Ci sono spettacoli che sembrano appartenere naturalmente al luogo in cui vengono messi in scena e questo è il caso de I Carmina Burana di Carl Orff che tornano allo Sferisterio di Macerata, con energia e forza. La musica già potentemente fisica trova così nell’arena uno spazio capace di amplificarne il carattere rituale, collettivo, quasi primordiale.
Il Macerata Opera Festival 2026 affida questa serata alla direzione musicale di Ramón Tebar, alla FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana, al Coro lirico marchigiano “Vincenzo Bellini” e ai Pueri Cantores “D. Zamberletti”, con le voci di Karen Gardeazabal, Ruzil Gatin e Grisha Martirosyan. Sul piano visivo, il contributo video di Luca Agnani costruisce un contrappunto importante alla dimensione sonora dell’opera. È proprio nell’incontro fra bacchetta, spazio e immagini che si trova il nucleo più convincente della serata, e a tenerlo insieme, prima ancora del visivo, è una lettura musicale di rara e particolare disciplina.
La trama
I Carmina Burana non raccontano una storia nel senso tradizionale del termine. La composizione di Orff è ispirata al Codex Buranus, un manoscritto duecentesco, databile intorno al 1230, ritrovato nel 1803 nel monastero benedettino di Benediktbeuern, in Baviera, e oggi conservato alla Bayerische Staatsbibliothek di Monaco. La raccolta riunisce oltre duecento canti goliardici medievali, in latino, tedesco antico e francese, opera di chierici vaganti e studenti girovaghi: testi dedicati alla fortuna, all’amore, al desiderio, alla festa, alla primavera e alla precarietà dell’esistenza. Orff ne trae la propria partitura tra il 1935 e il 1936, portandola al debutto l’8 giugno 1937 a Francoforte sul Meno. Il celebre “O Fortuna” apre e chiude il ciclo, come una grande ruota che torna sul proprio punto di partenza. Al centro si alternano momenti di ebbrezza e di malinconia, sensualità e ironia, vitalità e consapevolezza della caducità. È proprio questa struttura circolare a rendere l’opera particolarmente adatta allo Sferisterio: più che assistere a una vicenda, il pubblico viene coinvolto in un rituale musicale, quasi sacrale.
Carmina Burana – La recensione
Allo Sferisterio i Carmina Burana ritrovano qualcosa della loro natura originaria, ossia quella materia sonora che occupa fisicamente lo spazio. Il grande organico previsto da Orff acquista nell’arena una dimensione quasi tellurica, soprattutto nei momenti corali, quando le voci sembrano trasformarsi in un’unica massa sonora capace di premere fisicamente contro le gradinate. Il vero centro di gravità della serata è però la direzione musicale dello spagnolo Ramón Tebar, che affronta una partitura tanto nota quanto insidiosa da dirigere senza cadere nella tentazione, sempre in agguato con Orff, di ridurla a una sequenza di colpi d’effetto. Tebar lavora piuttosto per architettura costruendo ogni sezione a partire dal rapporto fra percussioni, ottoni e coro, calibrando con precisione l’accumulo dinamico prima di ogni esplosione tutti, così che la potenza, quando arriva, risulti guadagnata e non semplicemente scaricata. La direzione musicale offre un grande respiro e nei blocchi corali più imponenti come “O Fortuna”, “Fortune plango vulnera” e Tabar governa con mano ferma il palcoscenico, evitando che l’ampiezza dell’arena disperda la definizione ritmica, da sempre il rischio maggiore quando Orff viene eseguito all’aperto.
Altrettanto significativa è la capacità del direttore spagnolo di cambiare registro nei numeri più intimi e cameristici, penso ai momenti solistici della sezione “In Taberna” e alle pagine più liriche di “Cour d’Amours”, dove l’orchestra si assottiglia e il direttore lascia emergere le singole famiglie timbriche, dal legno tagliente agli archi sospesi, con un’attenzione al colore che restituisce alla partitura la sua componente più teatrale e meno monumentale. È in questa alternanza fra grande respiro corale e cesello cameristico che si misura la maturità di una lettura che non insegue soltanto l’effetto arena, ma restituisce a Orff la sua drammaturgia musicale interna.
Su questa architettura si innestano con naturalezza le voci soliste, Karen Gardeazabal, Ruzil Gatin e Grisha Martirosyan affrontano tre scritture vocali differenti, l’acrobazia quasi grottesca del tenore nel “Cignus ustus cantat”, la sensualità sospesa del soprano, l’ironia scenica del baritono, inserendosi con intelligenza in un impianto in cui il vero protagonista rimane comunque il corpo collettivo del coro, preparato con evidente cura da Christian Starinieri, affiancato dalle voci bianche dei Pueri Cantores guidati da Gian Luca Paolucci.
È soprattutto il rapporto fra suono e immagine a rendere particolare questa proposta. Il contributo video di Luca Agnani non appare come un semplice elemento decorativo, ma contribuisce in maniera delicata a dilatare la percezione della partitura, senza mai sovrapporsi alla lettura orchestrale. Le immagini evocano la natura brulicante e visionaria dell’arte fiamminga, quella ispirata a Hieronymus Bosch, mistico e inquieto, e seguono la costruzione dinamica di Tebar. Questo sincronismo, musica che genera immagine, non immagine che illustra musica, è forse la scelta drammaturgica più intelligente della serata. Lo Sferisterio diventa così non soltanto il contenitore dello spettacolo, ma parte integrante della sua grammatica visiva.
