Fabrizio Patriarca

Intervista a Fabrizio Patriarca: il romanzo per ritrovare il sentimento della mancanza

Abbiamo realizzato questa intervista a Fabrizio Patriarca, l’autore del romanzo L’amore per nessuno, uscito nel 2019 per minimum fax. Con questa chiacchierata abbiamo cercato di entrare tra le righe del libro, cercando di capire la realtà di oggi tra reality, mass media, social, tecnologia e rapporti umani. Fabrizio Patriarca parla della generazione attuale, di quelle future. Cosa può davvero sconfiggere L’amore per nessuno? Cosa può farci tornare a provare il sentimento della “mancanza”. Lo scopriamo in questa intervista a Fabrizio Patriarca.

L’AMORE PER NESSUNO – LA RECENSIONE DEL NUOVO ROMANZO DI FABRIZIO PATRIARCA

Fabrizio Patriarca, nel tuo ultimo romanzo, L’amore per nessuno, descrivi sostanzialmente la realtà, i giorni nostri. Come è arrivato lo spunto per questa storia e quanto la quotidianità ispira la tua letteratura?Non ho mai smesso di pensare alla Franzoni. Naturalmente ho letto le carte dei processi, gli articoli di giornale, le perizie… tutto inutile. Ai fini narrativi, intendo. A un certo punto mi sono trovato nella spiacevole situazione del cacciatore di tesori in Titanic: dovevo cercare di capire tutta quella vicenda “col cuore”, ma non era possibile. Non potevo raccontare Cogne. Se uno vuole comprendere Cogne “col cuore” forse è davvero più utile andare a rileggersi la Medea di Euripide. Però potevo mettere da parte il cuore e raccontare di un tizio che prova a raccontare la Franzoni. E dove se non in televisione? Sentivo che c’era ancora troppo spazio per il cuore. Allora ho pensato a un tizio che vuole raccontare Medea facendo recitare la Franzoni. Questa era abbastanza assurda: una trovata talmente buffonesca da rappresentare bene un tempo come il nostro – in cui, per dire, un paio di ministri mascherati allestiscono un teatrino aeroportuale per accogliere il terrorista latitante da trent’anni. Il fatto è che per raccontare la realtà italiana devi toccare le corde del farsesco, del grottesco, dell’inverosimile – che prima o poi s’avvera, e spesso molto prima di quanto pensi. Posto che il romanzo racconta sempre un quotidiano, nel senso che la materia di cui è fatto ordina come una quotidianità anche la più lontana ricognizione storica, e posto che il romanzo contemporaneo post-postmoderno alloggia con naturalezza, anche quando documentatissimo, sviste autoriali o citazioni che violano la coerenza cronologica. Ma se pensi la storia del romanzo semplicemente come un insieme dei romanzi ti rendi conto che là dentro non c’è cronologia che tenga: contano le storie, conta la scrittura, il dialogo tra un testo e l’altro. Quanto a me non inizio mai dal desiderio di “raccontare una storia”. Parto invece dal desiderio di scrivere, poi cerco un soggetto adatto al mio carattere. Nel caso de L’amore per nessuno la prima scena a cui ho pensato, anni fa, è quella in cui i due personaggi principali non ricordano il nome del bambino ucciso. Sono partito da lì: dall’obliterazione del vero dramma, e in fondo nel romanzo nessuno comprende quale sia il dramma reale da mettere in scena.

L’immagine di Annamaria Franzoni è una delle più forti nella tua storia. Quanto ha segnato questo personaggio nella vita di Fabrizio Patriarca e nella vita pubblica del Paese, e perché?
Nel libro uno dei personaggi sostiene che la Franzoni sia l’ultima grande icona che la società italiana ha partorito prima di rimanere intrappolata nel calderone di meme che è oggi. È un’idea a cui lo stesso personaggio non riesce a credere fino in fondo, ma certe idee sono appunto così: imprecise ma funzionali. Quindi l’idea stessa è un meme, se vuoi. Franzoni segna il passaggio da un secolo, il Novecento, dominato dalla figura di Edipo, da figli che smantellano i padri e le loro opere, al secolo seguente, il nostro, in cui invece domina Medea – quest’epoca strana in cui quelli che ti hanno messo al mondo si adoperano premurosamente per distruggere il tuo futuro. Ai tempi delle indagini su Cogne la gente si schierava tra innocentisti e colpevolisti. Quando lo scorso febbraio hanno dato l’annuncio che la Franzoni aveva finito di scontare la pena gli schieramenti erano tra chi “ha fatto troppo poco carcere” e chi invece “ troppo”, o “il giusto”. L’immagine di Annamaria Franzoni è servita soprattutto a sottolineare quanto questo paese abbia bisogno di schierarsi, e sempre con una determinazione da tifo calcistico. Per il romanzo ho dovuto immaginarle entrambe con grande sforzo di nitidezza: la Franzoni innocente, distrutta dalle accuse, dal processo, dall’opinione pubblica, e la Franzoni colpevole, mentre uccide il bambino. Ognuna delle due visioni mi è insopportabile per motivi diversi. Non credo che i figli italiani, dopo Cogne, abbiano smesso di guardare con fiducia alle proprie madri – però il paese ha impostato una certa riflessione sull’influenza mediatica nei casi di cronaca, sulla liceità dei processi televisivi, sul limite della rappresentazione o sull’indecenza delle trasmissioni che rimestano nel dolore ecc. Il problema è che i media erano coinvolti direttamente in quella riflessione e hanno risposto nell’unico modo che conoscono: quindi dopo diciassette anni da Cogne abbiamo ancora processi celebrati negli studi Tv, condanne o assoluzioni via tweet, sciacallaggio sui drammi altrui. È una guerra tra l’intelligenza a l’audience, tra voracità e sensibilità: che la Franzoni ne sia diventata il simbolo è un’ulteriore ferita per lei come persona.

