Giovedì sera, 9 Luglio, dentro il meraviglioso anfiteatro romano di Urbisaglia, la compagnia PoEM (Potenziali Evocati Multimediali) ha messo in scena Sette a Tebe, il capitolo del Trittico della guerra con la regia di Gabriele Vacis dedicato alla contesa fratricida tra Eteocle e Polinice. Ma quello che accade dentro quel millenario cerchio di pietra non è solo un testo recitato, ma assistiamo alla potenza di un corpo collettivo che si consuma davanti agli occhi del pubblico, fino a chiedergli, alla fine, di diventare a sua volta voce.
La trama
Da I sette contro Tebe di Eschilo, nella versione di Monica Centanni, Vacis sposta il fuoco dagli eroi al coro: è il popolo di Tebe, non i sette guerrieri alle sette porte, a tenere la scena, ad assistere, a commentare, a lasciarsi trascinare dall’euforia e poi dal terrore dell’assedio. Alla settima porta il nemico si rivela essere un fratello: Eteocle contro Polinice, sangue contro sangue, in un duello che la tragedia consegna come destino ineluttabile della stirpe di Edipo. Nel corpo antico del testo si infilano schegge di oggi, dati sulle armi contemporanee, la voce di James Hillman, di Sun Tzu, di Brecht, a dire che quella guerra fratricida non è mai finita, si è solo spostata tra noi.
La recensione
Lo spettacolo mette in scena un corpo corale dove gli attori di PoEM occupano la cavea ancora prima che qualcuno decida che lo spettacolo è iniziato: si scaldano, respirano, si toccano le spalle, si contano, un rituale collettivo che sembra dire, prima ancora di Eschilo, “siamo qui, siamo vivi, siamo tanti”. Questa operazione di corpi fa del coro tebano una folla di oggi, pendolari, cittadini, gente comune trascinata in una guerra che non ha scelto. Il movimento, all’inizio, è quello della massa che respira all’unisono, si stringono, si aprono, corrono in circolo, formano muri con le schiene, poi crepe in quei muri, come se la coreografia stessa disegnasse le sette porte della città assediata. Una danza che abbraccia la fonte della verità della relazione con cui i corpi che si tengono, si contano, si perdono e si ritrovano, non sono altro che particelle attratte da una stessa forza gravitazionale.
Poi arriva l’assedio, il rumore roboante della guerra, gli zoccoli dei cavalli, tutto si traduce in sentimento. Il corpo del guerriero greco è il corpo della guerra che riduce a carne senza più ruolo sociale, senza più nome. Restare nudi di fronte all’orrore, all’omicidio, al fratricidio: è qui che lo spettacolo mette in scena, senza doverlo dichiarare, la figura che Agamben chiama homo sacer, una vita che l’ordinamento può sopprimere impunemente ma che nessun rito potrebbe consacrare, inclusa nella legge unicamente nella forma della propria esclusione. È la struttura del bando, soglia di indistinzione tra dentro e fuori, non è un semplice esilio fuori dalla legge, ma un abbandono a opera della legge stessa, che si ritira lasciando il corpo esposto, catturato proprio nel momento in cui sembra liberarlo. Il sovrano, sulla scena come nella teoria, non è chi applica la norma, ma chi decide quando sospenderla; e i corpi degli attori, spogliati, senza più uniforme né grado, sono esattamente quella soglia indistinta in cui la legge tace e resta soltanto la vita, disponibile a chi ha il potere di deciderne la fine.
Gli attori, ragazzi, poco più di vent’anni, la generazione che eredita guerre che non ha dichiarato, restano lì, esposti, e diventano l’immagine più diretta di cosa un conflitto lascia addosso: niente uniformi, niente eroismi, solo pelle, respiro e battito, solo ciò che resta quando il bando ha già fatto il suo lavoro. Il canto sorregge la spina dorsale del coro, le voci si intrecciano, si mescolano nella polifonia delle lingue antiche, salmodie che salgono e si spezzano, voci che si sovrappongono come un brusio d’ansia collettiva, un pianto che diventa preghiera laica. Il respiro drammaturgico si apre al coro che canta la paura prima che la paura esploda, e continua a cantarla anche quando le parole si esauriscono. Il cuore fisico dello spettacolo resta il duello tra i due fratelli. Vacis lo risolve con un’immagine semplicissima e crudele, due lunghi elastici tesi, che Eteocle e Polinice si scagliano contro a vicenda, corpo che tira corpo, in una danza di tensione e scatto che è più vicina alla fisica che alla coreografia, una violenza sulla meccanica della trazione e dello schianto. La guerra civile racconta il suo martirio, i due fratelli si spezzano a vicenda con lo stesso filo che li tiene legati, lo stesso legame di sangue trasformato in arma.
