dumbo

Dumbo. Il cinema-poesia di Tim Burton

Era il 1941. Sono passati ben 78 anni dall’uscita del film originale della Walt Disney Dumbo, l’elefantino volante con le grandi orecchie e dagli occhi blu straordinariamente dolci. Grazie al remake di Tim Burton, Dumbo torna straordinariamente sui grandi schermi. Dopo l’orrida trasposizione di Alice in Wonderland (2010), il regista americano ci prova con l’elefantino che ha catturato il cuore di molti e questa volta ci riesce alla perfezione, spostando la fiaba dentro un realismo quasi magico.

LA RECENSIONE DI CAN YOU EVER FORGIVE ME?

La reinvenzione burtoniana trasforma genere e stile riscrivendo in qualche modo la favola disneyana. Tim Burton riesce con la sua magia a trasformare il cinema stesso in qualcosa di possibile nell’impossibile. Dumbo riesce nel suo intento grazie alla sceneggiatura, scritta da Ehren Kruger che in qualche modo rende la pellicola contemporanea, mantenendo fertile e viva la tradizione con una spinta innovativa, rischiando, ma vincendo la partita.

C’era una volta un treno carico di bestiame, oggi troviamo invece un dolce e straziante un elefante sperduto e impaurito, ma coccolato dall’affetto di una famiglia composta da Holt Farrier (Colin Farrell), un tempo artista del circo che torna a casa cambiato dopo aver perso sua moglie e il braccio sinistro durante la Prima Guerra Mondiale riabbracciando i suoi figli Milly e Joe (Finley Hobbins e Nico Parker). Dumbo conquista persino la bellezza della trapezista Colette (Eva Green) che scoprirà come si vola e abbandonerà il cattivo   e senza scrupoli Vandevere (Michael Keaton) innamorando anche l’impresario-nano circense Max Medici (Danny DeVito). Il Dumbo di Tim Burton perturba, scatena lo estraniante in qualcosa di tenero, di familiare, il famoso unheimlich freudiano si addolcisce. Gli occhi di Dumbo catturano lo spettatore ed elevano l’animo verso un senso di conquista della propria libertà, fuori da quel luogo Dreamland iperspettacolare creato dalla bramosia del magnate miliardario senza scrupoli Vandevere dove gli animali divengono mostruosi e il pubblico inopportuno. Dumbo persegue la sua lotta contro chi lo ridicolizza, contro un universo “ingenuo” e sempre alla ricerca della sua mamma. La regia burtoniana si distacca da quella disneyana liberando l’occhio in un volo pindarico e leggero come una piuma.  

Dumbo catapulta le immagini verso l’interno dell’immaginazione. Il circo di Burton è lo specchio di una società contemporanea dedita a consumare uno spettacolo bieco e sarà il volo di Dumbo a restituire la volontà di superare le tende del circo e toccare il cielo, per uno sguardo diverso e coraggioso. Da un lato troviamo la mancanza della madre doppia, quella di Dumbo e quella di Milly e Joe, dall’altro il il riscatto di un padre (Colin Farrell). Lo sguardo del freak, del diverso, dell’emarginato acquista il suo grado di rivoluzione, ripensando il reale e conquistando la propria vita. Burton pone lo spettatore ad un’altezza diversa, quasi a far venire le vertigini, per poi lanciarlo nel vuoto in un volo emozionante. Dumbo in altre parole rappresenta ognuno di noi con le proprie debolezze ed inquietudini e diversità e ci invita a volare con leggerezza oltre la pesantezza di un mondo sempre più indisposto a concederci quel grado di libertà bagnata dai sogni. La forza simbolica e narrativa di Tim Burton supera qualsiasi limite e ci restituisce una nuova significazione più adulta e meno fiabesca contornata da un immaginario complesso dove ognuno è pronto (forse) a volare: questa è la vera poesia del cinema.

copertina
Regia
Tim Burton
Genere
Fantastico
Anno
2019
Attori
Colin Farrell - Michael Keaton - Danny DeVito - Eva Green -
Durata
112 minuti
Paese
USA
Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.