Intervista a Laura Pugno: sovvertire l’irreversibile

Da poco tempo Laura Pugno ha pubblicato La metà di bosco (Marsilio), un romanzo in cui parla di dolore, di perdita e di accettazione. In questa intervista abbiamo seguito il filo delle sue opere, tra prosa e poesia, tra maschile e femminile, cercando di capire come l’irreversibile può essere revocato.

Laura Pugno, con La metà di bosco sembri in realtà proseguire nel percorso letterario iniziato con La ragazza selvaggia e Sirene. Che cos’ha di diverso questo romanzo o qual è, se c’è, un continuum con gli altri?
La metà di bosco è un romanzo che prosegue, e se vogliamo chiude, un percorso iniziato già col mio primo romanzo, Sirene, che è uscito nel 2007 per Einaudi e che Marsilio ha ripubblicato nel 2017. La metà di bosco è un libro del compimento, dell’accettazione e in un certo senso del ritorno, e proprio per questo, allo stesso tempo, chiude un ciclo e spero che inauguri, sempre col tempo, per me qualcosa di nuovo. Ogni romanzo mette in scena una rottura, il superamento di un confine nel momento in cui quel confine diventa pensabile; ne La metà di bosco, appare improvvisamente come una certezza l’idea che quel certo confine  – che è la linea d’ombra di ogni vita, che divide chi ha avuto a che fare da vicino con la morte di altri, ed è divenuto a sua volta mortale, da chi ne ha solo avuto l’immaginazione e si pensa quindi ancora immortale – non è più una barriera invalicabile. Le frontiere sono aperte, noi siamo fatti del nostro visibile e del nostro invisibile, di noi stessi e di tutti quelli che sono stati, e di quelli che saranno. Sono cose che nel libro appaiono in filigrana, attraverso una storia, con i mezzi anche, possiamo dire, del romanzesco: sono la sostanza dorata di quell’arancia che se vogliamo è un romanzo, e che entra nel corpo del lettore e gli trasmette ciò che è.

 Ogni volta che ci si accosta ad un tuo personaggio sembra quasi di essere vicini ad una “storia al limite”. Che cosa cerchi dai tuoi personaggi? E che impronta danno alle tue storie?
I personaggi e le storie nascono insieme, solo un certo personaggio imprime a una storia la torsione che quella storia cerca. Il protagonista di questo romanzo si chiama Salvo, e in qualche modo troverà la strada di una salvezza che diventerà, in lui, fisica  –un fatto del suo corpo  – e lo accompagnerà nel ritorno a casa da quel mondo altro che è l’isola di Halki, teatro centrale de La metà di bosco, e soprattutto l’isolotto di Krev.  C’è qualcosa di comune, di profondamente comune, tra Salvo e le figure centrali di altri miei romanzi, Tessa ne La ragazza selvaggia (Marsilio, 2016) o Matteo in Antartide (Minimum Fax, 2011).  In qualche modo abitano tutti lo stesso mondo, cercano di esplorarne, anche se ogni romanzo è diverso e fa storia a sé, le parti in ombra.  In un saggio che uscirà all’inizio del mese di novembre, In territorio selvaggio (nottetempo), ho cercato di esplorare questa relazione tra l’idea di romanzo e l’immaginazione di ciò che consideriamo selvaggio, a partire dal nostro stesso corpo: che cos’è che chiediamo oggi alle storie che scriviamo, alle storie che leggiamo, soltanto conforto? Io non credo. C’è, ed è molto forte, il richiamo di qualcos’altro.

La metà di bosco è l’ultimo romanzo di Laura Pugno

La metà di bosco non è una cronaca di una scomparsa, ma un viaggio nell’intimità dei protagonisti. Parlaci un po’ di Salvo Cagli, il protagonista di questo libro.
In un certo senso Salvo è un osservatore, un testimone, ma proprio in questa sua estraneità a quanto accade che a un certo punto si rovescia nel suo contrario, in questo movimento di entrare a fare parte, diventa un protagonista, senza però perdere l’umanità della sua testimonianza. Il suo è un movimento di attraversamento, da fuori a dentro, da cui non può se non uscire cambiato. Per questo, anche se mi piace per Salvo la formula, che si usa spesso in sceneggiatura, di “angelo viaggiatore”, è un angelo viaggiatore un po’ particolare, perché non solo porta con sé la trasformazione, ma la riceve.

I tuoi libri sono comunque caratterizzati da una forte componente femminile. Ne La metà di bosco il protagonista è appunto un uomo, ma sembra che il centro di tutto sia comunque la scomparsa di Cora. Il fulcro è quindi ancora una donna?
È vero, il protagonista dei miei libri è a volte un uomo, a volte una donna, ma la componente femminile è sempre significativa, perché è lì che si annida il futuro, anche in quella sua forma condensata e ritornante che chiamiamo passato. Oltre a Cora, la ragazza scomparsa de La metà di bosco, un ruolo chiave nel romanzo è affidato a Magdalini, la giovane donna su cui tutti proiettano i propri archetipi, che tutti leggono in chiave simbolica: la custode dell’isola, la guardiana della soglia. Ma Magdalini è un personaggio incredibilmente concreto, è quasi feroce nella sua realtà, la sua presenza, la sua difesa di ciò che ama, nel modo in cui crede, e può sbagliare o meno, che sia giusto difenderlo.  Non credo che oggi si possa scrivere narrativa contemporanea senza che emerga questa forza dei personaggi femminili, perché è nella realtà. Indipendentemente dal fatto che l’autrice o l’autore se ne rendano conto, è qualcosa che assorbiranno dalla realtà intorno a loro.

In questo libro si parla molto di lutto e di dolore: che ruolo hanno o hanno avuto nella tua vita e nei tuoi libri questi sentimenti e queste emozioni?
Ho provato lutto e dolore, come tutti. Tutti attraversiamo a un certo punto la linea d’ombra e soprattutto scopriamo che della nostra vita è entrato a far parte l’irreversibile. Pochissime cose, che hanno a che fare con la vita, la morte e l’integrità del corpo, meritano di essere chiamate tali. La sopravvivenza avviene in molti modi, e di alcuni di questi diventiamo consapevoli solo nel tempo, e nel riconoscere il nostro legame profondo con la natura delle cose, o la fisica delle cose, se vogliamo chiamarla così: è il filo del ritorno alla presenza che attraversa anche, per esempio, le ultime poesie che ho pubblicato, nella raccolta I legni (Lietocolle/Pordenonelegge, 2018). Ed è un filo d’oro, perché c’è continuità tra poesia e prosa, c’è interezza. La metà di bosco fa svolgere nello spazio quel lavoro del lutto che nella nostra vita di solito viene svolto dal tempo, tratteggia un mondo, o almeno una piccola, remota parte di mondo, in cui l’irreversibile può essere revocato, sovvertito. E in qualche modo spero che il romanzo porti la lettrice, il lettore, a toccare con mano che questo non è possibile, e a farlo nella solarità, lo stesso sole che splende sull’ultima scena in Grecia del libro.

Donato Bevilacqua

diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.