Una scelta, quella di Tabar, che funziona perché non cerca di competere con Orff, anzi ne asseconda il carattere visionario, la componente rituale e la continua oscillazione fra il concreto e il simbolico. La forza visuale dello spettacolo sta proprio nella capacità di trasformare la vastità dell’arena in una superficie narrativa, facendo dialogare la monumentalità dell’architettura con quella della musica, e quella monumentalità, va detto, resta prima di tutto un fatto di bacchetta, senza il controllo che Tebar impone alle masse orchestrali e corali, anche il progetto visivo più raffinato rischierebbe di restare decorazione.
Il coro, del resto, è il cuore pulsante dei Carmina Burana. È attraverso la dimensione collettiva che Orff costruisce la propria idea di teatro musicale, un susseguirsi di immagini, pulsioni e stati d’animo che passano rapidamente dalla festa alla paura, dall’eros alla riflessione sulla sorte.
La serata maceratese riesce dunque a valorizzare soprattutto questa natura spettacolare e contemporaneamente primitiva della composizione. Il rischio, con una pagina tanto conosciuta e spesso utilizzata anche fuori dai contesti operistici, è quello di affidarsi alla sola potenza del “già noto”. Qui invece la direzione musicale e il progetto visivo cercano di restituire profondità a una musica che il pubblico crede di conoscere, mostrando quanto possa ancora essere teatrale e contemporanea.
Non è un caso, allora, che questa serata arrivi alla fine di un’edizione del Macerata Opera Festival che ha scelto di accostare titoli appartenenti a epoche e linguaggi diversi. Carmina Burana riporta allo Sferisterio il Novecento nella sua forma più diretta e fisica, chiudendo idealmente il percorso con uno spettacolo nel quale la musica torna a essere esperienza condivisa prima ancora che repertorio.

E mentre gli ultimi suoni si disperdono nell’arena, lo sguardo corre già verso il futuro. Dalla conferenza tenutasi nella sala Cesanelli dello Sferisterio è arrivato l’annuncio del cartellone della 63ª edizione del Macerata Opera Festival, in programma dal 17 luglio all’8 agosto 2027. Tre i titoli scelti, tutti pilastri del grande repertorio, apre la stagione un nuovo allestimento di Tosca di Puccini, in coproduzione con la Fondazione Pergolesi Spontini, firmato dal regista Tomer Zvulum e diretto, non a caso, proprio da Ramón Tebar, che dopo il debutto maceratese di ieri sera tornerà quindi sul podio della FORM il prossimo anno. Segue L’elisir d’amore di Donizetti, nella regia di Damiano Michieletto e con la direzione di Corrado Rovaris, mentre a chiudere il Festival sarà il ritorno “immancabile” della leggendaria “Traviata degli Specchi”, l’allestimento firmato nel 1992 da Josef Svoboda e ripreso da Henning Brockhaus, sul podio Lü Jia.
Se i Carmina Burana raccontano, in fondo, l’instabilità della fortuna e il continuo movimento della ruota del destino, il teatro può permettersi di fare l’opposto, guardare avanti. E lo Sferisterio, con il suo spazio unico e la sua capacità di reinventarsi, sembra avere ancora molte storie da raccontare. Eppure, prima di guardare avanti, vale la pena tornare un istante a quelle parole che chiudono la partitura, le stesse con cui si è aperta: il ritorno di “O Fortuna” nel finale non è un semplice artificio circolare, ma un monito che si ripete identico a se stesso, come se la ruota, fermandosi, ci restituisse al punto di partenza senza avere insegnato nulla.
O Fortuna, velut luna statu variabilis, semper crescis aut decrescis; vita detestabilis nunc obdurat et tunc curat ludo mentis aciem, egestatem, potestatem dissolvit ut glaciem.
Sors immanis et inanis, rota tu volubilis, status malus, vana salus semper dissolubilis, obumbrata et velata michi quoque niteris; nunc per ludum dorsum nudum fero tui sceleris.
Sors salutis et virtutis michi nunc contraria, est affectus et defectus semper in angaria. Hac in hora sine mora corde pulsum tangite; quod per sortem sternit fortem, mecum omnes plangite!
In italiano, nella traduzione che qui propongo:
O Fortuna, mutevole come la luna, sempre cresci o decresci; la vita detestabile ora opprime, ora consola per gioco l’acume della mente, la miseria, il potere, li scioglie come ghiaccio. Sorte mostruosa e vuota, tu ruota che giri, maligno è il tuo stato, vana è la salute, sempre dissolvibile, oscura e velata, gravi anche su di me; ora, nel gioco, porto nudo il dorso alla tua malvagità. La sorte della salute e della virtù ora mi è contraria, spinta dall’affetto e dal difetto, sempre tenuta in soggezione. In quest’ora, senza indugio, toccate le corde pulsanti; poiché la sorte abbatte il forte, piangete tutti con me!
Non credo sia un caso che un pubblico del 2026 senta in questi versi qualcosa che va oltre l’ammirazione per un classico del Novecento. Orff scriveva nel 1936, componendo un testo duecentesco già allora carico di una consapevolezza amara, la fortuna non premia il merito, non risparmia il forte, gira senza ragione né pietà. È un pensiero che, ascoltato oggi, in un tempo segnato da conflitti aperti su più fronti e da un’instabilità internazionale che sembra non trovare argine, non suona come semplice erudizione medievale.Il finale dei Carmina Burana non offre consolazione, ma chiede soltanto, “mecum omnes plangite”, di piangere insieme. Ed è forse proprio in questa mancanza di consolazione, in questo rifiuto di un lieto fine, che lo spettacolo maceratese trova la sua verità più scomoda e più necessaria.




