Joker

Joker non è un capolavoro ma un film che parla

Joker non è un capolavoro. Troppo è già stato scritto, e sarebbe ridondante aumentare la dose di lodi o di critiche. Joker ci riguarda, assomiglia (forse) ad un quasi-manifesto politico contemporaneo. Joker emoziona, ma non è la storia a gioire, ma il corpo indisciplinato ed “isterico” di Joaquin Phoenix.

Il film di Todd Phillips, vincitore del Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia, ci restituisce l’essenza del contemporaneo che odora di tragedia e di anti-eroi. Joker è perfomance, ma anche sperimentazione dell’evento traumatico nella vita. Il personaggio immaginario di Joker, nasce la prima volta dalla collaborazione di Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson, esordendo nel 1940 nel primo numero della serie a fumetti Batman (vol. 1), pubblicata dalla DC Comics. Il famoso clown psicopatico, incarna uno dei celebri supercriminali dei fumetti, nonché nemesi di Batman. Joker ci accompagna ovunque, a volte porta fortuna nel gioco delle carte (Jolly), altre volte non incontrarlo ci libera dal caos che colpisce la mafia di Gotham City per poi assumerne poi il controllo. Joker accende fuoco alla benzina, dentro una malattia, quella mentale che provoca violenza. La sua “maledetta bellezza” sta forse nell’intermezzo tra parodia e smorfie, tra devianza e legittimazione del potere, tra immaginazione ed incubo, tra conscio ed inconscio. L’umano resta comunque fragile, nella sua psiche così instabile, maltrattata dalla società che spesso ci nega di giocare le carte. Joker desidera consegnare al mondo la gioia, mettere una faccia felice. Arthur Fleck è un comico fallito che vive in una Gotham City distrutta dalla disuguaglianza sociale in crescente aumento. È il 1981. Egli lavora come pagliaccio, quel pagliaccio deriso dalla società che renderà Fleck il Joker oscuro e tragico, lo psicopatico assassino dal vestito sgargiante. La sua risata deriva da una sua malattia che gli provoca continui attacchi irrefrenabili di risate. Arthur Fleck-Joker si trova alienato in una società in deriva, mentre vive con l’anziana madre Penny (Frances Conroy) in un appartamento dei bassifondi della città. Il sogno di Fleck è  di diventare un cabarettista come come il celebre presentatore televisivo Murray Franklin (Robert De Niro). Il noto miliardario Thomas Wayne (Brett Cullen), il padre del celeberrimo Bruce Wayne-Batman, si candida a sindaco, e che Joker crede essere suo padre, dopo una relazione “extraconiugale” con sua madre. Nel frattempo i numerosi tagli alla spesa pubblica, tra cui il servizio di assistenza sociale di cui Arthur beneficia, rende la situazione ancora più difficile. La condizione del “clown” esplode in maniera irreversibile.

Todd Phillips, il regista, e Scott Silver, lo sceneggiatore costruiscono un film denso di solitudine, degrado, in cui la criminalità dilaga e le istituzioni sono incapaci di risollevarsi. Questa rabbia atavica è il fuoco che accende Joker, “incendiando il mondo” spinto da un desiderio di rivalsa. Il suo comportamento criminale viene “quasi-giustificato” dalla violenza psicologica che la società inietta in Fleck e in tutti quelli che si trovano nella sua stessa condizione. Dalla violenza interna basta solamente una pallottola per scaturire l’inferno esterno. Il film non vuol essere sicuramente l’alibi per giustificare gli atti criminali, risultante di un processo di negazione della libertà e dei diritti. Joker rappresenta invece la condizione “interna” ordinaria di ognuno di noi, quella turbante e perturbante, fuori controllo che avvolte ci schiaccia senza lasciarci respirare. Joker sfugge al di là del bene e del male, non c’è una possibilità di redenzione. La sua risata fragorosa oltrepassa tempo e spazio, dopo essere stato maltrattato, la sua reazione violenta non è altro che la miccia, l’input per innescare il codice della ribellione. Joker è il Travis Bickle di Taxi Driver (1976), il Rubert Pupkin di Re per una notte (1983), entrambi celebri nelle pellicole di Martin Scorzese. Il Joker di Todd Philips prende in qualche modo le distanze dalla storia costruita della DC Comics per riconnettersi ad un immaginario di un cinema degli anni Settanta e Ottanta, dove i personaggi si presentavano disagiati, messi nei bassi fondi, sulla soglia del marciapiede dove il dolore resta appiccicato e abbandonato lungi i bordi. Il Joker di Todd Philips è il corpo di Joaquin Phoenix, un corpo travestito, mutato, scolpito, ossuto, smagrito, nervoso, isterico, mutante che combatte continuamente con la disperazione interna, per poi sfogarsi in una risata indisciplinata, potente, coinvolgente e terrificante. Il suo corpo nella sua forma scheletrica, asciutta è capace di danzare dietro la scia del fumo di una sigaretta. Joker fuma per tamponare gli eccessi, e nella distesa degli eccessi danza come in un musical classico (Fred Astaire) fino a esplodere oltre l’eccesso. Joker è una lotta continua di corpo a corpo, un corpo unico che si moltiplica, personificando differenti identità mutevoli spedendo lo spettatore direttamente fin dentro l’oscurità dell’anima ,incapace di salvarsi. Joker è complesso, come lo è la mente, una sfida continua tra l’essere umano e il disumano. Joker, non è un capolavoro, né il capolavoro, ma è un film, un thriller drammatico, cupo, crudo, realistico, con al centro un personaggio depresso, psicopatico e violento. Il corpus di Joker si nasconde proprio nel corpo dello stesso Fleck e il cinema è la lo schermo interno-esterno su cui ci interfacciamo, mettendoci sempre in discussione con il nostro io più profondo e “disperato”: la nostra platea della vita.

Non “empatizziamo” con Joker personaggio, ma con il suo (nostro) senso di disperazione che spesso coinvolge ognuno di noi nelle situazioni più disparate e “disperate”. Joker ride perché è divertito dalle cose malate. Solo  quando la terapista chiede a Fleck-uomo rinchiuso nel Manicomio di Arkham perché ride, lui risponde che lei non capirebbe semplicemente perché è una persona normale che non trova dolore e miseria divertenti. “Non lo capiresti’. Ci sono tanti aspetti diversi e questa è la parte interessante”.

copertina
Regia
Todd Phillips
Genere
Thriller
Anno
2019
Attori
Joaquin Phoenix - Robert De Niro - Bill Camp -
Durata
122 minuti
Paese
USA
Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.