“Il cammino è scuola di tolleranza”: intervista a Paolo Cognetti

Uscito da poco per Einaudi, Senza mai arrivare in cima è un taccuino di viaggio che racconta un’esperienza in Himalaya, ma anche un percorso di meditazione. In questa intervista a Paolo Cognetti, abbiamo cercato di capire cosa lega l’uomo alla montagna, cosa vuol dire non cercare di conquistare la vetta ma vivere un’esperienza “diversa” e come può oggi la letteratura raccontare il valore della scoperta.

Paolo Cognetti, “Senza mai arrivare in cima” è il racconto del tuo viaggio in Himalaya. Che cosa ti ha spinto a fare questa esperienza, e cosa ne è rimasto?
Sono partito per il desiderio di vedere una montagna integra, se esisteva. Che per me significa un popolo più che delle cime, una cultura di montagna che sulle Alpi sento estinta, ormai del tutto colonizzata dalla città. Quella cultura è in pericolo perfino in Nepal e così sono andato a cercarla nel suo angolo più remoto, non raggiunto da strade né da elettricità. Poi il viaggio ha assunto molti altri significati: la celebrazione di un momento particolare della mia vita, un bisogno di trasformazione interiore, il desiderio di condividere tutto questo con degli amici. Difficile dire cosa rimanga di un viaggio una volta tornati a casa, certe volte hai la sensazione che tutto svanisca, restino solo ricordi. Io sono fortunato, mi è rimasto anche questo libro.

Questo è un libro che prosegue nel sentiero tracciato da “Le otto montagne”. Che rapporto lega l’uomo ai monti? E che rapporto hai tu in particolare con la montagna?
Penso che questo libro dialoghi soprattutto con gli altri miei testi autobiografici: Il ragazzo selvatico, i due libri su New York. Spesso mi chiedono che cosa c’entra New York con la montagna e rispondo che sono tappe della stessa ricerca, cerchiamo luoghi dove essere felici e nelle stagioni della vita questi luoghi cambiano. La montagna per me è il ricordo felice dell’infanzia, in un momento triste dell’età adulta ho deciso di andarci a vivere per vedere se lassù riuscivo a ritrovare qualcosa che sentivo di avere perduto. Sono passati dieci anni da allora, e ancora adesso stare in montagna mi dà una sensazione di grande libertà.

Senza mai arrivare in cima è il suo ultimo libro

In questo racconto ti poni una domanda: che cos’è l’andare in montagna non conquistando la vetta? Sei riuscito a darti una risposta? Se sì, qual è?
Un atto di conoscenza, un gesto più rispettoso e gentile. Non c’è niente di male nell’andare in cima alle montagne, per carità, e io ho grande ammirazione per gli alpinisti, ma qui ho usato la vetta come simbolo: mi sembra che nel desiderio di conquista, nell’ambizione, nella competizione, ci sia l’origine dell’aggressività e della rabbia che sento così diffuse nella società occidentale. Di questi tempi provo un grande desiderio di pace, di armonia, di calma, di gentilezza. Nel mio libro la gentilezza diventa un girare intorno alle montagne.

Leggendo le tue storie sembra quasi che la montagna sia un po’ metafora della vita, simbolo della vita. Amicizie, lontananze, fatiche, riflessioni. Quanto contano per te questi valori nella quotidianità e che valore hanno in montagna?
Faccio sempre attenzione a usare la montagna come metafora perché prima di tutto è un luogo reale: soltanto da lontano, dalla città, diventa un’astrazione; da vicino è fatta di boschi, torrenti, animali, uomini, è un mondo molto concreto. In questo periodo è il mondo di cui scrivo per il semplice fatto che ci abito e continua a ispirarmi, o direi meglio: a raccontarmi nuove storie. La fatica senz’altro ne fa parte. Così come la distanza dalla società, e l’intimità che si può avere con un amico in quella distanza, nella condivisione di quella fatica. La speciale forma di meditazione che è il camminare in montagna per molti giorni di seguito. Sono cose che ho sperimentato e che ho cercato di raccontare.

Che valore ha la letteratura oggi per raccontare l’alterità dei luoghi e il valore della scoperta?
Ecco, mi sembra che questi siano valori dimenticati, e avremmo un grande bisogno di riscoprirli. Il viaggio, l’andare via di casa, l’essere stranieri in terra d’altri, è un momento di apertura, di apprendimento. Il cammino è scuola di tolleranza, un passo dopo l’altro si sperimenta la varietà e il valore dell’incontro. Essere diversi è il bello di essere umani! Spero che la letteratura ce lo ricordi sempre.

Paolo Cognetti
Donato Bevilacqua

diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.