Gianni Biondillo

Il mondo passa da qui. Gianni Biondillo e pensieri d’Africa

Gianni Biondillo lascia per un attimo i romanzi, mette gli occhiali per guardare la realtà e porta con sé una penna per raccontarcela. Sceglie l’Africa, un continente immenso, dinamico, che non ti dà mai l’impressione di conoscerlo fino in fondo. Nasce così L’Africa non esiste. In questa intervista parliamo un po’ di tutto: dei viaggi, degli incroci tra letteratura e giornalismo, dei pregiudizi e della perdita di memoria. Ma anche dei migranti, della non-esperienza nell’epoca dei social e, soprattutto, di quella terra, che dovremmo considerare il futuro del mondo.

 

Gianni, nel tuo libro affermi che l’Africa non esiste, ma esistono solamente visioni ed esperienze dell’Africa mai definitive. Come dobbiamo approcciarci quindi al testo? Qual è il consiglio che daresti a chi decide di intraprenderne la lettura?

Questo è innanzitutto un libro dove nessuno vuole spiegare niente, e questa è la cosa più importante. Non c’è un atto di arroganza, proprio di molti scrittori occidentali, per cui si arriva e si spiega un mondo. Quello che racconto è il modo in cui mi sono tolto di dosso tutti i pregiudizi che avevo verso un posto che non conoscevo. Chi legge rivive insieme a me l’esperienza di scrostarsi dalla pelle queste scorie, che sono le scorie di tarzan, dei selvaggi, delle zebre e dei leoni. Ma l’Africa è un’altra cosa: è un continente gigantesco molto complesso, dinamico, pieno di cose che, da quando ho scritto, probabilmente sono già cambiate, è questa la sensazione. Se ci togliessimo di dosso questa lente da colonialisti che ci fa guardare quel posto con l’occhio dell’occidente civilizzato, forse ci renderemmo conto che il continente africano non guarda più verso di noi, ma verso la Cina. L’Africa è un’occasione per l’occidente ormai invecchiato. Ok, non vogliamo essere buoni né cristianamente corretti, ma almeno ragioniamo da furbi: un continente africano più ricco e più giovane, per noi è una salvezza.

Viaggiare è una predisposizione dell’anima innanzitutto. Qual è la sensazione che ti spinge a partire e raccontare? E com’è creare un genere ibrido tra letteratura e giornalismo?

In realtà mi sono ritrovato a fare una cosa che non è propriamente il mio mestiere, e ho deciso, quindi, di farlo da narratore. Sono andato alla ricerca di storie, persone, luoghi. Che sono, poi, le stesse cose che ricerco nei miei romanzi quando parlo di periferie urbane e storie al limite. Non ho fatto nient’altro che questo nei miei libri. Anche in Africa ho fatto così: non sono andato nella Malindi di Briatore ma nei campi profughi del Darfur, ad incontrare gente, persone, sogni. A volte mi imbatto in cinema fatti di baracche, a volte nel barbiere che mi racconta la sua vita mentre mi taglia i capelli. Quello che faccio è incontrare umanità e cercare di restituirla; magari senza pregiudizi, senza commenti o soluzioni, perché io non ho soluzioni.

(Gianni Biondillo)

Dell’Africa, quindi, sappiamo ben poco. Come si possono, a tuo avviso, aumentare le occasioni di raccontare un continente così ampio? Qual è la forma e il modo migliore per raccontarlo?

L’altro giorno parlavo con un giovane freelance, che ha spesso raccontato le guerre nel Corno d’Africa, che non trova più il modo di scrivere, di vedere pubblicate le sue cose. Questo è gravissimo: una persona che intraprende un viaggio in luoghi pericolosissimi rischiando la sua vita, non ha la certezza che il suo lavoro sia riconosciuto. Siamo un Paese che si è dimenticato del mondo, perché troppo concentrati sul nostro ombelico. Ma il mondo c’è, si muove, ed ecco perché poi ci stupiamo dei barconi, perché non sappiamo niente. Nei giornali delle altre nazioni la politica estera ed i reportage trovano grande spazio, mentre qui niente, siamo fermi sul gossip e sulla cronaca nera. Ci stiamo suicidando culturalmente. Ciò che io ho fatto è una furberia: ho utilizzato il mio essere narratore per pubblicare queste storie, perché da giornalista, forse, non ne avrei avuto modo, e questo è sbagliato.

Soprattutto perché, in questa maniera, la qualità del giornalismo si abbassa…

Ma si è sempre più abbassata in questi anni. Il giornalismo in Italia è in ginocchio di fronte al potere. Quelli che noi reputiamo giornalisti di assalto (tranne quei due o tre che sono veramente bravi), dovrebbero essere il livello minimo da cui partire. Il giornalismo è a traino dei comunicati e degli uffici stampa. Non ha più indipendenza né alcuna capacità di critica, e il giornalista sportivo è diventato il punto di riferimento per tutti noi. Così, decidere di raccontare le guerre dell’Africa, non ti dà la certezza di essere pubblicato.

Ho avuto la sensazione che il tuo libro, come tutti i libri che sono raccolte di reportage e racconti, di esperienze vissute sul campo, sia un po’ una risposta all’era e agli strumenti social. Una risposta ai rapporti ed alle esperienze aleatorie che i social creano.

