Ci sono spettacoli che non si guardano soltanto: si respirano, si attraversano, ci si sporcano addosso. Furore, tratto dal romanzo di John Steinbeck pubblicato nel 1939, appartiene a questa categoria. Massimo Popolizio porta in scena il grande libro americano in un lavoro di teatro di narrazione con adattamento di Emanuele Trevi, musiche dal vivo di Giovanni Lo Cascio e produzione di Teatro di Roma, Teatro Nazionale e Compagnia Umberto Orsini. La prima nazionale si è tenuta al Teatro India di Roma dal 19 novembre al 1 dicembre 2019; nella stagione 2025-2026 lo spettacolo è tornato al Teatro Argentina dal 17 al 29 marzo 2026.
È uno spettacolo che colpisce prima di tutto per il corpo, quello dell’attore, quello della scena, quello di una terra ferita che non resta sullo sfondo ma entra negli occhi, nella gola, nel pensiero. Si sente la fame, la fuga, la speranza; e poi la stanchezza del sogno, quando la promessa di una terra nuova si rivela un altro campo di sfruttamento.
Lo spettacolo è stato visto l’8 maggio 2026 al Teatro Sperimentale di Pesaro.
La trama
La storia è quella della famiglia Joad, costretta a lasciare l’Oklahoma durante la Grande Depressione e a mettersi in viaggio verso la California. La siccità, la crisi agricola, le banche, i proprietari, le macchine che divorano il lavoro umano: tutto concorre a espellere i contadini dalla loro terra. Il viaggio dei Joad diventa così una delle grandi epopee moderne degli ultimi, una migrazione di fame e dignità, di paura e resistenza.
Popolizio non trasforma questa materia in cronaca illustrata, ma in una sorta di canto ferito. Il racconto procede tra calpestii, perdita, soprusi, desiderio di giustizia. Al centro resta la domanda più semplice e più terribile: cosa accade a una famiglia, a un popolo, a un’idea stessa di umanità, quando il più forte può schiacciare il più debole senza nemmeno voltarsi indietro?

Furore – La recensione
Furore colpisce per il corpo e per la voce. Popolizio non si limita a leggere o interpretare Steinbeck, ma lo mastica, lo scava, lo fa salire dalla terra. Incalza, chiama a raccolta figure e paesaggi; il suo corpo si fa insieme narratore, testimone, superstite. Il palco, nella sua essenzialità, commuove proprio perché non cerca di sostituirsi al romanzo — lo lascia esplodere nella sua nudità. Accanto a lui, il suono di Giovanni Lo Cascio non è semplice accompagnamento, ma una presenza nervosa, tellurica, quasi un secondo narratore. Le percussioni sembrano far vibrare il sottosuolo dello spettacolo: battono come motori, passi, colpi, presagi. Il suono scuote quanto la voce, e insieme costruiscono una partitura che trascina lo spettatore dentro una marcia collettiva, dove la speranza cammina sempre accanto alla fame.
Ci si imbratta. La terra ferita entra negli occhi, nella gola, nel petto. Si sente la fame, la fuga, la speranza, e poi la sua stanchezza, il momento in cui il sogno pesa più della realtà. Si avverte il peso del calpestio, la ferocia del più forte, la brutalità silenziosa dello sfruttamento. La terra è materia viva e violata, perduta, desiderata, promessa e poi negata.
Meno convincente, invece, l’impianto visivo. Le fotografie di Dorothea Lange e Walker Evans con i volti scavati, bambini, campi, carovane, sguardi che sembrano arrivare da un mondo già in rovina, hanno una forza indiscutibile. Eppure proprio questa potenza rischia di farsi troppo didascalica, di appesantire uno spettacolo già pieno, denso della potenza del romanzo, colmo della carne viva che Popolizio porta in scena. Ogni immagine aggiunta rischia di spiegare ciò che la voce ha già reso evidente con una forza più profonda, più necessaria.
Il finale scioglie tutto. Il gesto del nutrimento materno arriva quasi struggente, non come ricatto sentimentale, ma come immagine estrema di una solidarietà che sopravvive nel punto più basso della disperazione. È lì che il cuore pesa di più. È lì che gli occhi si fanno stanchi, non tanto per ciò che hanno visto, quanto per ciò che hanno dovuto riconoscere.
Il fantasma di Tom Joad
Una voce che provoca, un palco che commuove, un suono che scuote, immagini che turbano. E poi, quando le luci si spengono, resta il peso di un fantasma. Perché Tom Joad non è mai davvero andato via. Bruce Springsteen lo sapeva bene quando, nel 1995, scrisse The Ghost of Tom Joad, uomini che camminano lungo i binari diretti da qualche parte senza ritorno, famiglie che dormono in macchina, minestra calda sotto un ponte, la fila per il ricovero che fa il giro oltre l’angolo. Benvenuti al nuovo ordine mondiale. Le parole del Boss risuonano come un’eco dello spettacolo, quasi che Steinbeck e Springsteen parlassero dalla stessa polvere, dalla stessa fame, dallo stesso fuoco. Ovunque ci sia gente che combatte per un posto dove stare, per un lavoro decente, per una mano amica, cercami, io sarò là, diceva Tom. Ed è ancora là, seduto alla luce del falò, vivo in ogni scena di questo spettacolo.
Uno spettacolo da ricordare: con qualche scheggia di polvere negli occhi, un coltello nel cuore, e il fantasma di Tom Joad che raccoglie, silenzioso, la preghiera della vita.




