Un Van Gogh eterno, ma sbiadito

Quando un’artista prova a raccontare un altro artista nasce la pellicola Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità. Dentro la camera mossa di Julian Schnabel, lo straordinario attore americano Willem Dafoe riporta alla luce la meravigliosa opera di Vincent Van Gogh.

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Il regista di Prima che sia notte (2000) e Lo scafandro e la farfalla (2007), dopo aver già provato, con qualche difficoltà a riportare in vita uno dei massimi esponenti controversi del graffissimo americano Jean-Michel Basquiat, ci riprova con il maestro della pittore olandese Vincent Willem Van Gogh. Julian Schnabel anche questa volta, con fatica, cerca di entrare dentro la complessità di una figura, come quella del pittore  “maledetto”,  granulosa, nascosta sotto al cappello di paglia, sempre in conflitto tormentato tra interno e l’esterno sia con sé stesso che e con il pittore Paul Gauguin (Oscar Isaac), a cui si ispirava in qualche modo, lasciandoci una sedia dipinta vuota.

Quella luce che arriva dalla candela poggiata sulla seduta e da quella sullo sfondo. La sedia in sé è in legno scuro, lavorata, dalle linee morbide e suadenti. Il pavimento non si distingue, sembra ricoperto da riflessi di luce e ombre, risultando enigmatico. Sulla sedia sono posati due libri, due romanzi francesi, come precisa van Gogh in una lettera, e la candela. I libri rappresentano la cultura, l’altezza intellettuale di Gauguin, e la candela la luce spirituale che essi portano, e che Paul sprigionava agli occhi di Vincent. La seduta appare morbida, l’imbottitura verde confortevole. In Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità Julian Schnabel si concentra solo sugli ultimi quattro anni di vita del pittore, quelli più intensi e creativi. L’incontro con Gauguin nel 1886, il soggiorno ad Arles, la follia, il taglio dell’orecchio, la degenza al nosocomio Saint Rémy