intervista a Paolo Di Paolo

Intervista a Paolo di Paolo: tra gli anni Venti e il presente

Questa intervista a Paolo Di Paolo è un continuo viaggiare nel tempo. Proprio come il suo ultimo libro. Recentemente infatti lo scrittore è tornato in libreria con Svegliarsi negli anni Venti (Mondadori), un volume prezioso che crea una sorta di parallelismo tra quegli anni e il presente.

Abbiamo quindi cercato di capire da dove nasce il fascino per quel periodo storico, e cosa accomuna gli anni Venti al presente. Nell’intervista a Paolo Di Paolo si parla anche del ruolo dell’intellettuale e di quale futuro ci aspetta dopo il Covid.

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Dagli anni Venti ad oggi: intervista a Paolo Di Paolo

Paolo Di Paolo, il tuo ultimo libro Svegliarsi negli anni Venti è davvero particolare. Una sorta di viaggio nel tempo tra quel periodo ed il presente. Come è nata questa idea e cosa volevi raccontare al lettore?

Potrei dire che è nata con una coincidenza di calendario: l’approssimarsi degli anni Venti e anche la sensazione che il Novecento, definito da qualcuno secolo breve, fosse in verità saltato oltre sé stesso. Ho immaginato questo percorso proprio come un corridoio spazio-temporale tra quegli anni Venti e questi. Non ho cercato parallelismi e paragoni, l’esercizio dei rimandi tra le diverse epoche spesso è facile e non sempre significativo. Ho provato invece a porre una serie di interrogativi che mi pare continuino a rimbalzare da un secolo all’altro. Per trovare possibili risposte ho mandato avanti scrittori e artisti.

Come mai hai scelto proprio gli anni Venti come confronto tra il passato ed il presente? Cosa ti affascina di quel decennio e cosa pensi che dobbiamo ancora scoprire di quegli anni?

Paolo Di PaoloL’aspetto più affascinante degli anni Venti del Novecento è il fermento culturale e la vitalità che si propagano da alcuni centri, soprattutto città come Parigi e New York, che sembrano investite da una corrente elettrica. La vitalità creativa è impressionante: dopo il doppio, epocale trauma rappresentato dalla Grande Guerra e dall’epidemia di spagnola, una giovane generazione sente di dover rompere i vecchi schemi, di creare nuovi linguaggi e nuove possibilità di racconto del mondo. Passano a Parigi o a New York talenti come Picasso, Dalì e Man Ray nelle arti figurative, e scrittori come Hemingway, Fitzgerald e Henry Miller. La deriva totalitaria dei nazionalismi finirà per incupire questo paesaggio scintillante. Esplorare la reazione emotiva dell’umanità dopo un grande trauma mi sembrava però molto interessante, anche prima della crisi sanitaria che stiamo attraversando.

Tra gli anni Venti ed il presente sei riuscito a trovare analogie molto interessanti: i selfie sono le vecchie fotografie, i conflitti insensati e le reazioni furibonde sono esattamente ciò che avviene oggi sui social. Cos’altro accomuna gli anni Venti ai giorni d’oggi?

È sempre rischioso creare parallelismi, leggere la storia in termini di corsi e ricorsi: come accennavo, si finisce per dare una interpretazione deterministica degli eventi, e invece c’è sempre qualcosa di imprevedibile e spiazzante nelle vicende dell’umanità. Tuttavia non è difficile cogliere somiglianze tra i due decenni, almeno in termini di “materiale emotivo”. Il disorientamento, la paura, la suscettibilità, il conflitto violento tra pulsione di morte e pulsione di vita – per usare termini freudiani. Nella letteratura di quel periodo, da Fitzgerald a Woolf, ho sentito spesso echi e risonanze familiari: quasi che alcuni grandi autori avessero trascritto anzitempo gli stati d’animo di un secolo dopo. Eppure era il loro tempo!

Nel libro sottolinei spesso come quello sia stato un passaggio d’epoca molto importante. Ma che cos’è un passaggio d’epoca? Come si riconosce e chi lo decreta?

