Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi e Il no disperato di Mario Elisei

È stato detto già tutto, o quasi su Giacomo Leopardi, ma c’è ancora qualcosa da dire? Ci prova Mario Elisei, studioso dal 1978 dell’opera e del pensiero del poeta recanatese, nonché stesso suo conterraneo.

Con Il no disperato pubblicato dall’eccellente casa editrice maceratese Liberilibri, nel 2018, Elisei presenta un Leopardi “nuovo”, diverso, nella condizione di uomo non in crisi, ma della crisi spostando l’asticella della sua dolorosa esperienza personale in quella sociale e collettiva. Infatti la crisi è la dimensione più complessa che l’essere umano vive nel contemporaneo.

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La trama

Giacomo Leopardi supera la forma dello scrittore e del poeta per elevare la cifra stilistica del suo pensiero verso un contenuto di ricerca “dolorosa” della e sulla crisi. Elisei scopre un Leopardi antropologo che indaga profondamente il senso interno della crisi trasformando queste pagine in un dispositivo di “pensiero critico”, che conserva nell’etimologia della parola stessa (krisis scelta, krino distinguere) un’accezione positiva, che conduce l’essere umano verso il superamento, l’apertura “di un oltre” del futuro.

Che cosa viene dopo? Io vivo, dunque spero. Quale speranza? La speranza è proprio quella proiettata nel e sul desiderio, nel “rischio” dell’essenza della salvezza, e della la sua crescita. Elisei sviscera l’immensità e l’infinita opera dello Zibaldone (1817-1832): una sfida ardua e “pericolosa” a partendo proprio da questa “pro-vocazione” si re-interpreta e scopre l’uomo “della crisi”.

Questo passaggio “di mutazione” del poeta recanatese si rintraccia nell’anno 1819, quando egli tenta di fuggire da Recanati e viene colpito da una malattia oculare (oftalmia cronica) che gli impedisce di leggere e studiare, trasformando lo stato antico dello studioso profondo in una condizione di moderno, stordito ed infelice poeta. Il niente che lo circonda provoca in lui un senso potente di noia che annulla persino il divario tra la vita e la morte. Infatti la sua somma noia si sottrae ad un soffocamento totale di solida nullificazione. Solitudine, noia, scoraggiamento sono i nuovi ingredienti che governano la “cucina del cuore” di Leopardi che modifica la sua ipotesi esistenziale, partendo dal suo stato fisico precario (scoliosi e malattia agli occhi) a quello “divorante e pessimista” psicologico.

Il disagio umano del poeta è il desiderio inappagato che l’immaginazione (vago immaginar) tenta di alimentare con la speranza di trovare nella realtà quel piacere “vano”, ma che richiede allo stesso tempo “una certa ignoranza come quella degli antichi”. Ma Leopardi cortocircuita questa condizione per un desiderio di conoscenza, perché è solo l’uomo “di nessun momento” a credere nel raggiungimento della felicità. Ma allora è il desiderio che genera inquietudine o è l’inquietudine a generare il desiderio?

Il no disperato. La recensione

È proprio il desiderio a muovere l’uomo-Leopardi, producendo però scontentezza, malessere e disagio in quell’anelare verso un piacere infinito che rimane “purtroppo” nella sua incommensurabile” ed insopportabile inquietudine. Si rintraccia nel Pensiero LXVIII di Leopardi il senso di noia, il più sublime, – secondo il poeta – dei sentimenti umani e segno di nobiltà e della grandezza umana. Il processo psicologico e umano del poeta è sempre in conflitto.

Questa solitudine immensa che gravita continuamente intorno al pensiero e alla ragione leopardiana è la condizione perenne di insoddisfazione  che lo accompagnerà fino alla morte. L’attesa e il grido di Leopardi si fa fecondo nelle parole di Elisei, nella ricerca dell’uomo in perenne “crisi” e che della “crisi” ne fa la bussola e ragione come misura del reale. Il poeta recanatese ci accompagna fino in fondo e nel profondo, inserendosi nell’Appendice dell’opera di Elisei come un viaggio unico, partendo da La sera al dì di festa  (1820) passando al Dialogo di Tristano e di un amico (1832) e Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima (1834-35) esplodendo poi in un Dialogo della natura e di un’anima (1824) per poi illuminarci nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (1831).

Il lavoro che Elisei ci presenta è quello di una passione ricercata, di un innamoramento della complessità del poeta recanatese, restituendoci un uomo del contemporaneo, della Crisis aprendo il mondo alle sue “magnifiche sorti e progressive” e al suo stato perenne di agitazione, nonché alla vita umana infelice. Che v’ho a dire? Elisei raccoglie il canto “notturno e disperato” dell’uomo Giacomo Leopardi, dialogando come fosse un amico, ma senza mai “risolversi” e concedendo alla natura umana la sua “anima in pena e in tormento” somigliante alla vita che tende.

Dov’è la vita che abbiamo perso vivendo? Grazie al lavoro prezioso di Elisei, con grande cura Leopardi ci prende per mano e ci orienta come bussola di fronte al nostro autentico e quotidiano disagio, mettendoci sempre in perenne crisi con l’augurio che questa condizione di cambiamento totale sia la freccia che scocca nel seme della speranza, come una ginestra “dal capo innocente” in un disperato e continuo “no” desiderosi di una “felicità” negata.

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copertina
Autore
Mario Elisei
Casa editrice
Liberilibri
Anno
2018
Genere
saggistica
Formato
Rilegato
Pagine
120
ISBN
9788898094547
Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.