Ruta Sepetys – Avevano spento anche la luna

Dopo diverse letture piuttosto deludenti, ho iniziato ad andarci molto cauta con quei romanzi che la stampa, i critici e le stesse case editrici definiscono all’unanimità “casi editoriali”. Forse per questo ho iniziato a leggere Avevano spento anche la luna, di Ruta Sepetys, quando il clamore provocato dalla sua uscita andava smorzandosi, sforzandomi di non farmi condizionare dalla fama che aveva preceduto il romanzo.

Quando l’ho finito, il mio stato d’animo era piuttosto particolare: mi sentivo triste, arrabbiata eppure irrazionalmente carica, piena di vita, energia e voglia di fare.

Queste sensazioni sono state provocate proprio dal libro in questione, scritto in maniera tale che il lettore più che leggerlo lo vive, immedesimandosi a tal punto nella narrazione da condividerne le emozioni e tutta l’indignazione che intende trasmettere. Le vicende narrate sono filtrate dallo sguardo e dalle parole della protagonista appena quindicenne, una mente acuta e osservatrice seppur ingenua, caratterizzata da un candore adolescenziale che le terribili vicende narrate vanno progressivamente scalfendo, non riuscendo tuttavia a cancellarlo del tutto.

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La trama

Ruta Sepetys, infatti, è figlia di emigrati lituani scappati dalla loro terra d’origine per evitare di essere arrestati e deportati dopo l’invasione della Lituania da parte della Russia comunista. Avevano spento anche la luna racconta la storia della deportazione di massa della classe politico-economica lituana verso i cosiddetti “campi di lavoro” siberiani, veri e propri campi di tortura cui venivano destinati gli oppositori politici – o presunti tali – del regime comunista russo, capeggiato da Stalin. Nella lista nera della polizia russa figurano anche i nomi di Lina, la protagonista, di suo fratello e di sua madre, la cui unica colpa è quella di essere la famiglia del rettore dell’università, uomo colto e buono la cui figura vagheggiata e mitizzata dai ricordi di Lina somiglia moltissimo a quella del signor Frank, il padre di Anna (del resto, con le dovute differenze, non fare un paragone tra i due romanzi è pressoché impossibile), il quale è già stato preso e deportato assieme agli altri uomini.

In una sola notte, dunque, la vita di Lina viene completamente stravolta: segue un viaggio lunghissimo in carri e vagoni dove la gente viene ammassata come bestiame, privata dei diritti più elementari per fiaccare ogni eventuale, residua resistenza; sono giorni di fame, freddo e orrore che conducono i deportati nei campi siberiani, dove il gelo e carico inumano di lavoro provvederanno a decimarli ulteriormente. Eppure Lina non perde la speranza e, con essa, conserva anche la risorsa più importante di un essere umano, la compassione, intesa nel senso etimologico del termine, come la capacità di sentire il dolore altrui come il proprio, farsene carico e tentare se possibile di alleviarlo. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna, come ha sempre fatto, e attraverso i suoi schizzi prendono vita la speranza e il desiderio di lottare, di vivere per raccontare l’orrore subito e far sì che non si ripeta mai più, che mai più nessun essere umano smarrisca la propria umanità.

Avevano spento anche la luna – La recensione

Avevano spento anche la luna non è una lettura semplice, come del resto non lo è tutto ciò che riguarda l’orrore avvenuto agli inizi del Novecento, la creazione e la messa in uso di campi di concentramento volti a perpetrare il genocidio di massa di popoli e razze giudicate naturalmente inferiori. Unica, importantissima differenza, è che in questo romanzo i campi di concentramento sono diversi da quelli di cui siamo abituati a sentir parlare sia per collocazione geografica, sia per l’identità degli aguzzini, ma certo non lo sono per il male e l’alienazione umana che vi regnano incontrastate.

Nonostante tutto, Avevano spento anche la luna è un elogio dell’essere umano e della sua capacità di sopravvivere, è amore per la vita e accettazione di ciò che non possiamo controllare, ma contro cui possiamo lottare e ribellarci. Alla Sepetys, che per scrivere questo romanzo ha fatto lunghe ed estenuanti ricerche che l’hanno portata a visitare quel che resta dei campi siberiani e a intervistare i sopravvissuti, va il merito di aver portato all’attenzione del grande pubblico internazionale uno dei più terribili genocidi della storia, passato quasi sotto silenzio e talvolta relegato in secondo piano rispetto al progettato Olocausto nazista.

copertina
Autore
Ruta Sepetys
Casa editrice
Garzanti
Anno
2012
Genere
Narrativa
Formato
Rilegato
Pagine
304
ISBN
9788811686859
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