Carmelo Barbaro

Verso mondi nuovi. Carmelo Barbaro tra eroi e fantascienza

Dopo Piccoli mondi. Q&U, il giovane autore calabrese pubblica il suo primo romanzo, Cieli d’Avorio, un omaggio ai grandi maestri della fantascienza e un modo per proiettare la realtà altrove. Nelle sue storie, però, vince sempre la normalità. Perché essere eroe vuol dire soprattutto saper rischiare e sconfiggere la paura.

 

Carmelo, il tuo nuovo libro è un omaggio alla fantascienza. Quanto è stato importante questo genere nel tuo percorso come scrittore, e perché?

La fantascienza, per come la intendo io, non è un genere: la considero un’ambientazione. Alcuni tra i romanzi più famosi della storia sono di genere fantascientifico. 1984 di Orwell, Brave New World di Huxley, Fahrenheit 451 di Bradbury. Ennio Flaiano si cimentò con la visita di un marziano a Roma e utilizzò questo espediente per fare un lucida riflessione sulla società e l’informazione. Il mio rapporto con la fantascienza è antico e viscerale. Fin da ragazzino ho scelto da me i libri da leggere e a casa c’era una varietà di titoli non indifferenti: storia, libri gialli, enciclopedie, fumetti. Ho cominciato con Moby Dick, un vecchio volume appartenuto a mio nonno, rilegato con il filo e le pagine ingiallite. Poi mi capitò tra le mani Cronache Marziane di Bradbury. Mi colpì molto il modo di scrivere, la trama e i personaggi e così lessi Fahrenheit 451. Ero sempre più incuriosito dalla capacità di questi scrittori di astrarre, immaginare futuri e mondi paralleli e paradossali. Hanno preso un problema, un aspetto della nostra società, lo hanno amplificato e portato ai massimi termini, scandagliandone le implicazioni e le trasformazioni: un lavoro incredibile, ai miei occhi. Ne sono affascinato tutt’ora.

E quindi, perché scrivere di fantascienza?

Credo che la mia inconscia decisione di scrivere di fantascienza sia dovuta alla mia inclinazione umanistica e la mia formazione scientifica. Inventare tecnologie, mondi, situazioni politiche distanti mette d’accordo e fa collaborare gli emisferi del mio cervello, altrimenti perennemente in conflitto. È da notare anche che ogni autore di fantascienza ha il suo modo di usarla: Asimov parla di imperi galattici, storia della razza umana fino a concepire una galassia senziente. Dick sfrutta la fantascienza per indagare l’intimità, i problemi del singolo individuo. In buona sostanza, mi trovo molto a mio agio ad affrontare pensieri che magari mi turbano nella vita reale di tutti i giorni su un altro pianeta, in un altro tempo, dentro una colonia spaziale perché posso fare andare le cose nel verso che ritengo giusto o prospettare una conclusione che qui sulla Terra non si ha, per infiniti motivi, il coraggio di ammettere. Forse un domani sarò un produttore seriale di best seller, ma al

momento adoro troppo scrivere quello che mi pare come mi pare.

(Cieli d’Avorio, il nuovo libro di Carmelo Barbaro)

Sei passato dai racconti al romanzo vero e proprio. Un segno di maturazione evidente, ma che cosa cambia nei due modi di scrivere, ed in quale dei due ti senti più a tuo agio?

Il racconto è la forma che ho preferito per molto tempo. Mi ha permesso di trasformare un difetto in un pregio: la sinteticità. Il romanzo mi ha permesso di esplorare le mie capacità di scrittore: una trama vasta, personaggi molto diversi tra loro che dovevano interagire, scenari differenti e in continuo mutamento. I due modi di scrivere sono diversi dal punto di vista dei dettagli e della concentrazione. Sono un tipo abbastanza puntiglioso e tenere sotto controllo una trama complessa, cosparsa di particolari da incastrare è stata un bella sfida e che ho accettato con piacere. Non ho smesso di scrivere racconti, anzi. Gli embrioni delle mie storie sono sempre buttate giù in forma di racconto. Se reputo valida l’idea, lavorandoci e costruendo la vicenda può trasformarsi in un romanzo. I miei racconti “Piccoli mondi” e “Q&U” sono stati concepiti e scritti per essere dei racconti, è quelle la loro forma e tentare di farne dei romanzi sarebbe impossibile, addirittura dannoso. Mi sento di affermare che le trame che mi passano per la testa, a seconda della loro esistenza intrinseca, possono essere tanto racconti che romanzi. Tutto dipende da quale abito calza meglio.

I personaggi del tuo libro vivono una situazione difficile, precaria, in contingenze imprevedibili. Parli ad un certo punto di eroismo. C’è un vero eroe in questa storia? E cos’è per te l’eroismo, in relazione soprattutto alla scoperta di mondi nuovi e “possibili”?

