J.D Salinger – Il giovane Holden

“Chi sa dove vanno le anitre quando il laghetto è tutto gelato e col ghiaccio sopra”: è l’interrogativo che ha tenuto inchiodate due generazioni di lettori, e non c’è nessun motivo per credere che non sarà così anche per quelle successive. A porsi la fatidica domanda è Holden Caulfield, protagonista de Il giovane Holden, The catcher in the rye nell’originale (“l’acchiappatore nella segale”, storpiatura di un verso di Robert Burns), il romanzo cult di quel J.D Salinger che, dopo la sua pubblicazione (nel 1951), pensò bene di ritirarsi a vivere come un eremita, alimentando ulteriormente la leggenda intorno al libro.

“Se davvero avete voglia di sentire questa storia…”: è il celebre incipit del romanzo, un attacco che prende subito le distanze dalla retorica dello storytelling classico (le “baggianate alla David Copperfield”). A Holden non piace l’ipocrisia del mondo degli adulti, che tocca con mano quando, poco prima del Natale, viene espulso dall’istituto Pencey Prep per scarso rendimento. Non è la prima volta che lo cacciano di scuola, ma stavolta, con i soldi che ha in tasca, anziché tornare a casa inizia a girovagare per New York. Qui ne incontra di tutti i tipi: ruffiani, prostitute, professori “ambigui”, vecchi amici (Carl e Sally), ma sono tutte esperienze deludenti. Holden è fuori posto nel mondo, e lo sa. La consapevolezza della propria condizione di emarginato si ricollega in lui ad un senso di precarietà esistenziale, a sua volta carico di presagi di morte – come quando, durante quello che sembrerebbe un attacco di panico in piena regola, implora disperatamente il fratello Allie (morto che era piccolo ma con cui nel corso del libro dialoga più volte) di “non farmi scomparire”.

Holden, figlio della borghesia, bugiardo patentato, all’apparenza sicuro di sé, sbruffone e gran chiacchierone, vaga per la metropoli come un Ulisse fragile e smarrito, come un fantasma. Il linguaggio anticonformista e ribelle con cui tiene conto delle sue peripezie è in realtà un’attestazione di sé, della propria esistenza, in opposizione ad un sistema di regole (la civiltà) con cui non è in sintonia e da cui, alla fine, si decide a fuggire. Non prima di aver salutato la sorellina, Phoebe: è a lei che rivela che, da grande, farà quello “che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale”.

Holden qualcuno lo “afferra”, ma non è chiaro se sia un bene: il finale del libro ce lo mostra in una clinica psichiatrica, mentre attende l’inizio di un nuovo anno scolastico. Una chiusura malinconica, che sembra precludere ad una normalizzazione, la quale, però, non viene raccontata, consegnando così Holden all’immortalità.