Le decadi, dice Hemingway, finiscono ogni dieci anni, mentre le epoche possono finire in qualsiasi momento. Aggiunge che nessuno sa dire quando realmente abbiano inizio, ma che tutti sono perfettamente sicuri di quando finiscono. Interrogandosi sempre a proposito degli scarti temporali, un altro scrittore americano, Saul Bellow, dice che le decadi, i secoli, le ere – in stagioni accelerate come quella che viviamo – finiscono per condensarsi in mesi, settimane, giorni, addirittura frasi… Mi sembrano due letture illuminanti, anche se non risolutive rispetto alla domanda. Che resta aperta.

LEGGI ANCHESvegliarsi negli anni Venti. La nostra recensione 

Il ruolo degli intellettuali

Leggendo il libro si capisce come scrittori, artisti ed intellettuali dell’epoca siano riusciti a cogliere lo spirito e le inquietudini del tempo. Credi che gli intellettuali di oggi riescano a fare lo stesso con gli eventi che stiamo vivendo?

Un intellettuale, un artista, uno scrittore, se è davvero tale, ha antenne particolarmente sensibili alla cosiddetta aria del tempo. La insegue, qualche volta la precede e ne restituisce, come se la mettesse sottovuoto, l’odore, il profumo, perfino il puzzo. Spesso siamo portati a leggere in negativo il presente, rispetto a un “aureo” passato, ma anche accanto a noi, magari invisibili, e non necessariamente in classifica, ci sono intellettuali capaci di restituire un clima storico mentre sta maturando, con tutta la confusione e l’opacità di ogni presente.

Memoria e letteratura, invece, che ruolo hanno o dovrebbero avere nei nostri giorni? E come dovrebbe inserirsi l’intellettuale in questo percorso di “comprensione”?

Ho l’impressione che si scambi facilmente per nostalgia un rapporto intenso con il passato. Ma solo instaurando una dialettica con ciò che abbiamo alle spalle è possibile disegnare una “mappa del senso”. Non è vagheggiando l’epoca d’oro o scivolando nei rimpianti personali che si modella un rapporto sano con il passato, e tantomeno applicando parametri etici contemporanei a vicende remote. Solo il coraggio della conoscenza e della consapevolezza produce una memoria attiva, non inerte, non conservativa. Dunque un intellettuale, se ha questa ambizione di provare a comprendere, non può che interrogare e interrogarsi costantemente. Senza mai la pretesa di acquisire certezze e risposte stabili.

Avresti voglia di raccontare un altro periodo storico, magari mettendolo in relazione al presente? Se sì, quale?

Mi è già capitato di ambientare romanzi in epoche lontane dalla mia: ancora gli anni Venti in Mandami tanta vita, che evoca la figura di Piero Gobetti, gli anni Ottanta in Lontano dagli occhi, o il periodo della Grande Guerra nel testo per il teatro Istruzioni per non morire in pace. Non escludo di occuparmi di nuovo, narrativamente, di epoche passate, ma la molla che mi spinge non è mai quella di un confronto diretto con il presente. Semmai è appunto una domanda che può avere un rilievo etico, politico, o semplicemente esistenziale.

Credi che il Covid possa considerarsi come un cambio d’epoca? E verso cosa ci porterà?

È impossibile non riconoscere nella crisi sanitaria che stiamo attraversando uno scarto, una cesura. La nostra capacità di valutarne gli effetti di lungo periodo però è limitata. Non mi convince né la prospettiva di una palingenesi, né, d’altra parte, l’atteggiamento di chi minimizza. Credo invece che molte delle nostre certezze siano state anche dolorosamente polverizzate e, al netto del lutto e della sofferenza dei singoli, non è detto che questo sia un male. L’inclinazione di Sapiens a credersi centrale e indiscutibile ha subìto una violenta scossa. Non ripongo una grande fiducia nella capacità di farne tesoro; di sicuro, il paesaggio del dopo sarà impegnativo e tutt’altro che rassicurante.

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Donato Bevilacqua

diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.