Parasite

Parasite. La lotta di classe di Bong Joon-ho

Parasite (Gisaengchung) è l’ultimo film di Bong Joon-ho, vincitore della Palma d’Oro al festival di Cannes 2019 e grande trionfatore agli Oscar 2020. Dopo la sua firma autoriale in Memories of Murder (2003) e Okja (2017) passando per The Host (2006) e Snowpiercer (2013), il regista sudcoreano appena premiato, ci offre una pellicola diversa dalle altre, dove non sono presenti “serial killer” o creature mostruose, ma questa volta è il suo cinismo che coinvolge e stravolge. Parasite parte dal basso, dalla classe disagiata.

OSCAR 2020 – ECCO TUTTI I VINCITORI

La trama

La prima inquadratura del film ritrae appunto il disagio dei bassifondi di Seul in cui la famiglia Kim vive. La storia che ci racconta Bong Joon-ho è una storia come tante che potrebbero accadere nel mondo reale. Al centro della narrazione abbiamo due famiglie, due classi sociali, una poverissima, i Kim con una spiccata propensione all’“arte dell’arrangiarsi”, come chiudere malamente scatole per la pizza da asporto, e l’altra sono i Park, famiglia benestante.

La svolta della narrazione è affidata ad un passaparola tra Ki-woo (Choi Woo-Sik), figlio di Ki-taek (Song Kang-ho) nonché aspirante studente universitario – che tenta invano di superare i test di ammissione – e un suo amico che di colpo lo catapulta dentro l’architettura della casa dei Park come insegnante di inglese della figlia liceale Da-hye (Jung Ziso). Ki-woo ci appare immediatamente timido, ma di colpo si trasforma come l’artefice, il detonatore della scintilla, l’innesco della miccia esplosiva che travolgerà in maniera radicale la famiglia benestante dei Park. All’arrivo di Ki-woo nella casa dei Park, ad accoglierlo sarà la governante Gook Moon-gwang,(Lee Jung-eun), altra figura di grandi cambiamenti, che ha “governato” quella casa,  fin dai tempi in cui il celebre architetto Namgoong l’aveva costruita per abitarvici e prima addirittura dell’arrivo della famiglia Park.

Il signore e la signora Park (Lee Sun-kyun e Cho Yeo-jeong)  si trovano ad essere manipolati dall’astuzia di Ki-woo che attraverso una successione di stratagemmi riesce a portare anonimamente prima sua sorella Ki-jeong (Park So-dam) nei panni di una professoressa di storia e psicologia dell’arte disposta a curare il figlio dei Park (Jung Hyeon-jun) traumatizzato per un evento passato, per poi inserire a sua volta il padre Ki-taek come autista cacciando il precedente e il colpo finale sarà far entrare anche la madre Kim Chung-sook (Chang Hyae-jin) che sostituirà la longeva governante della casa Park. Di colpo tutta la famiglia Kim si trova a ruotare intorno alla famiglia Park assumendo differenti ruoli e rovesciando completamento la storia e la loro condizione di classe disagiata.  Ad un certo punto della storia la famiglia Park partirà per il campeggio e i Kim si trovano nella spettacolare casa e da quel momento in poi si susseguiranno una serie di imprevisti che stravolgerà le vite di ognuno.

Parasite

La recensione di Parasite di Bong Joon-ho

Parasite rappresenta il manifesto delle fratture sociali profonde e laceranti, mettendo in scena una lotta di classe. Bong Joon-ho si diverte, tra commedia e dramma sociale fino a toccare il nero del thriller, quasi a sfiorare il pulp-tarantiniano. I personaggi del regista sudcoreano si susseguono in una feroce lotta fino all’ultimo. Parasite raccoglie questa crisi permanente della società contemporanea, dove i confini si frantumano sconfinando oltre qualsiasi possibilità. Da un lato la signora Park si muove attraverso la sua gentilezza e preoccupazione, dall’altro è l’indiano d’America Ki-woo che rappresenta l’immaginario di una nazione divisa, di un territorio che il padre non riesce ad accettare. Parasite è una catastrofe quasi annunciata, un alfabeto morse da decifrare, un’abitazione da riempiere nel suo vuoto minimalista, ipermoderno, lucido, dove “corpi-ombra” traumatizzano e i “corpi-nascosti sono reclusi” e bisognosi di sopravvivere. I parassiti emergono da ogni lato della casa, dai bassofondi le classi disagiate si mescolano a quelle benestanti per finire dentro ad una festa di compleanno senza più una via di uscita. Lo spettatore si trova catapultato dentro un mondo simbolico, in un spazio abitativo, dal seminterrato squallido e sporco, alle pareti geometriche e perfette, un equilibrio precario tra pieno e vuoto che si spezza nel finale. Sotto resta il marcio, la morte, il peggio.

Nella pellicola di Bong Joon-ho regna il rimosso collettivo e sociale di una verità che si fatica a sostenere ed accettare. La casa è la storia, l’inizio e la fine. L’architettura “vivente” di Bong Joon-ho contiene l’ascensore sociale che sale e scende, scende e sale,  fino a strabordare agli argini della strada, dove i poveri desiderano essere ricchi e i ricchi di colpo di trovano a perdere tutti i propri vizi. Parasite leviga qualsiasi superficie piatta, la rende ruvida, pericolosa, miserabile e “parassita”. Il conflitto dell’appartenenza, della conservazione, del conto in banca collassa dentro ad un sistema non più prevedibile e inadeguato. La salvezza del padre per il figlio e il figlio per il padre, è un abbraccio stretto, quasi mortale. L’odore che fa storcere il naso, la puzza dei parassiti governano la regia di  Bong Joon-ho che fa di questa insensibilità una sensibilità registica, nonché proiezione di un mondo popolare e borghese sempre in conflitto nell’architettura moderna di usi e costumi  consumistici e contemporanei. Il conflitto verticale del basso e dell’alto, del sotto e del sopra è massacro “grottesco” e altrettanto drammatico, quasi apocalittico. Ecco perché è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Se non sembra esserci speranza alla fine di questo irresistibile lotta all’ultimo respiro, se il dialogo tra classi sembra incapace di compiersi e risolversi, vittime e carnefici, dominatori e dominati, restano sempre nel loro ordine biologico  della specie di organismi di cui uno è detto parassita e l’altro ospite. Al centro non rimane che un incredibile disavanzo, una disuguaglianza visibile mossa da mani invisibili all’interno di una società che sembra in apparenza ad accettare tutti, mentre la cruda realtà è che ci si ritrova esclusi ed espulsi dalle dinamiche del processo economico capitalistico e che tutte insieme costituiscono una sorta di negazione della forza-lavoro, evocato da Marx con il termine Lumpenproletariat (proletario straccione). Il capitalismo, secondo il sociologo Bauman, non può che funzionare come un sistema parassitario: “come tutti i parassiti, può prosperare per un po’ se incontra l’organismo ancora non sfruttato di cui possa alimentarsi, ma non può farlo senza danneggiare l’ospite, né senza distruggere, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o perfino della sua stessa sopravvivenza. Bong Joon-ho ci offre due ore dove non ci possiamo distrarre nemmeno un momento, e ci accorgiamo che la scalata verso l’alto è l’ennesima favola post-moderna che di colpo va in frantumi e non ci resta che raccoglierne gli avanzi.

copertina
Regia
Bong Joon-Ho
Genere
Drammatico
Anno
2019
Attori
Song Kang-ho - Lee Sun-kyun -
Durata
132 minuti
Paese
Corea del Sud
Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.