«We’ll slide down the surface of things», scivoliamo sulla superficie delle cose. Victor Ward se lo ripete come un mantra questo verso di Even better than the real thing degli U2. Del resto, tutto Glamorama non è nient’altro che una sorta di folle piano inclinato lungo il quale, come povere biglie, i personaggi precipitano all’infinito, senza conoscere mai l’arresto epifanico di una caduta, quel doloroso eppure in un certo senso confortante contatto col suolo che ti rammenta quanto squallida e misera sia la tua esistenza. Pubblicato negli USA nel lontano 1998 e l’anno dopo in Italia, il quinto romanzo di Bret Easton Ellis mette in scena un universo ultra-patinato nel quale sesso, droga e abiezione morale sono la regola. As usual, del resto. Non dimentichiamo che l’autore americano è diventato celebre con un romanzo come American psycho (1991), satira grottesca dai risvolti gore sullo yuppismo reaganiano, in cui uno degli antieroi per eccellenza della letteratura dell’ultimo ventennio, Patrick Bateman (Bateman come Bates, Norman Bates, il folle killer dell’hitchcockiano Psycho), diventava sineddoche di una società profondamente malata, condannata inevitabilmente all’autodistruzione perché erosa dal cancro di un consumismo esasperato, esploso.
Ward è un “it-boy”, un ragazzo giocattolo. Modello «quasi-famoso», si districa tra sfilate, comparsate tv, paparazzate e, soprattutto, feste ultra-mondane. La penna di Ellis traccia con mirabile precisione la geografia di un universo le cui coordinate si chiamano solitudine, alienazione, pazzia, orrore. Sotto le luci dei flash e i fari dei club o dentro loft impeccabilmente arredati si consumano una serie di rituali di convivialità stanchi, svuotati di ogni significato, ipocriti, di amplessi meccanici, freddi, senza passione, di conversazioni frenetiche, ai limiti del nonsense. L’apparenza è l’unica cosa che conti: il vuoto si esorcizza dietro un paio d’occhiali alla moda, un’acconciatura all’ultimo grido, un capo d’abbigliamento firmato, un orologio prezioso. La superficie delle cose, per l’appunto: l’occhio di Ward, io narrante, coglie solo il particolare, ingigantendolo sino al parossismo, mancando clamorosamente di una visione d’insieme. Nella scrittura di Ellis non ci sono panoramiche o campi lunghi, solo primi e primissimi piani e dettagli. Tutto il resto è tenuto fuoricampo, giustificato finzionalmente non solo da una miopia valoriale ma anche, più prosaicamente, dalle dosi massicce di tranquillanti, cocaina, eroina e pillole varie che i tristi manichini che popolano Glamorama ingurgitano, s’iniettano e sniffano con la facilità con cui respirano.
Il bel mondo ultrapatinato in cui Ward sguazza come un pesce nell’oceano, tuttavia, è destinato ben presto a svelare la sua vera natura. Dopo una prima parte (280 pagine circa) vorticosa, all’insegna di un’ipertrofia di colori e suoni, in cui Victor si muove nella Grande Mela tra fidanzate celebri, amanti, shoot fotografici, interviste per MTV e inaugurazioni di locali, il romanzo riprende fiato, sballottandoci dall’altra parte del globo, in Europa. Incaricato di rintracciare una vecchia fiamma, Victor fa la spola tra Londra e Parigi in compagnia di un gruppo di modelli tossici ed erotomani, nonché sadici torturatori e terroristi su scala globale. Il racconto assume allora le sembianze di un incubo agghiacciante, di un’allucinazione perversa (nel senso vero del termine: Ward, sempre più sconvolto, assume Xanax in quantità industriali). S’impone come tema dominante quello della spersonalizzazione, della perdita di contatto con la realtà, che immerge cose, persone ed eventi in una coltre d’ambiguità destinata a non dissiparsi mai. La scissione, il distacco da sé e dal mondo circostante, raggiunge lo zenit nel finale, con tanto di Doppelgänger e (paradossale) separazione mitotica dell’io narrante: due voci che raccontano ciascuno la propria nuova condizione. Ecco dunque che Ellis, oltre che dei meccanismi della spy-story e del thriller (contrariamente ad ogni regola, le ragioni dei terroristi e la natura stessa del complotto non vengono chiarite) si fa beffe anche del tradizionale impianto del romanzo di formazione, cosa che ci riporta all’aspetto metaletterario della sua scrittura. Fedele ad un approccio marcatamente postmoderno, Glamorama è anche un crogiuolo di riferimenti incrociati, che rimandano tanto a star dello show-biz realmente esistenti quanto agli anti-eroi alle precedenti opere ellisiane (Ward, ad esempio, compariva anche in un altro romanzo dello scrittore, Le regole dell’attrazione).
Pur se meno compatto e continuo di American psycho, Glamorama rimane comunque un libro di straordinaria fattura, uno sferzante, grottesco e terrificante atto d’accusa nei confronti della società dello spettacolo, messo in scena con ghigno sardonico e beffardo da uno dei più lucidi cantori del vuoto pneumatico in cui un capitalismo spinto ai limiti estremi (e dunque ormai al collasso) ha precipitato le nostre esistenze.