Beh, in effetti non avevo mai pensato a questo modo di vedere la cosa. Io sono uno che è molto presente nella rete, ma ho scelto di non essere sui social, e la pagina a me dedicata non sono io a gestirla. Prima di tutto perché, credo, che in qualsiasi cosa gratuita ci sia una forma di fregatura, per cui tu, persona, diventi una sorta di merce; e poi perché questa condivisione tra pubblico e privato e la virtualità che si crea, sono elementi che non mi affascinano. La vita è fatta di esperienze vere, di incontri veri. Nei social non esiste né memoria storica né memoria della cronaca, per cui ciò che è successo ieri è dimenticato, e spesso lascia spazio a rabbia ed insulti. Diventiamo buonissimi e cattivissimi in cinque minuti, pubblicando foto orribili accanto a immagini di gattini e caprette. Poi, magari, vai in Africa e ti capita di vederla davvero la capretta, la stessa che poi verrà uccisa perché c’è una festa in tua onore, e ti succede di non sentirti in colpa, perché parte di un processo sociale condiviso. Ecco, allora capisci che le esperienze social lasciano spazio alla vita reale. In casa nostra diventiamo cattivissimi e feroci, ma poi dobbiamo per forza uscire e relazionarci con l’altro. Cerchiamo migliaia di amici in rete, ma poi quanti sono davvero gli amici veri su cui possiamo contare?. Quando, nel cuore dell’Africa, sei fuori strada col tuo pick-up e la città più vicina è a centinaia di km a piedi, capisci qual è il senso della solidarietà, quando qualcuno si ferma, tira fuori le chiavi inglesi e ti dà una mano. Persone che poi non rivedrai mai più.

(Villaggio in Uganda)

Questo è il periodo degli sbarchi di migranti che provengono proprio dall’Africa. Che idea ti sei fatto del fenomeno? Quali sono le cause di queste migrazioni e quali le possibili soluzioni al problema?

Voglio sottolineare che la demografia fa la differenza. Pensate che l’età media in Italia è 46 anni, quella egiziana è 26. Non abbiamo speranza, dobbiamo guardare all’Africa con attenzione, altro che voltarle le spalle ed infastidirci per gli sbarchi. Nel libro parlo di un incontro con un bambino-soldato in Uganda: famiglia massacrata e a 12 anni un fucile in mano. Ecco, quella è una storia che ti fa domandare: «Ma se avessi vissuto io quell’esperienza, non sarei scappato, attraversato il deserto, preso una barca a rischio della mia vita?». Certo che l’avrei fatto, tutti saremmo scappati. Se non ci rendiamo conto da cosa scappano non c’è discussione. Non arrivano qui per cercare l’eldorado, ma per allontanarsi il più possibile da situazioni orrende. Se cambiassimo il nostro modo di guardare le cose e recuperassimo quel minimo di umanità che abbiamo perduto, sarebbe meglio per tutti. La stessa umanità che poi ho ritrovato proprio in quei luoghi, l’ospitalità, la gentilezza, la carineria, anche nelle più umili delle capanne, nelle case di sconosciuti, io l’ho sempre trovata. Ero sempre accolto col massimo della gentilezza.

 

Dei tanti viaggi che hai fatto, ce n’è uno che ti è rimasto più impresso e di cui hai i ricordi più forti?

No, hanno tutti un loro valore molto differente. E non bisogna andare in Africa per trovare l’esotico. Io, per esempio, ho fatto il giro delle tangenziali di Milano a piedi, ed è stato il viaggio più assurdo ed esotico che mi sia mai capitato di fare. Basta cambiare sguardo e predisposizione. Molte parti delle nostre città non le abbiamo mai viste e non sappiamo cosa succeda lì dentro. Sono esotiche tanto quanto potrebbe essere Bangkok. Ho approcciato a questi viaggi con lo stesso atteggiamento, fatto di curiosità e voglia di mettermi a confronto con i pregiudizi miei e con quelli che incontravo.

C’è una parte dell’Africa che vorresti vedere e raccontare e che non hai ancora visto e raccontato? E poi, che cosa ti porti dietro dell’Africa ad ogni ritorno, a parte l’odore speziato e intenso?

Di saperne sempre di meno, di essere sempre più ignorante. E questa è una buona notizia, vuol dire che non mi posso permettere di pontificare su nulla. E anche che hai sempre più voglia di tornarci, perché vuoi saperne sempre di più. Io ho visto molto poco, tutta la parte al di sotto dell’equatore è straordinaria e vorrei visitarla. Sicuramente ci tornerò.

Che cos’è l’Africa per te?

Un continente lungo come dal Portogallo alla Cina. Un insieme infinito di mondi tutto da scoprire, una terra antichissima. Siamo partiti tutti da lì, a piedi per conquistare il mondo. Ma nello stesso tempo una terra giovanissima, con un’età media molto bassa. E dove c’è un popolo giovane la voglia di cambiamento è molto più forte. Io credo che sia a tutti gli effetti il futuro del mondo.

Donato Bevilacqua

diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.