L’arte di Yasmina Reza e la tela bianca della vita

Yasmina Reza è spesso conosciuta al grande pubblico con il testo Il dio del massacro (Adelphi 2006) con cui Roman Polanski nel 2011 realizza lo straordinario film  Carnage. La scrittrice e sceneggiatrice iraniana torna sulla scena e in libreria con un’altra perla preziosa e crudele, Arte edito sempre da Adelphi (2018). Art appare la prima volta nell’autunno del 1994, e apre lo scorso anno il Progetto I.T.A.C.A al Teatro Fontana di Milano con grande successo su tutti i palchi del mondo. La sceneggiatura Arte viene tradotta in più di trenta lingue, vincendo in Francia, paese di adozione della scrittrice iraniana, il prestigioso Premio Molière. Centouno pagine intense, taglienti, crudeli coniugano con una sorta di malinconia finale il ritratto amaro della società. Un misto portentoso di ironia e consapevolezza sulla complessità dei rapporti umani. Arte è uno psicodramma che cancella definitivamente il tentativo di dialogo, di comunicazione. In qualche modo nell’ultimo lavoro di Yasmina Reza troviamo un retaggio dello spazio domestico, chiuso, terreno di incontro e scontro dove il dramma si compie, lo stesso spazio evocato nel Il dio del massacro,  Il salotto di un appartamento,  Sempre la stessa scenografia, Quanto più spoglia e neutra possibile.

Il luogo di eccellenza rimane chiuso, stretto tra le pareti, non c’è via di fuga, ma un’isterica discussione tra amici; il lettore prova a ridere, ma sempre meno, quando la discussione si accende, si infuoca e si eleva ad aggressione, risentimenti, rivalità, perdendo quel filo fragile di amicizia che forse un tempo regnava, ma che sembra con l’avanzare dei dialoghi svanire, sbiadirsi, come una luce che si stringe piano piano per poi spegnersi nel vuoto. «Il mio amico Serge (compiaciuto) ha comprato un quadro. È una tela di circa un metro e sessanta, dipinta di bianco. Il fondo è bianco, e strizzando gli occhi si possono intravedere delle sottili filettature diagonali, bianche. Un quadro bianco con filettature bianche. […] Non puoi aver pagato questo duecentomila franchi». Serge lo guarda appagato, mentre Marc scoppia a ridere: non riesce a capire, proprio non può accettare, trova inconcepibile che l’amico abbia speso tutti quei soldi per un quadro che, secondo lui, è una merdaUna tela bianca, che bianca non è, non ha colore, nemmeno spazio, nessuna gradazione, ma sicuramente esso diviene spazio fragile di assoluta negazione dei tre protagonisti, Serge, Marc e Yvan. I primi due si conoscono da tempo e si vogliono bene (almeno nel passato), orgogliosi del loro profondo legame, ma quella tela ha la capacità (la magia) di trasformarsi in terreno di scontro e sfida, quasi a disconoscere i loro sentimenti.

Yasmina Reza (photo by Pascal Victor/ArtComArt)

 «Il quadro non gli piace. E va bene… Nessuna affettuosità nel suo atteggiamento. Nessuno sforzo. Nessuna affettuosità nel suo modo di condannare. Una risata proterva, perfida. Una risata che sa tutto meglio di tutti. Ho odiato quella risata. Il fatto che Serge abbia comprato quel quadro mi sconcerta, mi preoccupa e suscita in me un’angoscia indefinibile. I sentimenti perdono persino lo statuto delle parole. Nessuna affettuosità nel suo atteggiamento. Nessuno sforzo. Nessuna affettuosità nel suo modo di condannare». L’unico a smorzare (forse) la situazione è Yvan, il terzo componente. Ha l’aria simpatica, pacifica, sicuramente meno narcisista ed egocentrico di Serge e Marc.  Nella sua vita, Yvan non ha combinato molto, ora però ha un lavoro in una cartoleria e sta per sposarsi con una ragazza di buona famiglia. Solitamente non assume una posizione, risulta spesso accondiscendente, ma è proprio lui in questo dramma ad afferrare il momento e rivolgere apprezzamenti su quella tela bianca. «Gli piace. Davvero? “Bé, sì, sì, sì”. Un po’ caro, però non completamente orrendo, forse c’è qualcosa. Forse ha ragione Serge. Per me non è bianco. Quando dico per me, intendo oggettivamente. Oggettivamente non è bianco. Ha un fondo bianco, ma con tutta una gradazione di grigi. C’è perfino del rosso. È molto pallido, diciamo. Fosse bianco non mi piacerebbe. Marc lo vede bianco… È il suo limite… Marc lo vede bianco perché si è fissato che è bianco. Yvan no. Yvan lo vede che non è bianco».

Ecco che l’arte conquista il campo della metafora, una soggettività assoluta, universale, dove non c’è più spazio per comunicare. I rapporti di amicizia vengono condannati al massacro e subiscono una violenza inaudita. Il bianco rende lo spazio anemico, vuoto, destinato a soccombere in un silenzio atroce, dove i sentimenti si respingono a vicenda. Yasmina Reza scava dentro le nostre viscere, prova a ribaltare la tela bianca e guardare oltre per riflettere sulle difficoltà della società umana e dei rapporti sempre più complessi. Su quella tela con occhio clinico si disvela la nevrosi quotidiana, la fragilità dei sentimenti, l’egoismo, la vanità, l’ipocrisia di un mondo che non abitiamo più, e quella tela diviene lo specchio psichico di ognuno di noi con cui confrontarsi ogni giorno. La tela bianca resta lì appesa con tutte le sue sfumature, le sue texture, le sue ombre e le sue luci, territorio di respiro tra etica ed estetica, dove l’amicizia ha fallito il suo tentativo di legame e la verità rimane celata. Solo l’arte, quella di Yasmina Reza, restituisce luce sulle debolezze dell’umanità, sfregiata come la tela, metafora contemporanea del mondo. L’arte con il suo coltello affilato è pronta ad indagare sotto le vene della vita. Nell’arte contemporanea, spesso molti artisti hanno dipinto tele bianche, dal Suprematismo russo di Kazimir Malevich (White on White, 1918) al Minimalismo di Robert Rauschemberg (White Paintings, 1951) fino al concettualismo di Robert Ryman (Bridge, 1980) e moltissimi altri ancora. La forza della tela bianca, sta nello spostamento, nell’attenzione dell’osservatore (del lettore) che deve rallentare, deve procedere con sguardi attenti, sottili indagando fin dentro se stesso. Tutte queste opere non raccontano dell’autore, ma dello sforzo intenso di chi guarda, una reazione necessaria per entrare fin dentro al quadro, perché una volta fatto, ecco che ci si accorge di aver in qualche modo scavato nel profondo, tra i grumi e le sfumature dell’io che colorano la tela bianca della vita. Yasmina Reza con la sua scrittura ci dona un emozionante e tagliente quadro bianco.

 

Casa editrice: Adelphi
Data di uscita: 9 ottobre 2018
Genere: Narrativa, Teatro, Arte
Formato
: Brossura
Pagine: 105
Traduzione: Federica Di Lella,Lorenza Di Lella
Isbn: 9788845933134

Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.