Il libro dei mostri

Il libro dei mostri – Juan Rodolfo Wilcock

A cento anni dalla nascita di Juan Rodolfo Wilcock, poeta, scrittore, critico letterario argentino, naturalizzato italiano, grazie alla casa editrice Adelphi, ritorna in auge con un capolavoro pubblicato per la prima volta nel 1978, Il libro dei mostri. Nato a Buenos Aires, da madre italo-svizzera e il padre inglese, a quarant’anni Wilcock si trasferisce in Italia, rinunciando ad una carriera avviata di ingegnere sia alla frequentazione di amici come Borges, Ocampo, senza nemmeno ottenere mai la cittadinanza italiana, che avverrà solo postuma.

Nel 1960 Juan Rodolfo Wilcock decide di lasciare Roma –  nella quale viveva da alcuni anni, dopo aver lasciato definitivamente l’Argentina – poiché reputa che fosse già troppo caotica per i suoi gusti e si trasferì nel territorio a meridione di Velletri, dove abita per un decennio. Dopo il 1970 va a vivere nella periferia est di Roma fino al 16 marzo 1978, in cui muore per problemi cardiaci nella sua casa di Lubriano. Negli ultimi tempi, su invito di Fausto Gianfranceschi, collabora alla terza pagina del quotidiano romano Il Tempo Il bestiario fantastico di Wilcock si accompagna ad una scrittura pirotecnica, disegnando un mondo “ipocrita” nella sua mondanità, ostile al nuovo, accusando persino la stupidità paratelevisiva del canzonettista. Ma in fondo i mostri tanto cari a Wilcock  non siamo altro che noi. Siamo sempre presi per quel che sembriamo. La letteratura wilcockiana è attuale e ci fa riscoprire “mostruosamente” il nostro piccolo mondo e le sue ipocrisie.

Juan Rodolfo Wilcock scoperchia il mondo, e con humor nero fa crollare ogni luogo comune e ideologia. Lo scrittore, ne Il libro dei mostri,  fotografa con “ironia” una galleria di sessantadue “mostri”, dal bellissimo Anastomos fatto di specchi ad Eliio Torpo, il geometra che si occupa di affarucci, dallo studente del terzo anno di Architettura Manno Lasso che si scopre al suo risveglio tutto coperto di piume bianche al mal ridotto in un portacenere di legno Zulemo Moss, dal capitano Luiso Ferrauto e la sua pelle di neonato all’invalido agrimensore Bene Nio fino ad arrivare al teologo professore Giocoso Spelli. La “mostra” dei mostri continua con la grassa Graziella Link, l’ufficiale postale peloso Frenio Guiscardi, il falegname Primio Doppo che “partorisce” uova e il giovane dottore Ugo Panda che celebra cantastorie. Arriviamo a conoscere il Cardinale Mondo Tuto, Gaio Forcelio e il suo aspetto imbarazzante, il ragionerie Anchise Scabbia radioso come un cigno, nonché lo stato di putrefazione avanzato in cui si trova Fulvia Net. Mario Obradour è un manichino di plastica , mentre Effio Daudaben è l’unico esemplare vivente di ominide fossile e il Cavaliere del Lavoro Bellestar è invece una mummia che si è fatto fare un sontuoso sarcofago tutto dipinto dentro e fuori con bande rosse, nere, dorate e verdi. Proseguendo nell’intenso viaggio “bestiale” di Wilcock incrociamo la robusta costituzione di Pelagra Rete, la massa di vermi (non meglio definita) del critico letterario Berlo Zenobi, mentre Pier Del Rotti vive in un serbatoio. Poi c’è  l’ambiziosa Juana Pé. Tra il fuoco di un incendio e il crollo di una trave incontriamo Resio Bombi che ha appena perso i sensi, invece Erbo Meglio si presenta nella sua fattispecie legnosa e Maesto Copio addirittura cresce piatto come un foglio di carta. Il Maresciallo Cono Liscarello, dall’aspetto orribile si è appena mutato in un diavolo dell’Inferno e Fermo Zeschi dalla sua incredibile altezza si ritrova coperto di squame ossee, invece Fizio Milio, nella sua modestia lo troviamo nell’angolo sotto forma di una fosforescenza diffusa. Massenio Lippi è irraggiungibile per la povera fidanzata Lolla, appare in tre punti contemporaneamente dell’orizzonte, ripetuto, mentre l’assistente sociale Ilio Collio risulta scivoloso, causa una specie di olio che gli esce dalle mammelle e Mino Verdi con la sua testa di torello non fuma, non beve alcolici e impara in parrocchia a fabbricare paralumi di pergamena. Elviridio Tatti si trova in camera di rianimazione, Eher Sugarno, validissimo poeta sulla linea di Montale ci viene incontro dentro una capsula di papavero e Caro Addobone invece vibra continuamente, una vibrazione e mezza al secondo.

