Jon Fosse Insonni

Jon Fosse – Insonni

Tra gli autori contemporanei, Jon Fosse riveste indubbiamente un posto di gran rilievo. Drammaturgo, romanziere, scrittore di racconti, il norvegese è uno dei più apprezzati playwriter in circolazione. Vincitore di ben due premi Ibsen (nel 1996 e nel 2010), Fosse ha visto le sue opere tradotte in ben quaranta lingue ed è stato inserito dal “Daily Telegraph” nella lista dei 100 “living geniuses” (al posto numero ottantatré, per la precisione).

Insonni, sorta di romanzo breve uscito in Italia per conto di Fandango Libri, ne conferma appieno il talento poetico. Asle e Alida sono due giovani innamorati che, a causa della condizione della ragazza (è rimasta incinta), sono costretti ad abbandonare la natia Dylgja per trasferirsi nella più grande Bjørgvin. Qui vagano sperduti nella fredda notte alla ricerca di un posto in cui riposare qualche ora. Con sé non hanno molto: solo qualche banconota ed un po’ di cibo rubati a casa della madre della ragazza, che l’ha ripudiata. Bussano ad ogni porta che incontrano sul loro cammino, ma nessuno è intenzionato ad ospitarli. Troppo “ingombrante” quella pancia, quando non si è sposati. Ma la pioggia batte implacabile, la fame e la stanchezza si fanno sentire: non resta allora che arrangiarsi. In qualsiasi modo…

Scritto in una prosa vertiginosa, che non concede pause grazie ad un uso più che mai essenziale della punteggiatura e al ricorso al discorso indiretto libero, Insonni è l’ennesimo sguardo di Fosse sui rapporti umani – o, se preferite, sulla mancanza di essi. Il flusso di parole si carica di suggestioni incantevoli, giacché alla narrazione del presente s’intersecano la rievocazione di ricordi d’infanzia (splendida, al riguardo, la descrizione del primo incontro tra i due protagonisti) ed i sogni. Dal raccordo tra questa scrittura, che scorre come un fiume in piena, ed il tono minimale e trasognato della vicenda, nasce un piacevolissimo cortocircuito. La brutale indifferenza della famiglia di Alida prima e degli abitanti di Bjørgvin poi viene bilanciata dal sentimento puro che lega i due giovani, sceneggiato da Fosse senza melensaggini, e dal calore di un passato che contrasta con i toni cupi, plumbei del presente. Anche la “scomparsa” della Madrina (la proprietaria della casa in cui, di notte, i giovani s’introducono, decisi a trascorrervi la notte) è raccontata in chiave sommessa – anzi, non è raccontata affatto: passa sotto silenzio, nascosta alla vista del lettore (e di Alida), quasi a volerne sottolineare la naturalità, l’inevitabilità. Sotto quest’ottica, Insonni è un apologo sulla lotta per la sopravvivenza e la conseguente (e necessaria) sopraffazione dell’altro, uno spettacolo agghiacciante che va in scena quotidianamente sul grande palcoscenico della nostra società e al quale noi, come l’Uomo accorso in aiuto di Asle, preferiamo prestare scarsa attenzione.

L’individualismo opprimente si sublima nel finale: nasce il piccolo Sigvald e Aida afferma che «siamo rimasti solo noi», quasi a voler sottolineare l’assenza di qualsiasi “umanità”. Ma tant’è. C’est la vie