Mentre il cielo è gravido di futuro. Osip Mandel’štam: figlio della civiltà e la sua opera in versi

Dopo la pubblicazione dei Quaderni di Voronež di Osip Mandel’štam a cura di Maurizia Calusio (2017) esce L’opera in versi sempre edita da Giometti & Antonello (Macerata, 2018) che  raccoglie l’intera produzione del poeta russo e un’ampia selezione delle poesie pubblicate postume o solo in rivista. L’opera in versi  si presenta come un progetto, ampio, complesso, profondo e straordinariamente potente, curato e tradotto da Gario Zappi che racconta come sia stata una traduzione lunga, difficoltosa, di un poeta dal destino tragico, ma altrettanto “celestialmente inconsolabile”, “vagabondo”, “eretico”, “profeta” di un linguaggio frastagliato tra iati, fratture ritmate nel tempo fluttuante, dove splendono, aperte le sue ali di libellula.

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Quello di Osip Emil’evič Mandel’štam è un atto di amore intaccabile che scorre lungo la linea del tentativo di traduzione dove si respira l’aura poetica ed autentica.

L’opera in versi viene ritratto come un omino buffo chapliniano e testimone tragico di un evoluzione storica colma di tutte le sue contraddizioni. Osip Emil’evič Mandel’štam nasce nel 1891 a Varsavia, per poi trascorrere l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Nel 1911 si iscrive alla Facoltà storico-filologica. L’anno successivo partecipa alla “Gilda dei poeti acmeisti”, insieme a Nikolaj Gumilëv e Anna Achmatova e scrive Utro akmeizma (Il mattino dell’acmeismo, uscito nel 1919. Nel 1913 pubblica a sue spese la raccolta Kamen’ (Pietra). Successivamente nel 1922 esce la sua seconda raccolta Tristia per la casa editrice russo-berlinese Petropolis. Si stabilisce poi con la moglie Nadežda Jakovlevna Chazina a Carskoe Selo e tra il 1925 e il 1928 pubblica le prose Il rumore del tempo, Il francobollo egiziano e il saggio Sulla poesia.  Tra il 1929 e il 1930 scrive La quarta prosa, che apparirà in URSS solo nel 1988. Dopo un viaggio nel Caucaso e in Armenia torna a Leningrado, ma gli viene rifiutato un alloggio dal Comitato scrittori della città. La sua situazione economica si aggrava. Nel 1933 pubblica su Zvezda Viaggio in Armenia e fra la primavera e l’estate scrive Conversazione su Dante. Gli arresti sotto il regime stalinista si fanno sempre più frequenti. Majakowsij si suicida e  tutti si rifugiano nel silenzio o si compromettono col regime. Mandel’stam invece, non vuole essere raddrizzare la sua schiena, il suo corpo gracile si fa vocazione poetica, poesia-argillosa: non sono più un bambino. Tu, tomba, non osare raddrizzare un gobbo, taci!”“Parlo a nome di tutti e con tale vigore che si muti la volta del palato in volta celeste; che le labbra  si screpolino come argilla rosa. Nella notte del 13 maggio 1934, durante una perquisizione che requisisce molti versi “antisovietici”, Mandel’štam viene arrestato e condannato a tre anni di confino nella città di Čerdyn. Qui viene ricoverato in ospedale per una forma di miocardite, tenta il suicidio; la pena viene mitigata grazie all’intervento di Nikolaj Ivanovič Bucharin (allora membro del comitato centrale del Partito Comunista),  e, come luogo in cui scontare il domicilio coatto, viene scelta Voronež dove comincia a lavorare presso istituzioni culturali. Nel maggio del 1937 torna a Mosca, ma gli viene presto imposto di lasciare la capitale. Il poeta si stabilisce prima a Savelovo, dove sopravvive grazie all’aiuto economico degli amici e poi a Kalinin e Samaticha. Un anno dopo viene di nuovo arrestato e condannato per attività controrivoluzionaria a cinque anni di lager. Semiassiderato, rosicchiando zollette di zucchero e accovacciato vicino ad un immondezzaio recitando brani della Divina Commedia e del Canzoniere di Petrarca, nel campo di transito di Vladivostok il 27 dicembre 1938 muore il poeta russo, Osip Emil’evič Mandel’štam.

