Roman Polanski – L’uomo nell’ombra

Il protagonista di questo film è un’“ombra”. Così si chiamano, nel gergo, i ghostwriter, gli “scrittori fantasma”, quelli assoldati dalle celebrità per redigere le loro autobiografie. Essendo un’“ombra”, il protagonista di questo film non ha un nome (anche se ce l’avesse, cosa cambierebbe? La firma sul libro non sarebbe comunque la sua…). Ce l’hanno gli altri, il nome: Adam Lang, per esempio, il Primo ministro britannico di cui il protagonista deve scrivere le memorie. Ce l’ha Richard Rycart, ex Ministro degli esteri dell’esecutivo di Lang, che ha denunciato questi all’Aja per crimini di guerra (l’accusa è aver consegnato alla CIA quattro presunti terroristi, uno dei quali morto a seguito delle torture). Un nome ce l’ha anche Mike McCara, l'”ombra” assoldata prima del protagonista, annegato con una gran quantità di alcool nel sangue (quindi il nome ce l’ha solo perché è morto).

Ci sono i nomi e ci sono le facce, ma mentono. La moglie di Lang, ad esempio, Ruth: disprezza il marito, e non solo perché è al corrente della relazione di questi con l’assistente Amelia Bly, ma anche perché lo reputa un debole, da manipolare a proprio piacimento indossando i panni della fidata consigliera. E poi c’è il professor Paul Emmett, ex compagno di college di Lang ed esperto di questioni di geopolitica, tutto l’opposto del tranquillo accademico che vorrebbe far credere di essere.

Tratto dal romanzo Il ghostwriter, di Robert Harris (edito in Italia da Mondadori), ed ultimato da Polanski mentre si trovava in carcere in Svizzera per la nota vicenda di abusi sessuali, L’uomo nell’ombra adopera la struttura del thriller hitchockiano per affrescare un macrocosmo di ambiguità e menzogna, in cui il fantasma vero sembra essere la verità. Il disperato tentativo del protagonista (interpretato da Ewan McGregor, al solito ottimo) di appurare i fatti, si anima di una dose crescente di paranoia di pura matrice polanskiana, con tanto di omaggio a L’inquilino del terzo piano (nel quartier generale di Lang a Marta’s Vineyard, McGregor occupa la stanza in cui aveva soggiornato il defunto McAra).

Claustrofobico e goticheggiante eppure sobrio, asciutto, questo marchingegno narrativo dalla costruzione implacabile tradisce una vena di polemica politica (Lang è evidentemente calcato su Tony Blair), denuncia l’ipocrisia della “lotta al terrore” e, più in generale, smaschera la doppiezza ed il cinico opportunismo del Potere, sorta di mostro dalle mille teste le cui possenti fauci possono stritolare chiunque senza lasciare traccia. Meritatissimo Orso d’argento a Berlino.