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Ernest Hemingway – Dalle armi all’amore: la guerra come esperienza di formazione

Leggete Ernest Hemingway se siete davvero appassionati di letteratura! Così almeno ci disse un professore alcuni anni fa, e così ho fatto, rimanendo affascinato da quell’unione tra giornalismo e letteratura presente nelle sue opere, e scoprendo che per lo scrittore americano la guerra è una vera e propria esperienza di formazione.

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Ernest Hemingway è tra gli scrittori più letti ed amati del ‘900, ha vinto il Premio Pulitzer nel 1953 per Il vecchio e il mare, e il Premio Nobel per la Letteratura nel 1954. Ho imparato, leggendo i suoi libri, che il suo stile ha cambiato in un certo senso il modo di scrivere e che alcuni studiosi di lui hanno detto: “Personaggio affascinante, le sue pagine – profondamente ispirate a uno stile di vita – sono pervase da un senso assoluto della vigoria morale e fisica, dallo sprezzo del pericolo, ma anche dalla perplessità davanti al nulla che la morte reca con sé”.

Ecco, proprio i suoi personaggi così forti, virili, “duri” che la vita pone di fronte a situazioni in cui la grazia sembra la sola salvezza, incontrano la guerra, la attraversano e ne escono rafforzati nello spirito, quasi il conflitto fosse un percorso di sviluppo dell’animo umano. Questo è evidente in due sue opere in particolare, Addio alle armi e Per chi suona la campana.

Pubblicato nel 1929, Addio alle armi è ambientato in Italia durante la battaglia di Caporetto, ed è basato sull’esperienza personale di Ernest Hemingway che nel corso del conflitto aveva fatto parte della Croce Rossa Americana come conducente di ambulanze. Lì era stato ferito ed aveva avuto una storia d’amore con un’infermiera americana. Frederic Henry, il protagonista, si arruola come volontario, trasporta i feriti tra gli ospedali, e subito comprende che la guerra tanto sognata è un’esperienza tutt’altro che semplice.

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Dopo essere stato ferito e ricoverato a Milano, si innamora dell’infermiera inglese Catherine Barkley, con cui instaura un rapporto intenso e passionale. Addio alle armi non è un romanzo di guerra, ma un percorso di formazione nel bel mezzo della guerra: Frederic scopre la brutalità del conflitto ed in contrapposizione la forza e la bellezza dell’amore. Talmente imponente è l’avversione alla guerra che il protagonista decide addirittura di disertare. Ernest Hemingway condensa nel concetto “guerra” il cammino di una vita intera: nascita, violenza, morte, e l’amore come uno dei pochi momenti di felicità, al quale però, proprio come alla guerra, bisogna dire addio:

“Questo si faceva. Si moriva. Non si sapeva di cosa si trattasse. Non si aveva mai il tempo di imparare. Si veniva gettati dentro e si sentivano le regole e la prima volta che vi acchiappavano in fallo vi uccidevano.”

Ernest Hemingway scrive in un romanzo i valori della “generazione perduta”; la guerra rifiutata, l’etica dell’eroismo gettata via, la scoperta di sentimenti nuovi come l’amore, che forse però non avranno seguito in un mondo pieno di delusioni: “Quando si ama si desidera fare qualcosa. Si desidera sacrificarsi. Si desidera servire”.

Stessi concetti che si ritrovano in Per chi suona la campana (1940), altro romanzo in cui Hemingway attinge dalla sua esperienza diretta. Lo scrittore prende infatti parte alla guerra civile spagnola come reporter nell’esercito popolare repubblicano. Protagonista è Robert Jordan, intellettuale americano che decide di combattere in Spagna.

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Ancora una volta la guerra come scelta, come ambizione ed ideale. Ancora una volta però in guerra i protagonisti incontrano l’amore. In battaglia Robert si innamora di Maria, che rappresenta tutta la forza della vita in uno scenario di morte: “E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te”.

La morte e la guerra identificano inizialmente i personaggi, che per i loro ideali si sacrificano e si annullano:

“Morire era niente e El Sordo non aveva dentro di sé una visione chiara della morte né la temeva. Ma vivere era l’immagine di un campo di grano che ondeggia al vento sul fianco di una collina. Vivere era un falco nel cielo. Vivere era una giarra di terra piena d’acqua nella polvere della trebbiatura, col grano lanciato in aria e la pula che vola. Vivere era un cavallo tra le cosce e un fucile sotto una gamba e una collina e una valle e un fiume fiancheggiato d’alberi sulle rive, e l’estremo della valle e le colline al di là”.

Il conflitto agisce ancora una volta come percorso di formazione e di mutamento interiore; nascono l’amore per la terra spagnola, per i compagni di battaglia e per una donna. Come dire, combattendo si impara di nuovo a vivere e, soprattutto, ad amare:

“Non prendere mai alla leggera l’amore. La verità è che la maggior parte della gente non ha mai avuto la fortuna di amar qualcuno. Tu non l’avevi mai avuta sinora, questa fortuna, e ora l’hai. Quello che tu e Maria avete, che duri solo oggi e una parte di domani, o duri tutta una lunga vita è la cosa più importante che può capitare a un essere umano. Ci saranno sempre persone che diranno che non esiste perché non possono averla. Ma io ti dico che è vero, che tu la possiedi e che sei fortunato, anche se domani morrai”.

Non sappiamo se questo amore, a differenza di Addio alle armi, possa trovare la sua strada. Sappiamo però che il percorso di formazione di Ernest Hemingway è compiuto, e dalla guerra porta all’amore: “Se tu non mi ami, io ti amo abbastanza per tutti e due”.

Donato Bevilacqua

diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.