È il 6 aprile del 2013 quando Domenico Quirico, giornalista de La Stampa, e Pierre Piccinin Da Prata, storico, politologo e specialista del mondo arabo, imboccano un sentiero tra le montagne della Siria, in compagnia di coloro di cui vogliono raccontare le gesta: l’Armata siriana libera, oppositori di Bashar Assad, i ribelli, i rivoluzionari. Nei pressi della città di al-Qasser, però, proprio i loro compagni li consegnano a uomini incappucciati che li trascinano con violenza sul loro pick up. Iniziano cinque mesi di strazio e prigionia, 152 giorni di ostaggio in cui i due giornalisti diventano il nemico occidentale, il Cristiano da disprezzare.
Questo libro, Il Paese del male, è la cronaca di quel periodo narrata dagli stessi protagonisti, che una volta a casa hanno trovato la forza, ancora, di scrivere e raccontare. Il lavoro del giornalista è forse questo: continuare a narrare e dar voce agli eventi del mondo, anche quando questo vuol dire pericolo, rischio della propria vita, rischio di procurare dolori ai propri cari. Le pagine sono piene di sensi di colpa verso i familiari, di dubbi, paure. Come nella migliore tradizione dei reporter di guerra, Domenico e Pierre vanno oltre il resoconto mescolando fatti a pensieri, dandoci accesso al lato più umano di due giornalisti trattati come bestie dai propri carcerieri. E mentre Pierre è lucido, preciso, costante nella scrittura e nello scavare dentro di se, Domenico si lascia spesso andare alla rabbia, sembra esplodere quasi volesse uscire dalle pagine del libro e scuoterci. Così il risultato non è un semplice reportage narrativo, ma un diario a cavallo tra il giornalismo e la memoria. Si riflette sul difficile rapporto tra Occidente e mondo musulmano, sulla facilità di perdere Dio quando bastoni, cinghie e pallottole feriscono il nostro corpo, sul valore e sull’importanza della testimonianza, che proprio nel pericolo sembra diventare un dovere morale.
Si riflette sul Male, sul concetto ma anche su ogni manifestazione concreta che l’uomo porta in scena ogni giorno. Perché se la guerra è il peggiore dei mali, proprio l’uomo muove i fili, tesse trama ed ordito, scrive la sceneggiatura. Proprio l’uomo che, come diceva Pascal, può essere angelo e bestia. Così non c’è più differenza tra prigioniero e sequestratore, tra vittima e carnefice, e la Siria è solo uno dei tanti luoghi in cui il Male urla e scalpita, prende la parola, quella che l’uomo gli concede perché è, semplicemente, la sua natura.
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