Allo Sferisterio di Macerata, il 9 agosto 2025, La vedova allegra (Die lustige Witwe; The Merry Widow in inglese e La Veuve joyeuse in francese) ha debuttato per la prima volta al Macerata Opera Festival, portando l’operetta nello spettacolare spazio all’aperto con una regia firmata da Arnaud Bernard che ha alternato intuizioni brillanti a scelte più discutibili.
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La storia, tratta dal libretto di Victor Léon e Leo Stein dalla commedia L’Attaché d’ambassade di Henri Meilhac (1861) su musica di Franz Lehár (1905), ruota attorno alla ricca vedova Hanna Glawari, corteggiata dal conte Danilo Danilowitsch non solo per interesse amoroso ma anche per un intrigo politico: se Hanna dovesse sposare uno straniero, il piccolo stato di Pontevedro perderebbe la sua fortuna economica. Tra equivoci, schermaglie amorose, canzoni celebri e il celebre valzer, la trama si muove su un registro leggero, in bilico tra romanticismo e comicità, ma con un fondo malinconico che qui, in parte, è stato sacrificato.
La Vedova allegra allo Sferisterio
La regia ha scelto di aprire con un corteo funebre sulle note di Chopin, immagine di forte impatto visivo, per poi sviluppare tre quadri scenici di grande fascino: un salotto elegante, una spiaggia normanna e un giardino variopinto, tutti curati nei dettagli pittorici e capaci di ricreare il gusto scintillante della Belle Époque. Tuttavia, l’opulenza visiva, specie nella scena finale del can-can, ha spostato l’asse verso l’effetto spettacolare e la gag comica, rischiando di diluire la sottigliezza e l’ironia di fondo del libretto. L’uso delle sagome, pensato probabilmente per ampliare il senso di profondità e popolare la scena, non è apparso pienamente integrato nel tessuto drammaturgico, ancora una volta è prevalso elemento decorativo piuttosto che narrativo, ha finito per risultare statico e un po’ artificiale, senza contribuire davvero alla costruzione di un’atmosfera viva o a sottolineare i passaggi emotivi della storia. L’esplosione dei fuochi d’artificio al termine dello spettacolo ha sigillato la serata con un colpo d’occhio suggestivo e festoso, prolungando l’applauso e trasformando la chiusura in un momento corale di festa e meraviglia.

L’Orchestra Filarmonica Marchigiana
Sul piano musicale, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, diretta da Marco Alibrando, ha restituito un fraseggio elegante e un certo senso dello stile viennese, pur mancando talvolta di brillantezza e ritmo vivace, elementi essenziali per sostenere la leggerezza dell’operetta. La resa acustica ha evidenziato squilibri: i dialoghi amplificati risultavano molto più udibili rispetto ai numeri cantati, spesso penalizzati dall’orchestra e dalla dispersione sonora dello Sferisterio. Nel cast, Mihaela Marcu ha portato in scena una Hanna Glawari raffinata e vocalmente sicura, nonostante qualche limite di dizione nel primo atto, mentre Alessandro Scotto di Luzio (Danilo Danilowitsch) e Valerio Borgioni (Camille de Rossilon) hanno offerto interpretazioni solide, mentre Alberto Petricca ha dato vita a un Barone Zeta ben caratterizzato e Cristin Arsenova a una Valencienne vivace. Njegus, con la sua verve istrionica, ha strappato risate, seppure a rischio di eccessiva caricatura. Il pubblico ha accolto calorosamente lo spettacolo, applaudendo un esperimento che, pur tra luci e ombre, ha cercato di fondere la raffinatezza del valzer, l’ironia della commedia, l’imponenza scenica dello Sferisterio e il fascino pirotecnico dei fuochi finali, lasciando aperto il dibattito sull’efficacia di portare l’operetta in uno spazio così grandioso, dove l’operetta questa volta sfugge alla sua essenza e presenza.