Fabrizio Patriarca

Volevo approfondire con te il concetto di mass media, di talk e reality soprattutto. Che ruolo hanno nella vita sociale di oggi e che ruolo invece potrebbero avere per le generazioni prossime?
L’ondata dei reality-show è alle nostre spalle. Ci ha lasciati con l’impressione rafforzata di quanto la televisione, nonostante un approccio sociologico o sperimentale, tenda in un breve volgere di stagioni a riconfermarsi come luogo del falso. Nel medio-lungo termine credo succeda anche di peggio. Oggi si utilizzano le immagini dello sbarco sulla Luna per alimentare le teorie del complotto. Vedrai che tra quarant’anni le mie figlie – che allora saranno mie coetanee – dovranno fronteggiare lo zelo saputello di gente che sosterrà, per esempio, che le Twin Towers non sono mai esistite. Altro che complotto dell’11 settembre. Diranno che proprio non c’erano le torri e dunque nessuno schianto aereo, che si è trattato di una massiccia manipolazione video, di un gigantesco falso mediatico. Lo diranno, ne sono sicuro. I reperti televisivi seguono – e forse è un contrappasso – la dinamica storica del cinema: all’inizio la televisione mantiene un grandioso potere documentale, poi nel lungo prevale il potere mitologico dell’immagine, come sempre al servizio del primo idiota di passaggio: vedrai che diranno “ma quale attacco aereo, quello era espressionismo”. Mi consola pensare che gli imbecilli di domani sosterranno l’esistenza in tempi recenti del velociraptor, adducendo come prova Jurassic Park. Quanto ai talk show dimmi tu se riesci ormai a distinguerli da quei ronzii di sottofondo ci cui percepisci l’esistenza soltanto nel momento in cui cessano. Il talk show è una parabola tra generi letterari: parte da un presupposto nobilissimo, garbato, settecentesco, tutto arte-della-conversazione, poi si schianta dentro la “riunione di condominio”, che è un genere letterario strettissimo e regolatissimo, con le sue performance attese nel giusto ordine e lo spazio vincolato per panoramiche e close-up, insomma il surrogato un po’ fracassone di un genere invece severo come la pornografia. Dunque non credo che il pubblico cosiddetto “giovane” possa appassionarsi ai talk. La situazione mi ricorda, in maniera buffa ma sintomatica, i tempi in cui ero ragazzo e vedevo mia nonna sciropparsi ore e ore di Veronica Castro in ogni declinazione possibile di telenovela – zero interesse da parte del sottoscritto, però mi ero abituato, la prendevo così, un frammento, diciamo, dell’arredo mediatico di casa. Come, per dire, le residenze dei rapper o dei narcotrafficanti nei film d’azione americani: entri e già sai che devi aspettarti una maxi-tv dove sta girando Call of duty o GTA (in questo senso il Thor di Avengers Endgame è davvero l’alieno inaspettato: a casa sua si gioca a Fortnite). Ecco, i talk dovremmo pensarli come l’arredo mediatico delle case italiane: il fatto che siano appannaggio delle reti generaliste la dice lunga sul loro tasso di deperibilità – sarebbe bello inserirli in un aggiornamento de L’italiano di Toto Cutugno, nello spazio tra “con un vestito gessato sul blu” e “la moviola la domenica in TV”. Però, insieme alla Rete, sono i luoghi dove la politica parla, enuncia, promette, smentisce, rinnega, strilla, protesta, intima il silenzio o consiglia agli avversari la vergogna. Ovvero cazzeggia, sotto le spoglie della serietà. A me piace il cazzeggio-cazzeggio, onesto e consapevole, senza infingimenti. Per questo a volte ripenso con nostalgia ai miei imberbi, fanciulleschi, trituratissimi coglioni quando in casa guardavano Tribuna Politica, quello stato di profondissimo assorbimento in uno scazzo mortale, senz’altro prossimo al Satori buddista – quanto mi manca.