L’anfiteatro di Urbisaglia, in questa estate, lascia comunque affiorare l’assedio di Tebe, le mura, il popolo intrappolato tra le sette porte, che richiamano, senza che nessuno pronunci il nome, l’assedio più attuale, il genocidio di Gaza. Antico e contemporaneo si intrecciano senza sovrapporsi. Una città che brucia nel mito e la città che brucia oggi si parlano attraverso duemila anni di distanza e nessuna distanza reale. Per Agamben ciò che segna la politica del nostro tempo non è che la nuda vita esista, è sempre esistita, ai margini dell’ordinamento, ma che quel margine abbia smesso di essere margine, quando l’eccezione diventa ovunque la regola, lo spazio della vita nuda coincide con lo spazio politico stesso, e non c’è più fuori in cui ripararsi. È questo, più che ogni citazione esplicita, che lo spettacolo lascia intuire sui corpi che, spogliati sul palco di una tragedia scritta duemilacinquecento anni fa, restano lo stesso identico corpo esposto di chi, oggi, non ha più margine in cui essere risparmiato.
Nel finale, i costumi di scena spariscono, gli attori tornano nei loro vestiti normali, non più coro tebano, non più eroi, ma semplicemente loro, ragazzi nati e cresciuti in un mondo che la guerra non ha mai davvero lasciato in pace. Continuano a parlarne, ma da sé stessi, dalla propria condizione di figli di questo tempo, la generazione che ha visto la guerra tornare vicina, in Europa, dopo che si credeva un capitolo chiuso. E poi accade il gesto più intimo e coraggioso, invitano il pubblico nel silenzio di un passaggio di testimone, uno per uno, a dire semplicemente il proprio nome, la propria età, e di essere vivo. In quel momento il teatro smette di essere uno spazio che separa chi guarda da chi agisce, la quarta parete si schianta, il pubblico diventa scena, la platea diventa coro, e la tragedia, che parlava di città assediate e fratelli che si uccidono, si chiude con un atto minimo ed enorme insieme, la semplice affermazione di esistere, qui, ora, vivi.
Dietro tutto questo c’è anche una storia meno visibile, ma percepibile in ogni gesto di scena. PoEM nasce nel dicembre 2021 da una classe della Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, a cui si uniscono Roberto Tarasco e Gabriele Vacis. Non una compagnia costruita a tavolino, ma un gruppo di ventenni diplomati insieme che ha scelto di restare insieme, di vivere del proprio lavoro senza chiedere finanziamenti, con casa stabile a Settimo Torinese e un continuo girovagare per l’Italia. “La bellezza è stata ostaggio della forma per secoli”, dicono di sé, “il futuro della bellezza sta nella relazione”. È una filosofia che si vede tutta in scena, quella fisicità libera e fidata nasce da una confidenza costruita vivendo, amando, litigando e ricomponendosi insieme per anni, come una famiglia scelta più che una compagnia assemblata. Il Trittico della guerra, nato nel 2022 con Prometeo, proseguito con Antigone e i suoi fratelli e Sette a Tebe, torna ora a chiudersi su sé stesso. Dopo tournée che hanno toccato Vicenza, Segesta, le Fonderie Limone di Moncalieri e Urbisaglia, sarà Prometeo stesso, nella nuova produzione, ad approdare al Teatro Franco Parenti di Milano il 2-4 febbraio 2027, non è un debutto, ma un ritorno, il cerchio che si richiude dove tutto era iniziato.
L’eccesso di riferimenti non accumula, ma dichiara l’incredibile pericolosità di oggi, dall’Ucraina a Gaza, ogni arma e ogni popolo ha una storia. Come ogni altro corpo in platea, trasformato per un istante in coro, anche il mio nome risuona, non in nome della guerra che lo spettacolo aveva appena raccontato, ma in nome dell’amore, della vita che continua, nonostante tutto, a chiedere di essere vissuta e raccontata: Mi chiamo Giorgio ho 44 anni e sono vivo.




