dolcezza

Quando la Corea e l’Italia si sono incontrate per raccontare il mondo della dolcezza

Esiste un modo tutto televisivo di raccontare il cibo: usarlo come sostituto del linguaggio quando andiamo a parlare di sentimenti. Lo hanno fatto, con accenti molto diversi, sia la serialità coreana sia quella italiana, due tradizioni lontane che si ritrovano sullo stesso terreno, quello della tavola, dell’impasto e del lavoro paziente che trasforma pochi ingredienti in un gesto d’affetto.

Da una parte c’è “Bread, Love and Dreams”, il kolossal di KBS2 del 2010 che ruota attorno al mondo dei forni e della panificazione; dall’altra “La ricetta della felicità”, la fiction di Rai 1 andata in onda dal 25 settembre 2025, che mette al centro una ripartenza familiare in una piccola località della Riviera romagnola.

Non sono la stessa storia e spesso non parlano nemmeno lo stesso linguaggio “di genere” ma si imperniano sulla stessa idea: utilizzare il cibo come grammatica narrativa universale, esattamente come si vede fare da altre parti con elementi immaginifici legati ad esempio al mondo dell’astronomia, come nel popolare gioco per cellulare e computer chiamato Starburst Slot.

Il pane come destino, la piadina come rinascita

“Bread, Love and Dreams”, trasmesso da KBS2 tra giugno e settembre 2010 in trenta puntate, racconta la storia di Kim Tak-gu, figlio illegittimo di un potente imprenditore del settore dei prodotti da forno.

Osteggiato dalla famiglia nella corsa all’eredità, il protagonista, interpretato da Yoon Shi-yoon, inizia un percorso di formazione che attraversa i decenni a partire dagli anni Settanta; il successo della serie è risultato clamoroso, con una puntata finale capace di toccare il 50,9 per cento di share, per un risultato che che ne fece una delle serie più viste in Corea nel 2010. Il segreto era la capacità di intrecciare rivalità familiari, ambizione e passione artigianale, trasformando la panificazione in un campo di battaglia emotivo, quasi epico, prima ancora che in un mestiere.

“La ricetta della felicità” procede invece su un registro più intimo e quotidiano. Marta, interpretata da Cristiana Capotondi, perde la vita agiata che conduceva a Milano quando il marito viene accusato di riciclaggio e frode e si trasferisce con figlia e suocera a Marina di Romagna, dove incontra Susanna, imprenditrice interpretata da Lucia Mascino.

Qui la piadina, lo street food romagnolo per eccellenza, diventa il ponte perfetto tra mondi sociali distanti oltre che la chiave per ricominciare a vivere. Per gli autori la serie è costruita appositamente al fine di essere una produzione “feel good”, ovvero un prodotto audiovisivo in cui il tema non è il protagonista ma è solo lo strumento da utilizzare per fare in modo che i personaggi si incontrino, litighino e interagiscano tra di loro.

Dalle glasse alle gemme: quando la dolcezza diventa immagine

Il fascino di queste storie dipende anche da un fatto estetico: il cibo, e in particolare la pasticceria, è composto da tantissimi elementi in grado di costruire un potente linguaggio visivo, fatto di colori saturi, geometrie ordinate, superfici lucide. Tutti questi elementi, se opportunamente miscelati, permettono di creare ambientazioni ed estetiche in grado di accalappiare il gusto della maggioranza come anche accade in altri contesti dell’intrattenimento.

Non tutti sanno che, ad esempio, uno dei più famosi giochi di slot sul mercato ha un’estetica che richiama i dolci: chiarezza grafica, pochi colori e forme riconoscibili sono tutto quello che a volte serve per raggiungere il successo. Non è un caso che l’immaginario dolciario e quello della festa condividano molti elementi: la vetrina, la decorazione, la ricorrenza. Anche la fiction italiana fa leva su questo repertorio, quando mostra tavole imbandite e dolci casalinghi come segni di accoglienza, mentre la tv coreana lo declina in chiave più scenografica, con forni e teglie che diventano scenografia della crescita personale.

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