Viviamo sempre più di tecnologia e sempre meno di rapporti umani. Questo vale anche per Riccardo Sala, il protagonista della tua storia? Che cosa ricerchiamo nella tv e nei social che la realtà non riesce a darci?
Direi che oggi ricerchiamo una concrezione di noi stessi in chiave automitologica e se possibile superomista. Una ri-creazione, dunque. Cioè non mi basta rifondarmi come il demiurgo di me stesso: ri-creazione dev’essere soprattutto amusement, dev’essere pure divertente – quindi niente riposo il settimo giorno, magari giusto un po’ nelle fasce “fredde” di Twitter o Instagram, quando non conviene postare. Il mio personaggio, Riccardo Sala, è uno che in qualche modo fa parte dell’apparato, dunque dovrebbe risultare immune alle sirene tecno-social, invece non è così. Siamo piuttosto lontani dal modo in cui Adorno leggeva il racconto di Ulisse e delle sirene. È finita la cera per le orecchie dei dominatori. L’apparato s’invesca, per usare un glorioso termine dantesco. Anche l’apparato è sprotetto, alla mercè delle sue creazioni. Zuckerberg s’invesca con Facebook, Baricco s’invesca nel suo Game. Però dico: quando uno scrittore immagina qualcosa, poniamo: una superficie liquida, quello che il suo cervello fa è muoversi spontaneamente su costruzioni narrative che corrispondono a precise scelte lessicali, per cui dentro quella superficie liquida posso “galleggiare”, per dire, o “sguazzarci” o… insomma, ci siamo capiti, no? Qual è il rapporto di tutto questo con una supposta realtà? Più aumenta la capacità di rappresentazione più si avvicina la soglia del grottesco – immagina un plastico realistico di Roma e uno zoom che ti porta dentro la ricostruzione degli studi di Porta a porta e lì il plastico della villetta di Cogne completo di televisore acceso su Porta a porta, e così via come dentro a un frattale, un’infinita matrioska… Parliamo, credo, di sezioni di realtà non sufficientemente intense o sufficientemente profonde da ambire a costituirne l’anima – ma sufficientemente estese da alimentare abbagli, sviste, false certezze ecc. Sezioni spesso organizzate in quelli che DFW chiamava “fattoidi”. Ci vorrebbe un nuovo Wittgenstein per occuparsene. Nel frattempo i romanzieri tirano qualche sasso.

Fabrizio Patriarca, credi davvero che nel mondo di oggi regni L’amore per nessuno? E se c’è, cosa può esserci di peggiore?
Di peggiore c’è il fatto di non avvertire quella mancanza come una mancanza. Oggi le persone pronunciano parole di odio, convinte che siano parole d’amore. La gente odia, ed è seriamente convinta di amare. “Scusate, l’ho ammazzata, è che l’amavo così tanto”. “Non sono razzista, è che amo il mio paese”. Se pensi che siamo il popolo che ha accolto e perfezionato la lirica amorosa, ‘sta roba fa accapponare la pelle. Quello che mi interessava, nel libro, è la progressiva sostituzione degli opposti, odio/amore, l’uno incistato nel linguaggio dell’altro: del resto viviamo nel tempo in cui la capacità innanzitutto dialettica di sostituzione degli opposti è stata elevata a simbolo di “maestria” politica. Viviamo il tempo che celebra lo storytelling – perché affascinato dal suo innegabile potere. Il mio libro è anche una presa in giro dello storytelling. Alle eroine della tragedia greca – non solo Medea – viene spesso inflitto uno storytelling da uomini che incarnano il potere costituito, e quelle danno giustamente di matto. All’opposto dello storytelling-persuasione, che deve colmare ogni vuoto – perché altrimenti non funziona – metto dunque il romanzo, che invece pratica l’infrazione, e può assumersi il compito di ripristinare, se non altro, il sentimento della mancanza.

FABRIZIO PATRIARCA è nato e vive a Roma. ha pubblicato due saggi: Leopardi e l’invenzione della moda (Gaffi 2008, Premio Cardarelli per l’opera prima di critica letteraria) e Seminario Montale (Gaffi 2011) e due romanzi: Qualcosa abbiamo fatto (Gaffi 2011) e Tokyo Transit (66thand2nd 2016). Lavora per WestEgg Editing & Oltre.

Donato Bevilacqua

diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.