Ci sono invenzioni che ampliano le possibilità dell’essere umano e altre che rendono improvvisamente pensabile la sua scomparsa. Atomica, lo spettacolo di Muta Imago presentato al Teatro Sperimentale di Pesaro nell’ambito di teatrOltre, non tenta di ricostruire lo scoppio della bomba su Hiroshima, ma si concentra piuttosto sulla sua onda d’urto più lunga e invisibile, quella che continua a propagarsi nella coscienza di chi ha partecipato alla macchina della distruzione.
Muta Imago è una compagnia di teatro di ricerca fondata a Roma nel 2006 da Claudia Sorace (regia) e Riccardo Fazi (drammaturgia e sound design), tra le realtà più riconosciute della scena indipendente italiana. Ha vinto il Premio Speciale Ubu nel 2009 e di nuovo nel 2021, quest’ultimo per il progetto radiofonico Radio India, oltre al Premio Ubu per il miglior progetto sonoro nel 2022 con lo spettacolo Ashes. Il loro lavoro intreccia parola, suono e immagine per interrogare il rapporto tra l’essere umano, la memoria e il proprio tempo.
Diretto da Claudia Sorace e costruito sulla drammaturgia sonora di Riccardo Fazi, lo spettacolo nasce dal carteggio tra il filosofo Günther Anders e Claude Eatherly, l’aviatore statunitense che il 6 agosto 1945 verifica le condizioni meteorologiche sopra Hiroshima, comunicando il via libera alla missione.
In scena, Alessandro Berti e Gabriele Portoghese attraversano questa corrispondenza trasformandola in un viaggio mentale, visivo e acustico dentro la colpa, l’obbedienza e la responsabilità individuale. La replica pesarese si è tenuta il 29 maggio 2026; la produzione ha debuttato al Teatro India di Roma nel novembre 2025.
La trama
Dopo Hiroshima, Claude Eatherly non riesce a riconoscersi nell’immagine eroica che la società americana gli ha costruito attorno. Commette piccoli reati, tenta il suicidio, cerca una punizione che il mondo continua a negargli. La sua incapacità di dimenticare viene interpretata come una patologia, fino all’internamento nell’ospedale psichiatrico militare di Waco, in Texas. È lì che riceve una lettera di Günther Anders. Il filosofo vede in lui la dimostrazione vivente delle proprie riflessioni sulla distanza tra la potenza tecnica dell’umanità e la sua capacità di immaginare le conseguenze delle proprie azioni. Eatherly, dall’altra parte, trova finalmente qualcuno disposto a riconoscere il suo tormento non come semplice follia, ma come manifestazione estrema di una coscienza ancora vigile.
Dal loro scambio nasce un rapporto di solidarietà e amicizia: due uomini lontani migliaia di chilometri provano a opporsi, attraverso le parole, a un sistema che vorrebbe trasformare la responsabilità in una procedura senza volto. Lo spettacolo assume questa vicenda come punto di partenza per interrogare il ruolo dell’individuo davanti agli eventi collettivi della Storia. Il carteggio è disponibile in Italia grazie a Mimesis, che lo ha pubblicato con il titolo L’ultima vittima di Hiroshima (a cura di Micaela Latini, 2016), preceduto dalla prefazione di Bertrand Russell e dall’introduzione di Robert Jungk.
La recensione
La colpa di chi ha obbedito
Il nucleo più incisivo di Atomica risiede in un rovesciamento morale tanto semplice quanto perturbante, dove la coscienza viene trattata come una malattia, mentre l’obbedienza all’apparato militare viene presentata come normalità. Eatherly diventa qui una figura scandalosa non soltanto per aver preso parte alla missione, ma soprattutto perché rifiuta di dimenticarla. La sua sofferenza incrina la narrazione ufficiale della vittoria e restituisce un volto umano a una responsabilità che l’organizzazione tecnica e burocratica vorrebbe disperdere tra ordini, ruoli e procedure. Il personaggio non viene assolto, ma neppure trasformato in un mostro. Egli è un uomo coinvolto in qualcosa di smisurato, incapace di cancellare la propria partecipazione e, proprio per questo, ancora dolorosamente umano.
La regia di Claudia Sorace evita la forma lineare del teatro-documento e rafforza la potenza della scrittura del carteggio, catapultando lo spettatore dentro uno spazio psichico dove ricordi, fantasmi e frammenti della Storia si sovrappongono. La filosofia smette così di essere esercizio astratto, trasformandosi in un gesto intimo di vicinanza e cura reciproca. La mente e la parola si stringono a vicenda per sopravvivere, malgrado tutto. Anders non può guarire Eatherly, ma può sottrarlo alla diagnosi con cui il sistema tenta di neutralizzarne la testimonianza.
Un paesaggio della coscienza
Lo spettacolo si apre davanti a un cielo attraversato dalle nuvole, quasi una tela magrittiana. I due interpreti emergono lentamente dall’immobilità attraverso movimenti nervosi, spezzati e speculari. Non siamo dentro una stanza d’ospedale o nello studio di un filosofo, ma in una geografia mentale nella quale il passato continua a ripetersi. Il cielo diventa l’immagine centrale dell’intero lavoro: quello osservato da Eatherly, prima di comunicare che le condizioni erano favorevoli, è lo stesso cielo cancellato pochi minuti dopo dal lampo e dal fumo, lo stesso cielo che costituisce il fondale sul quale il protagonista continua a proiettare ciò che non riesce a dimenticare. Le scene di Paola Villani trasformano così un elemento apparentemente innocente in una soglia tra bellezza e distruzione. Anche il possibile abbraccio tra i due uomini, separati dall’oceano e da esperienze radicalmente diverse, conserva qualcosa di incompiuto. La loro vicinanza deve attraversare una distanza geografica, storica e mentale; proprio per questo acquista un’intensità che non ha bisogno di sentimentalismi e nemmeno di una salvezza, ma di un riconoscimento, quasi obbligato.
