Ci sono romanzi fatti di carta e altri che, pur nascendo sulla pagina, possiedono già una muscolatura teatrale. La coscienza di Zeno appartiene di diritto alla seconda categoria, come ha magistralmente confermato l’allestimento diretto da Paolo Valerio che ha abitato il palcoscenico del Teatro La Nuova Fenice di Osimo lo scorso 16 febbraio 2026. Il capolavoro di Italo Svevo diviene un campo di forze: parola, corpo e immagine si intrecciano per trasformare la confessione scritta in un’esperienza visiva e mentale. Assistiamo a un’operazione scenica che punta dritta al cuore filosofico del romanzo, facendo della “malattia” una categoria esistenziale e dello sguardo un dispositivo teatrale centrale.
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La trama
Zeno Cosini, su invito del suo psicoanalista (il dottor S.), ricostruisce la propria esistenza: il vizio del fumo, il problematico rapporto con il padre, il matrimonio con Augusta, la passione per l’amante Carla e l’ambivalente amicizia con il rivale Guido. Ogni capitolo è un tassello di un’autobiografia che dovrebbe curare, ma che finisce per rivelare un “io” contraddittorio e sfuggente. Il racconto procede per nuclei tematici e culmina in una visione apocalittica che sposta il concetto di malattia dall’individuo all’intera umanità.
La coscienza di Zeno – La recensione
La scena dello schiaffo del padre, nel romanzo punto di frattura interiore, diventa qui l’atto fondativo dello sguardo che giudica. Da quel momento, Zeno vive sotto un occhio che lo misura costantemente. La regia insiste su questa dimensione visiva: le luci isolano gli spazi e incorniciano il corpo dell’attore, creando una sensazione di esposizione continua. Alessandro Haber alterna sapientemente istrionismo e vulnerabilità, come se il suo Zeno oscillasse perennemente tra il bisogno di difendersi e quello di essere assolto. Il matrimonio con Augusta, ironico e quasi casuale sulla pagina, si carica a teatro di una malinconia composta. La scena si fa ordinata, “domestica”, ma sotto la superficie pulita si avverte l’irrequietezza del protagonista; Augusta resta una presenza rassicurante il cui sguardo, semplice e amorevole, è l’unico a non condannare. Con Guido emerge invece il tema del doppio: se Zeno è esitazione e autoanalisi, Guido è slancio e fallimento spettacolare. La regia sottolinea questa relazione come un gioco di riflessi dove, anche in sua assenza fisica, il rivale è presente come immagine mentale, figura luminosa e instabile. L’uso di tagli di luce e ombre mobili rende tangibile questa dimensione speculare: Zeno si guarda attraverso Guido e in quello specchio riconosce il proprio limite. Il dottor S. è una presenza-ombra che non occorre mostrare costantemente, poiché la sua funzione è quella di un occhio che registra. La psicoanalisi diventa così il dispositivo teatrale per eccellenza, dove parlare significa esporsi. L’intero spettacolo assume la forma di un processo, con Zeno nel doppio ruolo di imputato e narratore. La scena stessa si trasforma in uno studio analitico, luogo di confessione ma anche di minaccia.
La sigaretta è il simbolo dell’autoinganno, ma anche un elemento scenico di forte potenza visiva. È tempo che si consuma, una promessa sempre rimandata. Ogni “ultima sigaretta” è una pausa, una sospensione che scandisce il ritmo dello spettacolo. Haber trasforma il gesto del fumare in un rito ossessivo in cui l’accendere, il trattenere e lo spegnere diventano segnali visivi che catturano l’attenzione del pubblico. La combustione lenta è la metafora perfetta di una coscienza che non riesce a decidersi.
La forza dell’allestimento risiede nella capacità di trasformare il palcoscenico in un’architettura della psiche. La scenografia di Marta Crisolini Malatesta rinuncia a ogni rassicurante realismo borghese per immergere lo Zeno di Haber in un non-luogo fatto di trasparenze e frammenti. La casa dei Malfenti o lo studio di Zeno non sono mai ambienti solidi, ma apparizioni che galleggiano nel buio, evocate da mobili essenziali che sembrano relitti di una memoria che fatica a ricomporsi. A dominare questo spazio metafisico è l’occhio proiettato, un dispositivo visivo che si fa presenza ossessiva e spettrale. È il Panopticon della coscienza: lo sguardo inquisitorio del padre, l’obiettivo clinico del Dottor S. e, infine, lo specchio deformante in cui Zeno cerca invano la propria salute. Il sapiente lavoro di video-mapping di Alessandro Papa e le luci espressioniste di Gigi Saccomandi creano un gioco di veli dove Haber si muove tra quinte semitrasparenti, filtri della memoria che fanno apparire gli altri personaggi come ectoplasmi. Questa regia visiva spoglia Zeno di ogni difesa, isolandolo come un “insetto kafkiano” sotto vetrino.
Il momento più intenso arriva con il monologo conclusivo. Haber allarga il discorso dalla nevrosi individuale alla malattia del mondo, pronunciando le parole di Svevo con voce sommessa:
«La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo si è fatto sempre più astuto e ha costruito ordigni fuori del suo corpo. […] Forse attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni si ritornerà alla salute… Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra, ritornata alla forma di nebulosa, errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.»
Mentre le luci si restringono, l’occhio che ha dominato lo spettacolo si spegne in un’esplosione silenziosa. Resta solo un uomo fragile davanti alla propria profezia. Un finale che suona oggi come un ammonimento politico: la malattia non è più solo un fatto privato, ma una deriva collettiva di una tecnica priva di coscienza.