Mandelstam

Potere e poesia si graffiano a vicenda, /viviamo, senza sentire il paese sotto di noi, / i nostri discorsi non s’odono a dieci passi, e dove ne basta per mezzo di un discorsetto / là si ricorderanno del montato del Cremlino, le sue grosse dita sono grasse come vermi, / le parole sicure come pesi da un pud. / Ridono i baffi da scarafaggio, / rilucono i suoi gambali. / […] / Ogni esecuzione è per lui cuccagna / e l’ampio petto da assettino. Ode a Stalin del 1933 racchiude il sacrificio di un  uomo redento dalla stessa poesia, liberandola dalla catena stringente del potere. Iosif Brodkij, Premio Nobel per la letteratura nel 1987, con Il figlio della civiltà, eleva Mandel’štam a simbolo dell’indipendenza della poesia contro le strettoie di ogni regime. tremenda accelerazione che l’epoca del cane da lupo ha dato alla poesia di Mandel’stam concludendo: eppure  proprio per questa via la poesia di Mandel’stam diventò canto più di quanto non fosse mai stata;  non il canto di  un bardo ma quello di un uccello con le sue subitanee, imprevedibili, spirali e  impennate, simili al tremolo di un cardellino.

I quaderni di Voronez raccolgono i testi dei tre quaderni scritti dal poeta russo nella città che rappresenta la residenza coatta che aveva scelto insieme alla moglie Nadezna in seguito all’arresto dello scrittore. Quegli anni racchiudono un esclusione totale dalla vita avvolta e graffiata dalla povertà, malattia e in attesa (per quanto consapevole) del secondo arresto dove incontra e trova la morte nei campi di lavoro stalinisti. Allo stesso tempo questo è il periodo che rappresenta in modo paradossale una sorta di liberazione sia personale che poetica accettando la dismisura della vita incorporabile. I quaderni raccolgono un diario in poesia, nudità e potenza, delicatezza e dolore, necessità e intelligenza. Vita e poeta, scriveva Brodskij, sono quasi sinonimi nella loro nobile indeterminatezza, mentre morte, come vocabolo, è qualcosa di ben definito, quasi quanto è definito il prodotto stesso del poeta, cioè una poesia, che ha come elemento principale il suo ultimo verso. L’opera d’arte sopravvive persino al suo autore, ecco che con Opera in versi è lo stesso Mandel’štam a “sversare” la sua visione, scavando fra gli anfratti del linguaggio – nel silenzio teso e insopportabile – e tra la verità ferrea. 1938-2018, ottanta anni fa si spegne il sussulto urlante di Mandel’štam: una bocca suggellata come rorida rosa di un poeta. La vita si scioglie nella botte come sale, una stella e l’acqua gelida è nera, più limpida è la morte, più salata la sventura, e la terra più veridica e orribile. L’eco di Mandel’štam riempie il nostro cuore, mentre il cielo è gravido di futuro, di nuovo la risonanza della guerra, preparatevi a vivere un tempo di cui sono assenti e il lupo e il tapiro e come un chapka di gelo invernale, ingravidato di azzurro sempre alto e novo si trasmette lo stupore. Mandel’štam si fa stupore di una vita sfolgorata come un remoto balenio, suono cauto e sordo, sventolando severa l’enorme vela, l’onda mortalmente ritratta e non osa sfiorare di nuovo la riva. Mandel’štam, figlio della civiltà, oramai disumana, come allora. Vita e morte sono il prodotto di questa e quella civiltà, su cui battono come colpi di ala di farfalla i suoi versi. In questa preziosa pubblicazione di Giometti e Antonello, il respiro di Mandel’štam come un’opera d’arte incompiuta che in qualche modo si compie attraverso il lettore che accoglie il suo sacrificio e la sua parola “assordante” come pietra. I poeti risorgono nella parola, cesura di un tempo smisurato e metrica del verso operante: canto privato nella notte irreparabile. Morire in questa vita non è nuovo, ma più nuovo non è nemmeno vivere.

copertina
Autore
Mandel’štam
Casa editrice
Giometti e Antonello
Anno
2018
Genere
poesia
Formato
Brossura
Pagine
370
ISBN
9788898820153
Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.