Francis Scott Fitzgerald – Belli e dannati

In Belli e dannati, Francis Scott Fitzgerald racconta una parabola di dissipazione e vizio, quella di Anthony e Gloria, due giovani rampolli dell’alta borghesia USA. Negli otto anni di vita di coppia (1913-1921) che il romanzo abbraccia, l’amore passionale, la joie de vivre, le feste sfrenate, il lusso, vengono spazzati via senza troppi complimenti. L’idillio svanisce, tramutandosi in odio mascherato da indifferenza, il conto in banca s’assottiglia sino alla povertà, l’alcolismo trasfigura anche fisicamente il bell’Anthony, e tutto senza che nessuno dei due protagonisti tenti realmente di invertire la rotta di un’esistenza pericolosamente destinata al naufragio. Una qualche specie di reazione c’è, ma essa – come fa notare l’americanista Sara Antonelli nella prefazione – non si rivolge «contro il destino o la legge, […] bensì contro i capricci di un’innamorata indifferente o il moralismo di uno zio bigotto o un barman che si ostina a non servire gratuitamente un cocktail».

E così, giorno dopo giorno, i due protagonisti si logorano nell’attesa snervante che un tribunale riconosca loro quella parte di eredità che, per l’appunto, lo zio di Anthony, fanatico moralista, ha negato al nipote a causa della sua condotta scandalosa. Una speranza che, in alcuni momenti, pare simile a quella che il maggiore Drogo nutre circa la possibilità che il nemico attacchi la fortezza nel buzzatiano Deserto dei Tartari. Quando si realizza, è troppo tardi: Anthony è ormai schiavo della bottiglia e sull’orlo della pazzia, e Gloria il fantasma di se stessa.

Fitzgerald racconta il dramma dei suoi personaggi senza rinunciare all’ironia, mostrandone il lato più patetico. Lo stesso può dirsi per il ritratto che fa del suo paese, di cui, come afferma nella postfazione Francesco Pacifico (curatore della traduzione), individua i pilastri fondamentali nel militarismo, nella «speculazione finanziaria» e nella «retorica truffaldina».

Nel complesso, la seconda prova dello scrittore americano (l’esordio è Di qua dal paradiso, 1920) è un po’ leziosa nel linguaggio (abbondano le metafore e le similitudini) e strutturalmente squilibrata (da metà romanzo in poi il declino dei due protagonisti subisce un’accelerazione netta). Per queste ragioni, la critica gli preferisce sistematicamente Il grande Gatsby (1925) e Tenera è la notte (1934). Tuttavia, Belli e dannati rimane un’opera d’assoluto valore, ricco d’inventiva sul piano formale (in un modo che potremmo definire “modernista”) ed estremamente suggestivo su quello ideologico, forte di una non comune capacità di addentrarsi con lucida precisione nelle pieghe di un malessere sociale latente ma pronto a deflagrare in tutta la sua tragicità da un momento all’altro.