Laurent Tirard – L’occhio del regista. 25 lezioni dei maestri del cinema contemporaneo

Può sembrare paradossale (o forse no), ma le “lezioni di cinema” contenute in questo saggio curato da Laurent Tirard attestano l’impossibilità di tracciare, nella complessa cartografia della “settima arte”, punti fissi che non siano la soggettività di ogni approccio, la forza dell’istinto nel processo di creazione e la natura “collettiva” e “orchestrale” del prodotto-film.

Chiamati a rispondere ad una serie di domande uguali per tutti, i venticinque registi intervistati dal critico e a sua volta “director” francese forniscono le ricette più disparate e contraddittorie, dimostrando, nella sostanza, la nullità di ogni regola generale ed astratta. I fratelli Coen, Allen, Von Trier, Penn, Mann, Kitano, Godard, Forman, Lynch, Stone: background, generazioni e stili diversi che si confrontano e si arrovellano su questioni fondamentali come l’utilità o meno dell’insegnamento della regia, il rapporto col pubblico (l’annosa questione del “per chi si fa un film?”), il montaggio, l’ancor più annosa questione del dove va piazzata la macchina da presa, la direzione degli attori, il rapporto con le major ecc. Le risposte, in linea di massima, riconoscono l’esistenza di una “grammatica” cinematografica, ovvero di una serie di regole codificate dai padri (Griffith in primis) e rielaborate dai maestri (Kubrick, Welles ed Hitchcock, citatissimi); tuttavia, sorprendentemente, premiano l’istinto, l’improvvisazione, la creatività, anche nel caso di registi particolarmente tecnici (Scorsese) o con il culto della preparazione (Mann).

Al di là delle considerazioni teoriche, le interviste di Tirard aprono poi un piccolo squarcio sul metodo personale di ogni singolo regista, svelano idiosincrasie, tensioni insospettabili (la “gioia” sul set evocata da Von Trier, ad esempio), significati nascosti in alcune scelte artistiche che, all’apparenza discutibili, acquistano un ottica profonda se si considerano doveri del regista l’onestà (verso se stessi) e il coraggio. Viene in mente il caso di Forman e del suo Hair: «se avessi saputo quanto quel film sarebbe stato difficile da girare non avrei mai osato avventurarmici», rivela il regista. L’elemento di autocritica è presente anche nella chiacchierata (come sempre gustosissima) con Godard, per altro su un punto cruciale: la “politica degli autori” della Nouvelle Vague, presto degenerata in un “culto dell’autore” privo di ogni significato, giacché «il suo vero obiettivo non era dimostrare chi fa un buon film, ma che cosa rende buono un film». Ecco, il volume di Tirard parla esattamente del “chi” per mostrare il “come”, pur nella consapevolezza del sostanziale mistero dell’arte cinematografica.