Esploratore degli antri oscuri dell’Io, speleologo dell’inconscio, cantore postmoderno di quella brulicante massa di perversioni che si agitano dietro la superficie di vite irrimediabilmente destinate alla catastrofe, lanciate a folle velocità lungo i binari di un “American dream” che nel suo tortuoso snodarsi assume le sembianze di un incubo concentrazionario, David Lynch è il prototipo dell’artista contemporaneo. Genio visionario ed irrequieto per antonomasia tra i protagonisti della settima arte, nel corso di una carriera lunga quarant’anni l’americano si è cimentato con le più disparate forme espressive, evidentemente desideroso di superare i limiti imposti dal linguaggio cinematografico al suo tentativo di tracciare un affresco delle pulsioni più riposte dell’uomo e, per traslato, di una nazione intera. Dopo la pittura, la scultura e le installazioni multimediali, Lynch ha deciso di accostarsi definitivamente alla musica con un album tutto suo. Non è la sua prima incursione nel mondo delle note. Da sempre cultore della materia, in passato ha curato (assieme ad Alan Splet) la soundtrack industrial-rumorista di Ereaserhead (il geniale esordio del 1977) e messo il naso in tutte le colonne sonore delle pellicole realizzate, stabilendo un’imprescindibile sodalizio con Angelo Badalamenti che oltrepassò i confini del commento sonoro per approdare all’album di canzoni vero e proprio (“Floating into the Night”, 1989, e “The Voice of Love”, 1993, cantati da Julee Cruise). A ciò vanno aggiunti “Bluebob” (2001), inciso con John Neff, “Polish Night Music” (2008, rivisitazione della colonna sonora di INLAND EMPIRE) e la collaborazione con Mark Linkous e Danger Mouse per l’ottimo (e transmediale) “Dark Night of the Soul”(2010). I precedenti sono tanti, insomma, ma nessuno di questi costituisce, in effetti, una prova solista vera e propria. Ora, con “Crazy Clown Time” possiamo dire che anche tale lacuna è colmata.
“Perturbante” è l’aggettivo che forse più di tutti è stato adoperato per descrivere le pellicole lynchiane per la loro capacità di inquietare o terrorizzare illuminando la realtà quotidiana con una luce che ne lascia intravedere le crepe, gli squarci che aprono ad un significato ulteriore, al di là di ogni logica. Ed è esattamente lungo questo crinale che si muovono i quattordici pezzi della raccolta. “Crazy Clown Time” è un campionario di ossessioni metropolitane, di angoscianti visioni notturne, in cui l’horror vacui si mescola ad una specie di torbida sensualità e l’istinto di morte si tinge di una sfumatura quasi nostalgica. Un cupo ed opprimente fatalismo aleggia su questi blues post-industriali, su questi minacciosi soundscape desertici, accentuato anche da una tessitura minimalista in cui l’ipnosi ritmica e la manipolazione vocale accentuano il senso di una lenta immersione in una palude putrida e collosa. Dibattersi è inutile: non resta che affondare. Pinky’s Dream gioca con le nevrosi dei Suicide (c’è Karen O alla voce), Good Day Today riprende la lezione dell’elettronica danzereccia degli anni ’80, Football Game è un lento blues recitato, mentre la title-track flirta col trip-hop. She Rise Up è un bisbiglio androide su un pattern armonico ridotto all’osso ed iterativo (ancora Alan Vega e Martin Rev i riferimenti) e sorprende con aperture melodiche cariche di struggente malinconia. Movin’ On è una litania psych decisamente suggestiva.
Nonostante qualche buon numero ed ottime intuizioni sparse qua e là, a latitare è però la sorpresa. Il che, per uno come Lynch, è un paradosso. “Crazy Clown Time” indulge nelle nebbie metafisiche a lui tanto care in modo in fondo prevedibile. Non basta rallentare i tempi, dilatare i motivi e storpiare in ogni modo la voce per dare reale consistenza alle proprie fantasie. Ma questo ovviamente Lynch lo sa benissimo. Pertanto, se la sua penna stavolta è caduta in una forma di manierismo dell’orrore è solo per stanchezza, non per ruffianeria. In altri tempi, un pezzo come Strange and Unproductive Thinking sarebbe stato un capolavoro: ora è solo l’attestazione di un talento sì bizzarro ma col fiato un po’ corto.
