnolo e scopre che ciò che nella lingua madre è breve e raccolto in italiano si allarga, cerca appigli. Un ragazzo nigeriano usa l’inglese come ponte verso l’italiano, una donna ucraina traduce Ševčenko e perde le rime, ma trova altre musiche, assonanze e allitterazioni che le restituiscono un po’ della bellezza della sua terra. È questo italiano di mezzo, familiare e straniante allo stesso tempo, a interessare Sacchini. Lo chiama lingua “appusata”, usando un termine dialettale per il deposito del vino e dell’olio. La nostra lingua nasce da sedimenti che si accatastano, lingue appoggiate una sull’altra che reagiscono tra loro e producono scintille di suono e di senso. La lingua pura vibra sotto le lingue storiche, si incarna qui in modo concreto, nella stratificazione di idiomi di chi arriva e di chi accoglie. Le donne-poesia di Iran e Afghanistan mostrano la traduzione come atto di resistenza. Portare i loro versi in una piazza marchigiana, farli passare attraverso l’italiano, significa aprire uno spazio di ascolto per voci che altrove rischiano il silenzio o la censura. Il capitolo sul dialetto ragiona invece sull’intraducibile. Il dialetto è definito “nocciolo indistruttibile di materia appresa coi sensi”, lingua che non rappresenta le cose ma è le cose. Analizzando scelte diverse – da Twain a Gadda, da Camilleri ad altri – Sacchini mostra come ogni tentativo di rendere un dialetto in un’altra lingua metta alla prova la nostra idea di equivalenza, obbligando a inventare strategie o a riconoscere con onestà che una parte resterà sempre fuori campo.

Il libro si chiude con il racconto La voce. Una traduttrice “piccina piccina” riceve una mail da un’editor onnipotente che le annuncia, lapidaria, che nella sua traduzione “la voce non c’è”. La traduttrice boccheggia, inghiotte aria profumata, prova ad articolare una risposta, sente la terra scivolarle via da sotto i piedi. È una scena comica e crudele insieme, in cui esplodono il senso di inadeguatezza cronico e il sospetto che la parola “voce” sia spesso uno schermo, un paravento elegante per altri giudizi indicibili. Proprio perché un poco sopra le righe, questo finale ha qualcosa di liberatorio, come un tentativo di “alzare di nuovo la voce” dopo molte pagine di riflessione rigorosa, un lampo di ironia che permette di respirare e di riconoscersi anche nella fragilità di chi traduce.

Tornare a ridere al giorno restituisce al gesto traduttivo tutta la sua densità poetica, teorica, civile e resistente. Dopo questo libro è difficile considerare una traduzione come un semplice testo in italiano. Dietro le parole si intravedono tagli, cuciture, punti in cui il vaso originario è stato rotto e ricomposto. E insieme al testo si vede finalmente chi lo accompagna oltre la soglia, il traduttore come artigiano e mediatore, come corpo ostinato che continua a risalire controcorrente. Come il salmone che Sacchini evoca nelle prime pagine, il traduttore compie un viaggio faticoso e necessario. Nasce nei fiumi, scende fino al mare, poi risale le acque per deporre le uova, spinto da un istinto che è insieme destino e vocazione. Pochi sopravvivono, molti si fermano lungo il percorso, esausti. Ma quelli che arrivano portano con sé la promessa di una nuova vita, di un ciclo che riprende. Così chi traduce scende nelle profondità del testo, si perde nel mare della lingua straniera, poi risale verso la propria sponda con un unico scopo, permettere alle voci di tornare, ancora una volta, a ridere al giorno.

#Commissioniguadagnate

copertina
Autore
Stella Sacchini
Casa editrice
EUM
Anno
2025
Genere
saggistica
Formato
Brossura
Pagine
340
ISBN
9791257040
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diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.