Davide Camarrone – Lampaduza

Non dovrebbe essere lasciato andare Lampaduza, questo gioiellino che Davide Camarrone pubblica per Sellerio, e che è frutto di un lavoro pieno di tante cose. Di quest’isola si parla tanto (forse troppo) quando si è costretti a piangere i cadaveri dei migranti che perdono la vita in mare, nella speranza e nel sogno di sbarcare da questa parte, convinti di una vita migliore. Se ne parla male però, perché mai si ha il coraggio di far tornare a galla anche la memoria storica assieme a quei corpi.

Camarrone, invece, ha preso la storia degli ultimi anni e l’ha intrecciata in diversi piani comunicativi, facendo convivere la fluidità narrativa col reportage, l’inchiesta con il giornalismo di qualità. Rimettere insieme i pezzi di un puzzle le cui tessere si perdono nell’idiozia della politica non era compito facile, ma partendo da ciò che fa di ogni giornalista un vero giornalista, cioè il desiderio e la curiosità di scoprire, il toccare con mano e vedere coi propri occhi la realtà, si può tracciare una strada da seguire. Lampaduza (così la chiamavano gli arabi) è una lettura che offre mille spunti di riflessione: la storia del Mediterraneo, mare di guerre e conquiste; la rivolte della Primavera araba; gli accordi con Gheddafi per i respingimenti; la militarizzazione delle coste; la vita quotidiana di ogni migrante; la stupidità cieca di sindaci e politicanti.

Certo, come sempre le storie parlano a chi vuole ascoltare, e non aspettatevi che i razzisti aprano le braccia a nuovi sbarchi semmai dovessero leggere questo libro. Ma ciò che può essere detto e denunciato va urlato con forza. Per chi sa ascoltare, invece, le storie e i miti che si intrecciano in Lampaduza lasciano un senso di smarrimento, quasi un senso di colpa per l’indifferenza e il silenzio di cui tutti siamo colpevoli. Così come va detto che ancora molto si deve fare per trovare un argine e un equilibrio che unisca legalità e solidarietà. Parliamoci chiaro, il grado di civiltà di un Paese si misura anzitutto dalla capacità di accoglienza e di solidarietà. Da questo punto di vista, non siamo un Paese civile. Non lo siamo nemmeno dal punto di vista della memoria: troppo spesso ci dimentichiamo delle nostre migrazioni, della nostra povertà, di quanti italiani sono ora sparsi nel mondo e, nel mondo, hanno portato il seme della cultura, della diversità e, in qualche caso, della delinquenza e della criminalità. Il meglio e il peggio di una nazione insomma, come in ogni cosa.

Non saremo mai un Paese civile se non capiremo che ormai i confini geografici sono un concetto astratto tanto quanto il colore della pelle, e che combattere qualche mulino a vento in meno permetterebbe di salvare qualche vita in più. Il razzismo non è un’idea politica ma, purtroppo, un modo di vivere, insito spesso nelle persone che ci stanno accanto: amici, compagni, parenti. Si nutre di ignoranza, di ideologia, spesso di fede. Volenti o nolenti, con una piccola splendida isola siamo la porta dell’Europa, altro concetto astratto. Quell’isola, Lampedusa, l’abbiamo già deturpata lasciandola sola a combattere un’emergenza umanitaria. Se le cose cambieranno sarà solo grazie ad uno sguardo diverso su chi ha il coraggio di partire, di sfidare il mare per salvare vite, di accogliere e di raccontare. Solo così potremmo ripescare non più cadaveri, ma pezzi di civiltà.

ISBN
9788838931765
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diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.