Crystal Castles – (II)

È una regola di buon senso, nota a tutti: mai cambiare quando vinci. I Crystal Castles, con il primo, omonimo LP hanno vinto, e alla grande. Non è questione di piazzamento in classifica, no, ché ad una band con pretese “indipendenti” non si addice la top ten: è una questione di attenzione. Ormai, quando si sente parlare di Ethan Kath e Alice Glass, si drizzano le antenne, e tutti si fermano ad ascoltare. Se non è cult(o), poco ci manca: dove non arrivano le sonorità tra electroclash e videogame anni ’80 dei loro dischi, ci penseranno le performance live, ai limiti dell’animalesco e già proverbiali. Il nuovo album, laconicamente intitolato (II), riprende dunque la formula del predecessore, imbastendo altre quattordici tracce di pop sintetico e danzereccio, rigorosamente in bassa fedeltà.

La varietà degli umori, dei toni, è qualcosa che confina con l’isteria: Fainting spells è un biglietto da visita sfrigolante e strozzato, un piccolo abisso di depravazioni digitali subito temperato da Celestica, fluttuante ed eterea. Ecco, la mancanza di misura è la croce dei Crystal Castles, e insieme la loro più sincera attestazione di vitalità: tra l’urlo psicotico di Doe deer, con la voce della Glass corrosa dall’acido dei pixel, e i delay della spettrale Violent dreams, non c’è quasi mediazione. (II) manca di un centro nevralgico: la disco di Pap smear o il pop sofisticatissimo di Empathy stonano accanto ai lenti fraseggi di synth e alle fluttuazioni angoscianti I am made of chalk. Ma tant’è: fossero più “calcolati”, i canadesi, forse non ci piacerebbero, o ci piacerebbero meno. In definitiva, è una questione di maturità: malgrado qua e là affiori una maggior padronanza espressiva rispetto al passato, quasi una specie di professionalità, alla lunga la voglia di strafare, una propensione per l’eccesso quasi infantile (evidente anche nella lunghezza della scaletta), penalizza un lavoro altrimenti ricco di carisma e buone intuizioni.

Dunque, così sono i Crystal Castles – testardi, caotici, capricciosi – e così ce li dobbiamo tenere, perché – statene certi – non cambieranno mai. L’impressione è che possano regalare qualche altro guizzo piacevole, in futuro: lampi di genio no, però, ché qui non è proprio il caso. E poi, per un culto degno di questo nome, non aiuta anche sprecare un po’?