1917

1917: Sam Mendes tra gaming e Storia

Dopo aver vinto due Golden Globes e 3 Oscar (la pellicola ha raccolto 10 nomination), il film diretto dal Premio Oscar come miglior regista (American Beauty, 1999)  Samuel Alexander “Sam” Mendes ci riporta all’anno 1917.

Nello specifico 1917 è stato premiato dall’Accademy come Miglior Sonoro, Migliori effetti speciali e Miglior fotografia. Insomma, un vero successo.

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La trama

Ci troviamo catapultati  al culmine della prima guerra mondiale. Ci sono due giovani caporali britannici, William Schofield (George MacKay) e Tom Blake (Dean-Charles Chapman) e hanno una missione da compiere. Il Generale Erinmore (Colin Firth) consegna l’incarico ai due soldati, ossia quello di recapitare un messaggio al secondo battaglione del Reggimento Devonshire con a capo il colonnello Mackenzie (Benedict Cumberbatch) che non riescono più a contattare per mancanza di collegamenti radio.

L’unità militare inglese composta da circa mille e seicento uomini stanno per attaccare i tedeschi sulla linea Hindenburg (Siegfried Stellung), la nuova difensiva strategica ideata proprio dai “crucchi”. Se non si annullerà l’attacco ci sarà una enorme sconfitta e perdita di vite umane nell’esercito inglese. Per evitare questo massacro Schofield e Blake dovranno intraprendere una corsa contro il tempo, attraversando il territorio nemico e cercare di consegnare il messaggio. Nel Reggimento Devonshire si trova anche il fratello di Tom Blake, il tenente Blake interpretato da Richard Madden (il Robb Stark nella serie televisiva Il Trono di Spade).

Tom spinto dal senso del dovere e dalla premura verso suo fratello sceglie il suo collega William per affrontare questa incredibile e assurda mission impossibile. Non troviamo questa volta Daniel Craig nel ruolo dell’agente segreto James Bond come accade nell’opera cinematografica Skyfall (2012) dello stesso Mendes, bensì siamo sul fronte occidentale durante la Prima guerra mondiale,  ci sono due giovani “uomini”  con due opzioni: da un lato possono diventare carne da cannone e dall’altro salvare le sorti e la vita di un intero battaglione, nonché quella del fratello di Blake. La sceneggiatura di Sam Mendes e Krysty Wilson-Cairns porta lo spettatore fin dentro la polvere, la desolazione, i corpi maciullati, i cadaveri galleggianti della Storia. La tensione che mantiene il regista britannico si taglia con il coltello.

1917

La recensione di 1917, di Sam Mendes

Sin dalle prime inquadrature, i piani sequenza conducono l’occhio fin dentro l’incredibile corsa dei due giovani attraverso cavalli morti, filo spinato, valli desolate spazzate via dai combattimenti, dalle bombe e dai carri armati e corpi putrefatti su cui mosche e topi consumano la loro vita. Meravigliosa e coinvolgente è la colonna sonora affidata a Thomas  Montgomery Newman, quattordici volte Premio Oscar come migliore colonna sonora (da Le ali della libertà di Frank Darabont, 1994 a WALL•E, di Andrew Stanton, 2008), nonché affascinante ed incredibile la fotografia di Roger Alexander Deakins (migliore fotografia per Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, 2017).

La regia di Mendes sembra un videogame, lo spettatore partecipa in prima persona ad ogni movimento, ogni ostacolo, ogni battaglia, ogni sussulto, ogni respiro fino all’ultimo anelito, quello di Tom Blake e quello affannoso e disperato di William. Mendes ci presenta un war movie  muscolare, dove questa volta il (Salvate) il soldato Ryan (Spielberg, 1999) “si aggrappa” al bisogno di salvezza degli altri, per salvare se stesso, quell’umanità violata, sommersa, spazzata via dal vento della guerra.

Ci vogliono nuovi occhi oltre la polvere e le macerie, sono quelli di Schofield, che come un “super-eroe sopravvissuto” corre senza fermarsi, dribbla le pallottole, a volte viene colpito di striscio e cade, ma si rialza sempre più convinto che deve andare fino in fondo anche quando perde persino il tempo, rappresentato dal suo orologio rotto, l’unico aggancio temporale, nonché metronomo della vita e della morte.

L’odissea di 1917 di Mendes mescola estetica narrativa, tecnica digitale e sensazionalismo del gaming. La guerra resta un corpo a corpo, una fuga impari contro il tempo che non paga, una speranza offuscata al sapore di latte appena munto, una missione suicida, una coltellata fatale del nemico, un palazzo in fiamme, desolazione e distruzione. Vince chi sopravvive, ma senza nulla di eroico, perché se oggi bloccano il nostro attacco, ma fra qualche giorno ce ne daranno uno opposto. Si lega qui la resistenza umana dell’uomo e l’esplosione tecnica della prima guerra che provoca scenari e odore acre di morte. Il film viene dedicato alla memoria del nonno di Mendes, alla sua narrazione che in qualche dà vita, origine all’idea del film.

Allo spettatore senza via di scampo non resta che aggrapparsi ad una fotografia in bianco e nero, per non dimenticare, per conservare un “messaggio di salvezza” affinché “l’umanità” appesa sulla sottile linea rossa non faccia della “guerra” la sua unica via di fuga e non la si mescoli con un lucido game over, perché non c’è un’altra partita di rivincita.

AMERICAN BEAUTY – LA RECENSIONE DEL CAPOLAVORO DI SAM MENDES

copertina
Regia
Sam Mendes
Genere
Drammatico
Anno
2019
Attori
George MacKay - Dean-Charles Chapman -
Durata
110 minuti
Paese
Gran Bretagna
Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.