Le voci fantasma
Determinante è la componente sonora. Riccardo Fazi costruisce un paesaggio metallico, intermittente e stratificato, nel quale le voci vengono ripetute, sovrapposte e deformate. Le lettere non servono semplicemente a raccontare i fatti, ma ne diventano materia acustica, interferenze radiofoniche, pensieri ossessivi che tornano senza trovare pace. Le musiche originali di Lorenzo Tomio alimentano un flusso sotterraneo, a tratti simile a un battito o al rumore di un macchinario che continua a funzionare anche quando nessuno sembra più controllarlo. La voce registrata di Harry Truman, che presenta il bombardamento attraverso il linguaggio del successo scientifico e militare, introduce sulla scena la lingua impersonale del potere. Alla sua sicurezza si contrappongono le esitazioni, le fratture e la vulnerabilità della voce individuale. Il disegno luci di Maria Elena Fusacchia accompagna questa tensione senza limitarsi a illustrarla. I lampi e l’uso delle luci stroboscopiche trasformano l’evento storico in un’esperienza fisica, destabilizzando per un istante la percezione dello spettatore. L’esplosione viene evocata come frattura che si apre nel tempo.
Due corpi, due fragilità
Gabriele Portoghese restituisce Eatherly attraverso un corpo instabile, attraversato da scatti, ripetizioni e cadute improvvise. Il trauma si inscrive nei movimenti, come se il corpo fosse diventato il luogo in cui l’evento continua ad accadere. Alessandro Berti costruisce invece un Günther Anders più misurato, riflessivo, ma non meno fragile si evita di ridurlo al filosofo incaricato di spiegare allo spettatore il significato della vicenda. Anders è esposto al fallimento delle parole, alla possibilità che la distanza renda insufficiente ogni tentativo di soccorso. Il loro incontro produce una sorta di passo a due asimmetrico e quasi indisciplinato. Da una parte c’è l’uomo che ha visto troppo e non riesce più a vivere, dall’altra l’uomo che cerca nelle parole una forma di azione. La recitazione rimane tesa e asciutta, non c’è un patetismo, e permette al pensiero filosofico di conservare una dimensione concretamente emotiva.
Il rischio della bellezza
Il rischio di un progetto come Atomica consiste nell’estetizzare l’orrore, ciò non succede, grazie alla precisione delle luci, alla qualità delle composizioni sceniche e all’elaborazione sonora che insieme producono una bellezza così controllata da attenuare la brutalità della materia storica. Anche la densità delle parole di Anders, soprattutto nei passaggi più teorici, richiede un ascolto vigile, mentre il pensiero si mescola al testo, al suono e al movimento, saturando ma non snaturando lo spazio percettivo. Muta Imago ci dona immagini che non pretendono di ricostruire i corpi distrutti di Hiroshima, ma mostrano la fragilità e l’impossibilità di rappresentarli pienamente. La scena lavora sul vuoto e sulla sproporzione tra un gesto apparentemente minimo, comunicare che il cielo è sereno, e le sue conseguenze incalcolabili.
Un teatro della responsabilità
Atomica si fa teatro civile nel tentativo di smobilitare lo spettatore, renderlo traballante, togliendo quella patina retorica di dichiarazione pacifista. La domanda non riguarda soltanto ciò che Claude Eatherly avrebbe potuto o dovuto fare nel 1945, riguarda anche noi, il nostro presente, e la facilità con cui ciascuno può considerarsi estraneo alle strutture tecniche, economiche e politiche delle quali è soltanto un piccolo ingranaggio. Lo spettacolo non stabilisce equivalenze semplicistiche tra Hiroshima e le tecnologie contemporanee, ma mostra una continuità inquietante, ossia la capacità tecnica che cresce più velocemente della capacità morale di rappresentarne gli effetti. Dalla guerra nucleare ai sistemi automatizzati, fino alla delega algoritmica, agiamo dentro processi tanto complessi da rendere quasi invisibile la responsabilità personale. Il merito più autentico di Atomica consiste nel mostrare che la coscienza non coincide necessariamente con l’innocenza. Eatherly non è innocente perché soffre, ma la sua sofferenza gli impedisce di rifugiarsi nell’alibi dell’obbedienza. Di fronte a un mondo che gli chiede di sentirsi assolto, continua ostinatamente a sentirsi responsabile. La bomba non esplode in scena, è già esplosa, e continua a farlo nelle voci, nei corpi, nelle immagini e nella domanda che lo spettacolo lascia aperta. Lo stesso meccanismo può ripetersi anche oggi, forse con una consapevolezza ancora minore di quella che non ha mai abbandonato Eatherly. Che cosa resta della coscienza quando obbedire diventa più semplice che immaginare le conseguenze delle proprie azioni?




