Dopo oltre dieci anni di assenza, Nabucco torna allo Sferisterio e inaugura la 62ª edizione del Macerata Opera Festival con un allestimento che sceglie la strada della materia, della memoria e della trasformazione dello spazio. L’opera che nel 1842 impose Giuseppe Verdi all’attenzione del pubblico italiano continua ancora oggi a interrogare il rapporto fra potere e identità, fra fede e dominio, fra popoli costretti all’esilio e desiderio di appartenenza. La prima occasione per misurare questo ritorno è stata l’Anteprima Giovani del 14 luglio, serata dedicata agli under 30 e al progetto “Incontra l’Opera”, che ha portato allo Sferisterio un pubblico nuovo davanti a una produzione completa, senza riduzioni o semplificazioni. La prima ufficiale del 17 luglio ha confermato la solidità dello spettacolo davanti a un’arena gremita, mostrando come questa lettura di Nabucco sappia dialogare con spettatori diversi attraverso un impianto visivo ambizioso.
Gerusalemme è assediata dalle truppe babilonesi guidate da Nabucco, re destinato a trasformarsi da sovrano assoluto a uomo sconfitto dalla propria arroganza. Al centro della vicenda si intrecciano ambizioni personali, rivalità amorose e conflitti religiosi: Abigaille, convinta di essere figlia del re, cerca di conquistare il potere sottraendolo a Fenena, mentre Zaccaria guida il popolo ebraico nella speranza della liberazione. Quando Nabucco arriva a proclamarsi divinità, la sua stessa superbia lo conduce alla follia. Solo attraverso la sofferenza e il riconoscimento di un limite superiore al proprio potere potrà ritrovare sé stesso. Sullo sfondo resta il coro degli Ebrei prigionieri, il celebre “Va, pensiero”, diventato l’immagine universale della nostalgia per una patria perduta.
Prima ancora delle voci, allo Sferisterio la pietra parla, racconta, si muove e com-muove. Sono le rocce progettate dallo scenografo Benito Leonori il vero centro drammaturgico di questo Nabucco. Non semplici elementi scenici, ma presenze vive, organismi dotati di memoria che emergono dal buio come frammenti di una civiltà sepolta. Le superfici ricordano antiche tavolette cuneiformi, resti di un mondo che sembra sopravvivere alla rovina degli uomini. Le grandi strutture mobili si trasformano continuamente: diventano deserto, muro, rovina, luogo sacro. Si aprono e si richiudono lentamente, modificando lo spazio immenso dello Sferisterio con un movimento quasi rituale. La materia sembra respirare e raccontare, prima ancora del canto, il tema centrale dell’opera, dove nessun potere è eterno e nessuna costruzione umana può sottrarsi al tempo. È qui che l’allestimento richiama la grande lezione di Josef Svoboda, il maestro della scenografia dinamica del Novecento, per il quale lo spazio teatrale non doveva essere un fondale passivo, ma elemento vivo della narrazione.
La forza maggiore di questo Nabucco nasce proprio dalla concretezza delle pietre di Leonori, dalla loro capacità di essere contemporaneamente archeologia e futuro, rovina e possibilità di rinascita. Sono corpi scenici che non rappresentano soltanto un luogo, ma custodiscono una memoria. È proprio per questo motivo che il rapporto con le videoproiezioni di Mario Spinaci appare il punto più controverso dell’allestimento. Le immagini digitali aggiungono suggestioni, trasformando le superfici in paesaggi mutevoli di acqua, fuoco, aria e terre lontane, fino alla comparsa della monumentale porta di Ishtar, evocazione della Babilonia antica sospesa tra splendore e caduta. Tuttavia, in alcuni momenti, il visual rischia di sovrapporsi alla materia, invece di dialogare con essa. La pietra, già capace di raccontare attraverso il proprio peso, la propria ruvidità e il proprio movimento, viene talvolta ricoperta da immagini troppo levigate, quasi patinate, che attenuano quella dimensione arcaica e fisica che costituisce il cuore più autentico dello spettacolo.
Il rischio è che la superficie luminosa finisca per sostituire la profondità della materia e la rovina diventa immagine della rovina, il deserto rappresentazione del deserto, mentre le pietre avrebbero forse avuto bisogno di maggiore silenzio per lasciare emergere tutta la loro forza simbolica. La scelta più interessante dello spettacolo resta infatti quella di fare della Babilonia archeologica un luogo mentale. Gerusalemme e Babilonia non sono soltanto due città contrapposte, ma due condizioni dell’uomo: il desiderio di dominio e la necessità della memoria. In questo senso il Nabucco di Paul-Émile Fourny trova la propria forza quando lascia parlare gli elementi naturali. Le pietre che diventano muro e poi rovina raccontano meglio di molte letture contemporanee il ciclo della storia, ciò che l’uomo costruisce può diventare ciò che lo imprigiona.
