Il Barbiere di Siviglia

In diretta da Siviglia. Macerata, Arena Sferisterio, 8 agosto 2026 – Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini

Una porta si apre, una telecamera si accende, un personaggio entra già recitando una parte. Sembra il set di una soap contemporanea. È Rossini, travestito da diretta tv, e a distanza di quattro anni l’idea non ha perso la sua presa. Con la replica dell’8 agosto si chiude il capitolo maceratese de Il Barbiere di Siviglia firmato da Daniele Menghini, tornato in scena identico nella sostanza al debutto del 2022, secondo titolo della 62ª edizione del Macerata Opera Festival.

Uno studio televisivo al posto di Siviglia

Lo Sferisterio diventa un enorme studio televisivo, dove tutti sono insieme personaggi e interpreti di se stessi: non vivono la propria storia, la mettono in scena, la vendono, la costruiscono davanti a un pubblico. Figaro ne è il padrone naturale, non più semplice factotum, ma professionista della comunicazione, l’unico che conosce le regole dello spettacolo e sa trasformare ogni imprevisto in occasione. Bartolo è un imbonitore da rete commerciale che difende un ordine in bilico, Basilio trasforma la calunnia in prodotto da spettacolarizzare, Rosina vive sotto obiettivo fisso, più prigioniera dell’inquadratura che del tutore.

È un’idea che regge, e che sul piano concettuale ha del merito: non si limita a citare l’estetica pop del momento, punta più in alto, alla società dell’immagine e al desiderio compulsivo di essere visti. Il problema è che Menghini lavora per accumulo, colori, video, costumi, oggetti, corpi che riempiono ogni centimetro dello Sferisterio, e l’accumulo, a tratti, si mangia la commedia invece di servirla. Ci sono momenti in cui il dispositivo scenico prende il sopravvento sulla musica, e la vicenda di Rosina e Almaviva, che dovrebbe restare il motore della serata, si perde dentro la macchina degli schermi: più che leggeri, certi passaggi risultano pesanti, e la sovrabbondanza di segni scenici genera qualche momento di confusione più che di sorpresa. Il rischio, in una regia così satura, è che lo spettatore finisca per guardare l’impianto concettuale, invece che ridere della commedia.

Le scene di Davide Signorini restano comunque efficaci nello sfruttare la vastità dello spazio, alternando lo studio tv alla “casa fashion” di Rosina; i costumi di Nika Campisi e le luci di Simone De Angelis danno corpo a un cromatismo pop, e i video di Stefano Teodori moltiplicano i punti di vista, con il rischio, appunto, di moltiplicare anche la fatica dello sguardo.

Il Barbiere di Siviglia

Le voci del set

Sul piano musicale, la direzione di Jacopo Brusa sostiene la vitalità teatrale della partitura con una lettura brillante, mantenendo una buona tensione ritmica senza sacrificare la duttilità richiesta dalle situazioni comiche, probabilmente l’elemento più a fuoco di tutta la serata, quello che tiene insieme una messinscena altrimenti dispersiva.

Grisha Martirosyan, baritono armeno reduce dal successo all’Operalia di Plácido Domingo, è un Figaro febbrile ed energico, perfettamente inserito nel vortice della regia; voce chiara e acuti sicuri, con qualche momento un po’ sottodimensionato rispetto allo spazio, ma fraseggio e presenza scenica bastano a tenere il controllo della serata. Ruzil Gatin disegna un Conte d’Almaviva elegante e musicale, a suo agio sia nella tenerezza che nei travestimenti comici. Marco Filippo Romano conferma la sua efficacia nel ruolo di Bartolo, specie nel dominio dei tempi comici e della parola. Riccardo Fassi è un Basilio solido, che affronta con gusto la Calunnia, mentre Giulia Mazzola trasforma Berta in una presenza scenica tutt’altro che marginale. Raffaella Lupinacci dà a Rosina temperamento e sicurezza, e nel finale se ne accorge fino in fondo, scappa dal set, attraversa la platea, esce letteralmente di scena, come a liberarsi per davvero dall’obiettivo che l’ha inseguita per due atti, forse l’unico momento in cui il concetto registico trova un gesto scenico all’altezza dell’idea.

L’Orchestra Filarmonica Marchigiana e il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, preparato da Christian Starinieri, tengono viva la macchina comica con i tempi brillanti che la partitura richiede.

Un congedo non innocente

Resta, alla fine, l’impressione di un’operazione più interessante da pensare che da attraversare fino in fondo. L’idea di Menghini, restituire Il Barbiere alla sua natura di macchina degli sguardi, farne uno specchio della nostra ossessione per l’apparenza, è legittima e per certi versi acuta. Ma la messa in scena, appesantita dall’eccesso di segni e di stimoli, non sempre riesce a tradurla con la stessa leggerezza che Rossini chiederebbe: il “trash” rivendicato da alcuni cronisti diventa, in certi tratti, semplice sovraccarico. Con questo Barbiere lo Sferisterio chiude comunque la stagione 2026 confermando quanto Nabucco, Il Trovatore e i Carmina Burana avevano già mostrato: un festival che non ha paura di rileggere la tradizione, anche quando la rilettura, come in questo caso, non trova sempre il proprio equilibrio.

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diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.