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Paul Klee: alle origini dell’arte

L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.
L’arte è l’immagine allegorica della creazione.
Paul Klee

A Milano si è conclusa una spettacolare mostra su Paul Klee a cura di Michele Dantini e Raffaella Resch, con un’ampia selezione di opere di Klee sul tema del “primitivismo”, includendo sia epoche preclassiche dell’arte occidentale (come l’Egitto faraonico), sia epoche sino ad allora considerate “barbariche” o di decadenza, come l’arte tardo-antica, quella paleocristiana e copta, l’Alto Medioevo; sia infine l’arte africana, oceanica e amerindiana. Il concetto di “primitivismo” si trasforma in Klee come arte “selvaggia” e “primitiva”in coincidenza con il suo primo viaggio in Italia e la scoperta dell’arte paleocristiana a Roma, tra l’autunno del 1901 e la primavera del 1902.

A BRISTOL UNA MOSTRA SULL’ INQUINAMENTO DEGLI OCEANI

L’artista svizzero è un grande conoscitore della storia dell’arte occidentale in tutta la sua ampiezza e varietà. Il concetto di primitivismo è la ruota su cui gira l’intera mostra che lega l’artista a diversi incontri culturali che gli permettono di sviluppare un’arte profonda e complessa recuperando le origini e rispondendo alle teorie sul colore di Delaunay.

Figlio d’arte – il padre era maestro di musica e la mamma cantante –, Paul Klee nasce vicino a Berna dove poi la famiglia si trasferisce e per un periodo ondeggiò tra la vocazione pittorica, quella musicale e quella poetica. La sua passione musicale però probabilmente lo portò, dopo gli studi classici, a sposare una pianista e a continuare a frequentare quell’ambiente di respiro intellettuale. L’artista cerca continuamente nelle opere d’arte “primitive” l’arte della deformazione. Sicuramente l’incontro con Kandinskij, con Franz Marc e l’esperienza condivisa del Blaue Reiter lo condurrà verso la conoscenza dell’arte astratta e il rinnovamento dell’arte sacra. Paul Klee è convinto che alle origini dell’arte ci sia sempre una religione, un “popolo” o una comunità storica e linguistica provvista di simboli comuni e riti condivisi. A partire dal 1912-1913 l’artista svizzero dissemina le proprie immagini di ideogrammi, rune o elementi “alfabetici” di invenzione, conducendo chi osserva il quadro e ne fruisce il mistero, a rinviare lo sguardo in direzione del processo che sta dietro all’immagine, sollecitando domande attorno alla significazione di ciò che vede e condurlo a leggere e decifrare l’invisibile. Klee è un’instancabile scopritore e guarda con interesse e attenzione all’arte bizantina, all’arte celtica, all’illustrazione primo-rinascimentale tedesca per trovare precedenti di un’arte (per lo più sacra) intimamente congiunta alla parola e alla “rivelazione”.

mostra klee

All’interno della mostra osserviamo come corrono parallelamente al processo di formazione artistica, dalle caricature alle illustrazioni con il gusto della miniatura e del particolare privilegiando i temi “cosmici”. I modelli a cui attinge l’artista Paul Klee sono appunto l’illustrazione tedesca tardo-medievale, le miniature celtiche o mozarabiche o l’arte del tempo della «migrazione dei popoli». Ecco che il quadro e il disegno si trasformano un manifesto “metafisico”, in cui l’opera acquista differenti livelli di lettura. L’arte di Klee si avvicina molto ad una partitura musicale: una “pittura sinfonica”. Anche attraverso gli alfabeti e le geroglifiche d’invenzione fa di Klee un “illustratore cosmico”, un antropologo del possibile, dove la ricerca etnografica acquista una sua grazia fluttuante. Un’altra dimensione in cui Klee ci accompagna è quella dell’arte dei bambini alla quale si rivolge con grande curiosità che è in fondo non è altro che una forma di primitivismo soggettivo. Proprio con il teatro delle marionette, che Klee recupera dalla tradizione nordica, nato per soddisfare una richiesta del figlio Felix, diviene poi un modo autentico di espressione del pittore.

Infine la sezione dedicata a policromie e astrazione dove Paul Klee non solo supera la forma, la scomposizione, la non riconoscibilità della figura, ma rivela attraverso un’azione complessa lo sconfinamento oltre l’oggetto, la sua trascendenza per un’architettura astratta e una costellazione policromatica.

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Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.