Cat Power – Sun

Chan Marshall è una che proprio bene non se l’è passata mai. Il suo indie-folk sofferto, rabbioso, affonda le radici in una biografia quantomeno rocambolesca. Figlia di genitori separati (il padre era un pianista blues), un’infanzia trascorsa in giro per gli States a causa dei continui spostamenti per lavoro del nuovo marito della madre, il trasferimento, ventenne, a New York, i primi dischi, l’alcolismo: Cat Power ha dovuto lottare con le unghie e con i denti per non sprofondare. Nel 2006, la pubblicazione di The greatest, seguita ad un periodo di rehab, ci aveva consegnato l’immagine di una donna ritrovata, serena, prima ancora che di un’artista matura, nel pieno possesso delle proprie facoltà espressive. Il paradosso è che le trame country, blues e soul di quel disco acquistano ulteriore valore, si completano, proprio grazie a questo Sun. Che, col suo mix di electro-rock e new-wave, non può che suonare diversissimo dal predecessore. Eppure tra i due non c’è frattura. The greatest era la (necessità della) calma dopo la tempesta, una camera di decompressione; Sun è il grido di battaglia, la riscossa che passa per l’esame del proprio dark-side.

Superate la fase del fisiologico ripristino di un equilibrio che sembrava perduto, la Marshall torna ad immergersi anima e corpo (suono) nella propria inquietudine. Il risultato è, anche artisticamente, l’affermazione della piena padronanza di sé, il recupero del controllo: Sun, infatti, è stato interamente scritto, registrato e prodotto dalla stessa Chan, fatto salvo il contributo di Philippe Zdar dei Cassius al mixer. Stupido pensare che l’album faccia tabula rasa del passato: qua e là, a prestar bene attenzione, vengono fuori parentele con il capolavoro You are free (2003). È altrettanto indubitabile, tuttavia, l’elemento di novità che quest’ultimo LP introduce all’interno del corpus marshalliano. Cherokee sorprende già in avvio, con intrecci di sintetizzatori, chitarre e piano che sfociano in un refrain ballabile («feels like the time is on my side» è il verso cruciale). E al dancefloor puntano anche Ruin (giocata su un loop pianistico dai sentori latin), Real life e 3,6,9 (una filastrocca sexy che flirta con i White Stripes di Fell in love with a girl). La tavolozza di colori predilige le tonalità scure: sei corde sporche, strati di tastiere e vocals suadenti intessono pulsanti e spettrali inni all’autodeterminazione e alla ribellione (Human being, Always on my own). Le tentazioni sperimentali culminano nel krautrock di Manhattan (contemplativo omaggio alla Grande Mela) e nei dieci minuti “berlinesi” di Nothing but time. Quest’ultimo è il brano forse più emblematico del nuovo corso “spirituale” di Chan: il clima trionfale (un po’ Heroes di Bowie, un po’ U2) e quel «the world is just beginning» intonato con Iggy Pop testimoniano di un ottimismo nuovo di zecca.

Certo, il valore artistico non si misura con le intenzioni. E così vien da obiettare qualcosa alla Marshall, per esempio il fatto che non tutto sia perfettamente a fuoco (proprio Nothing but time pare un po’ fuori contesto), che l’originalità non sempre sia al top (Peace and love, ad esempio, sembra uscita da un disco dei Kills) e che, in definitiva, l’insieme ammali più di quanto effettivamente non conquisti. Malgrado tutto, però, Sun è un buon disco, importante soprattutto perché apre nuove, interessanti prospettive all’arte di Cat Power.

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