Partire per le spedizioni polari vuol dire intraprendere un viaggio verso l’ignoto, in cui l’uomo si lascia alle spalle la civilizzazione e affronta l’ultima frontiera, spingendosi al limite delle proprie capacità e della natura. In quella solitudine l’animo umano fa i conti con se stesso, a volte ne esce rigenerato ed altre arriva alla follia. Una ricerca interiore che va di pari passo con quella scientifica, che è poi il motore anche di questa storia, assolutamente vera e magistralmente raccontata da Willem Frederik Hermans.

Alla fine del sonno è un libro che indaga una diversa visione del mondo, e lo fa mentre ci racconta la storia di Alfred Issendorf, un giovane geologo che organizza una spedizione nell’estremo nord della Norvegia per dimostrare una teoria sui meteoriti e regolare i conti con il padre, morto tempo prima cadendo in un crepaccio, che sognava per lui proprio un futuro nel campo della scienza. Non sarà, chiaramente, il viaggio tanto atteso, perché il polo è così affascinante ma anche molto pericoloso, ed è qui che il romanzo si fa un po’ opera di formazione e un po’ diario di viaggio, una sorta di racconto picaresco e avventuroso. Ci sono i grandi paesaggi sconfinati, le allucinazioni, le teorie scientifiche, il dolore. Hermans è uno scrittore di talento perché racchiude tutto questo in una struttura che mai imprigiona, ma che scorre libera tra le righe attraverso la cronaca, il saggio letterario, il reportage. C’è qualcosa di metafisico in questo libro, così come nella spedizione di Issendorf ed in tutte le spedizioni polari: il confine tra il conosciuto e l’ignoto porta a tracciare una linea tra la leggerezza assoluta (che qui volge in positivo) e il vuoto più totale. Non c’è spazio per il passato e per il futuro, conta il presente, lo sguardo fisso all’immediatezza.
C’è qualcosa di affascinante anche nel rapporto tra uomo e Dio in ogni viaggio in queste terre senza colori: quando regna il nulla fin dove lo sguardo può arrivare, si alzano gli occhi al cielo e, soprattutto di notte, iniziano monologhi fatti di domande. Il Polo può essere un’esperienza di formazione o di distruzione, si viene a patti con ciò che si ha dentro, ci si sente immensamente piccoli e si impara un concetto che spiega bene Alexander Kumar (medico britannico trentenne che ha trascorso dieci mesi di lavoro in Antartide nel 2012) in Tra il ghiaccio e le stelle, un articolo apparso qualche giorno fa su La Lettura del «Corriere della Sera»: «Ogni fallimento nelle ricerche scientifiche è anche un passo avanti che offre maggiori probabilità di successo per le missioni e scoperte successive».
In quella solitudine, immerso nel buio del presente, l’umano e il trascendente non hanno confini, la morte non è la stessa morte e il rientro, semmai ci sarà, sarà un altro viaggio per abituarsi di nuovo alla normalità, dopo aver capito che «la verità è bellezza. E la bellezza è qualcosa di più profondo di un’immagine».
9788845928932