La trapezista Brisia la scopriamo malata e in continuo aumento del suo volume fisico e Don Dulio Ferrante si riconosce con tre gambe, invece nell’avvolgente schiuma rosa appiccicosa si nasconde il maestro di musica Amelio Sligo, mentre il sostituto procuratore della Repubblica Branco Oligi si riscopre ragazzo e si presenta con i calzoni corti, per poi accorgerci che il dottore, veterinario Lurio Tontino si trasforma in un asteroide. Il giovane Vinizio Stadera è in realtà due persone, due fratelli siamesi, scomodamente uniti per il ventre, Uffolino è la bestia marina, Memmo Gaibisso è un punto stagliato sul muro, Violenzo Luca è trasparente come il vetro e invisibile come il finanziere Junius Polla, luminoso al buio come Melo Merino. Paola Udovic è l’immagine della sofferenza, Evasio vive continuamente nel suo adattarsi all’evoluzione imprevedibile delle membra nuove e il dottore Arrigo Ploz si ritrova ad essere un nulla, “nulleggiando” e null’altro. Il commercialista Occas Navi è un uomo negativo e persino il suo nome in origine (Ivan Sacco) ha mutato segno. Pargolo Ciumo è peggio di un gabinetto di decenza e Ruzio Haub-Haub è in tutto simile ad una vipera, ma non morde. Angolo Spes è il più nano dei nani (trenta centimentri). Busso Tardo lo incrociamo con il suo viso asimmetrico e lo scheletro di Pino Scarro, mentre il dottore Piramide Vedo, magistrato della Corte di Appello, giudica seduto per il pericolo di rotolare, mentre Nuno Tuno non fa altro che sbavare e Oliviero Fraglie non sarebbe così brutto se non fosse così verde, invece l’anarchico Eperone Stup pensa a buttare bombe che non butta mai e Severo Carino trasuda una specie di orina arancione e Nerone Borio è una specie di canocchia, Afrodung Lu un corpo marrone ed infine Alsumma somiglia ad una farfalla. Nella manifestazione “bestiaria” di Wilcock assistiamo ad una perenne mutazione genetica, corpi in transizione, da uno stato materiale a quello immateriale, da uno stato liquido ad uno gassoso.

Il libro dei mostri non imita, ma accusa la vita quotidiana odierna, i suoi difetti. Nella cover del libro della nuova edizione 2019 emerge un mostro a tre teste tratto da un’opera del genio tardorinascimentale Ulisse Aldrovandi (Tavola di animali), differente dall’edizione, sempre di Adelphi, del 1978, dove troviamo l’opera della oittrice e scrittrice surrealista Leonora Carrington  (E allora andammo dalla figlia del Minotauro). Ogni mostro non solo è un mostro comune, cioè un uomo, paradigma del mostro. Il libro dei mostri, uscito nel 1978 e oggi ripubblicato da Adelphi è un testo fuori da qualsiasi classificazione. Esso raccoglie racconti grotteschi, si fa romanzo surreale, manuale di tetralogia, bestiario, atlante di antropologia fantastica. Centoquarantatre pagine sono le pagine in cui il narratore, Juan Rodolfo Wilcock, traduce il contemporaneo esistere avvelenando qualsiasi stramberia quotidiana, e sa essere maestro unico e poeta, traduttore graffiante di una incantevole visione dell’avvenire.

copertina
Autore
Juan Rodolfo Wilcock
Casa editrice
Adelphi
Anno
2019
Formato
Brossura
Pagine
143
ISBN
9788845933608
Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.