Sul piano musicale, Anastasia Bartoli affronta il ruolo di Abigaille con grande sicurezza, restituendo al personaggio una ferocia non priva di fragilità. La sua è una presenza vocale intensa, capace di sostenere una delle parti più impegnative del repertorio verdiano. Ariun Ganbaatar interpreta un Nabucco meno monumentale e più umano, interessante soprattutto nel percorso della trasformazione: il sovrano che perde il controllo e poi ritrova una dimensione interiore. Laura Verrecchia offre a Fenena eleganza e misura, mentre Alessandro Scotto di Luzio costruisce un Ismaele equilibrato, più attento al fraseggio che all’enfasi eroica. Alberto Comes affronta Zaccaria con autorevolezza, soprattutto nei momenti più solenni della partitura. Sul podio Fabrizio Maria Carminati guida l’Orchestra Filarmonica Marchigiana con una lettura teatrale e compatta, capace di valorizzare tanto la dimensione monumentale quanto quella più intima della scrittura verdiana. Il coro resta naturalmente uno dei protagonisti assoluti: il “Va, pensiero” conserva la sua forza emotiva come momento sospeso di dolore collettivo, la voce di un popolo privato della propria terra.
I costumi di Giovanna Fiorentini seguono invece un immaginario sospeso tra suggestioni cinematografiche fantasy e atmosfere post-apocalittiche. La scelta è coerente con l’idea di un tempo indefinito, ma in alcuni passaggi rischia di avvicinare l’opera a una saga visiva contemporanea, allontanandola dalla dimensione tragica e sacrale della scrittura verdiana.

Resta comunque solida la forza complessiva dell’impianto. Questo Nabucco prova a ritrovare nella propria struttura profonda un tema ancora attuale, quello del potere che distrugge, della memoria che resiste e delle pietre che sopravvivono agli uomini. La memoria evocata da Verdi non appartiene soltanto al passato biblico, ma continua a parlarci attraverso il presente: popoli, territori e identità segnati dalla perdita, dall’esilio e dal desiderio di ritorno. Le pietre che sulla scena di Leonori si spostano, si dividono e si ricompongono non solamente nei frammenti di un’antica Babilonia, ma diventano essi stessi il simbolo di una storia ancora aperta, dove la terra conserva le tracce delle civiltà che l’hanno attraversata e delle ferite che continuano a segnarla.
È impossibile, davanti a immagini di pietra, rovina ed esilio, non pensare alla contemporaneità della terra di Israele e Palestina, uno spazio nel quale la memoria dei popoli continua a intrecciarsi con conflitti, sofferenze e rivendicazioni profonde. Le pietre di Leonori acquistano un valore aggiunto superando persino la potenza archeologica del tempo e trasformandola in una metafora di terra contesa, di case perdute, di muri costruiti e abbattuti, di identità che cercano ancora un luogo nel quale riconoscersi. Il Va, pensiero, con la sua voce collettiva di un popolo privato della propria patria, trova così una risonanza dolorosamente contemporanea. Il canto degli esuli ebrei non appartiene soltanto alla storia dell’opera, ma richiama ogni popolo costretto alla fuga e alla perdita della propria terra. Anche il popolo palestinese porta oggi nella propria storia il peso dell’esilio, della distruzione e della ricerca di una memoria che non venga cancellata.
La memoria, però, rimane una materia fragile, può diventare sia luogo di incontro che motivo di nuova divisione, può custodire il dolore oppure trasformarsi in un’arma contro l’altro. Il teatro d’opera non offre soluzioni alle ferite della storia, ma ha la possibilità (e il diritto) di renderle visibili e di restituire complessità a ciò che spesso viene ridotto a contrapposizione. Dietro ogni pietra c’è una storia, dietro ogni popolo c’è una memoria e dietro ogni canto c’è il desiderio “inconsolabile” di non essere dimenticati. Alla fine rimangono proprio loro, le pietre mobili di Leonori, silenziose e ostinate, attraversano la scena come frammenti di un tempo antico e ci ricordano che la storia degli uomini può essere distrutta, ma difficilmente può essere cancellata.