Il concetto di eroe e quindi di eroismo si è modificato col trascorrere degli anni e della mia crescita personale. L’eroe romantico, tutto d’un pezzo, che sa sempre cosa fare e non ha paura di agire a prescindere dalle conseguenze è una figura che non mi appartiene più.. Superman mi è sempre stato un po’ antipatico, per capirci. Sono giunto a credere che tutti possono essere eroi, o meglio avere comportamenti eroici. La differenza tra eroe e vigliacco, a mio modesto parere, è molto sottile, quasi labile. Talvolta l’eroe lo è suo malgrado. Penso che eroismo voglia dire restare dove si è e difendere ciò in cui si crede, ben sapendo che la possibilità di venire sconfitti è molto alta. Questa condizione, se ci si riflette un attimo, la si può trovare ogni giorno in ufficio o in coda alla posta, durante un concerto o nelle file di una manifestazione. Uomini che considero eroici sono Beppino Englaro e Nicola Gratteri. Persone che si battono per quello in cui credono, per anni, da soli, con speranze ridotte al lumicino. Avessi io la loro fibra…Nella mia storia non vedo un eroe nel senso stretto del termine, ma le situazioni che si vengono a creare costringono i personaggi a interrogarsi su chi siano e soprattutto da che parte desiderano stare, per quale motivo fanno ciò che fanno e cosa sperano di ottenere. Non credo sia possibile scoprire nuovi mondi senza rischiare, senza avere paura. Il trucco è avere il coraggio, cercare nel profondo e sincerarsi di avere la forza di affrontare il cambiamento. E se non la si trova, cercare meglio.

(Il suo esordio letterario nel 2012 con Piccoli Mondi. Q&U. Leggi qui la precedente intervista)

La sensazione è che per te conti molto l’aspetto umano di ogni personaggio, la personalità che si modella proprio in relazione al mondo esterno. Un tema che toccavi anche nel precedente libro e che ti affascina. Ce ne vuoi parlare?

La sfera emotiva dei personaggi è importantissima per la stesura delle mie trame. Basta che guardi me stesso oggi e com’ero appena tre anni fa e le differenze tra uno e l’altro risultano evidenti. Il processo di crescita, inasprimento, abbellimento, riguarda tutti noi ma è dal passato che parte tutto. Anche se non lo spiego sempre chiaramente, tutti i miei personaggi hanno una storia umana e complessa, come le persone che ho incontrato e che continuo a incontrare. Le vicende che ci toccano in prima persona, quelle traumatiche e bellissime, lasciano segni indelebili che tentiamo pure di nascondere ma che alla fine si faranno vedere. Aver visto da vicino l’amore, la morte, l’indifferenza, l’amicizia, la solidarietà non può lasciare indifferenti: siamo creature fragili, per quanto sia scocciante ammetterlo. Non posso fare a meno di domandarmi, quando creo un determinato aspetto caratteriale di un personaggio, cosa gli sia capitato nella vita, nella sua vita, per farlo agire o reagire in certo modo. E lì si mescolano le mie esperienze, quelle dei miei amici, le storie che ho sentito e le mie personali elucubrazioni. A volte mi sorprendo io stesso quando un personaggio fa qualcosa d’inaspettato, che sfugge al mio controllo. Poi paragono quel gesto a quelli che ho fatto io, a quelli che ho visto o che mi hanno raccontato e capisco che è proprio questo il punto: non posso certo sperare che chi ha un bagaglio di vita vissuta possa essere costretto in uno schema. Mi diverto come un pazzo quando i miei personaggi mi sorprendono e penso che divertano anche chi legge.

Dai Piccoli Mondi sei passato all’universo sconosciuto. E forse, come dicevamo, il Carmelo Barbaro scrittore sta guardando lontano. Anche il Carmelo uomo sta lasciando il suo rifugio per volare lontano?

Chi può dirlo? Bisogna avere il coraggio di perdersi per trovare la propria strada, parafrasando Tiziano Terzani. Non ho il minimo indizio su ciò che il futuro mi riserva e mi va bene così. In questi ultimi anni abbiamo assistito a eventi di portata mondiale, crisi e rivoluzioni che la mia, la nostra generazione non solo non aveva mai visto ma non aveva nemmeno immaginato. Volare lontano, volare alto significa avere una buona visuale; riuscire a scorgere e sorvolare il posto dove si è cresciuti, poter constatare come è cambiata la città dove si è vissuti per tanto tempo ma più importante ancora si può guardare oltre, si può ammirare il cielo inesplorato e terre sconosciute. Sì, volare lontano mi piace e lo voglio fare, atterrando ogni tanto perché i piedi per terra non fanno male a nessuno.

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Donato Bevilacqua

diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.