utovie 2019

Utovie 2019, il Festival del teatro indipendente. Una settimana dedicata alla “traduzione-tradimento”

Utovie 2019, il Festival del teatro indipendente apre a Macerata la sua terza edizione con un’interessante e trasposizione teatrale del libro edito dalla Minimum Fax (2017) dal titolo Della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura. Una classe media delusa, disforica, fin troppo acculturata, non più agiata, come diceva a fine Ottocento l’economista Thorstein Veblen, bensì disagiata.

Immaginate un’azienda che fabbrica un certo tipo di macchina in previsione di una domanda molto ampia. Immaginate poi che la previsione si riveli completamente sbagliata: la domanda si è contratta e le macchine non si vendono. Immaginate allora tutte queste belle macchine, oramai inutili, abbandonate nei magazzini. O svendute. Smontate. Distrutte. Bene. Ora immaginate di essere una di quelle macchine.” Una generazione cresciuta con il dovere morale di inseguire passioni, prosciugare patrimoni familiari e primeggiare nella scalata sociale, che si ritrova oggi con un terreno che le frana sotto i piedi.

utovieDa questa “scenografia” attraverso la regia (nonché grande prova attoriale) di Giacomo Lilliù assistiamo ad un’incredibile cortocircuito tra identità sociale e casi umani disperati. Insieme all’altro attore Matteo Principi, seguendo la drammaturgia di Sonia Antinori la Teoria della classe disagiata è uno spettacolo che tocca in qualche modo tutti noi, la nostra precarietà, incertezza, dove la superficialità dei rapporti, la corsa contro al tempo, la crisi industriale (politica, sociale ed economica) sono tutti ingredienti che rendono “la realtà” grondante di disagio e piena di difficoltà. La Teoria della classe disagiata si condisce in modo drammatico di rapporti di potere, sentimenti, competizioni, sacrifici, delusioni, conflitti, fino a rendersi conto di partecipare al più grande consumo di prodotti, ritrovandoci poi “inetti” e testimoni contemporaneamente di una classe “precaria” (la nostra) con innumerevoli contraddizioni e un grande disagio condiviso. Non ci sono più spazi liberi per filosofare, sognare, aspirare, ma ciò che resta appiccicato è la sofferenza reale di un affannarsi senza mai uscirne (vivi).

La settimana di Utovie 2019 prosegue con lo strabiliante Lino Musella capace di “tradurre” e “sedurre” la grandezza dei sonetti d’amore di William Shakespeare dentro ad una lingua viva e pulsante come il napoletano. «’E tengo in capa l’uocchie, a quanno m’e lassato/ l’occhio ca tengo ‘nfronte e ca pare overo / nun funziona cchiù buon’ è nu poco cecato/ è n’occhio stutato, e fa ‘a vedè ca vede… L’attore conosciuto anche come uno dei protagonisti nelle prime due stagioni della serie Gomorra, Rosario Ercolano detto ’o Nano e il migliore amico e braccio destro di Ciro Di Marzio, riesce a recuperare con tutta la sua poetica la tradizione di Dario Jacobelli, artista e poeta napoletano scomparso prematuramente nel 2013. I sonetti sono l’espressione di un “tradimento” passionale e feroce, dove la potenza espressiva della parola si cuce sul corpo del teatro. La parola si fa corpo, corpo del teatro, il teatro diviene parola corporea. Teatro-poesia, poesia-teatro si confondono, si fondono e si mescolano. Musella riesce persino a incorporare lo spazio dei Magazzini UTO (Ex-Tipografia Operaia) rendendolo palcoscenico vivo di uno spettacolo, dove le parole rimangono impresse sulle mura “sgraziate” dello spazio scenico e persino gli echi riverberano fin dentro la gola dello spettatore allietandone il cuore. L’inglese-napoletano si innamora in un “tradimento” linguistico che ci lascia senza parole. Marco Vidino, alle percussioni e ai plettri, coadiuva con una forza quasi maieutica il lavoro di Musella, che viene alla luce lentamente gettando fuori il senso di una nuova vita, che emerge. Shakespeare/Jacobelli si incarna in quelle forme rappresentative del teatro nostrano e si fa sceneggiata, farsa, commedia borghese, nuova drammaturgia napoletana. Lino Musella trasforma il drammaturgo inglese, lo rende di diritto napoletano, dall’Inghilterra del Seicento alla terra partenopea, un’incredibile ed emozionante performance attoriale quella di Musella che muta forma, codici e registri restituendo e regalando allo spettatore anche un sonetto segreto, un incontro intimo e personale tra l’attore e il fruitore in un viaggio autentico e unico. La poesia di Jacobelli-Shakspeare, la voce-corpo di Musella si trasformano in spazio di vita, dove lo spettatore si perde e ci si innamora.

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Ad Utovie 2019 la performance teatrale di uno tra gli attori nazionali e internazionali più importanti, nonché vincitore del Premio UBU under 35,  Piergiuseppe di Tanno. Con la regia dello straordinario Roberto Latini, con Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi? Pirandello torna sul palcoscenico Sei personaggi in cerca d’autore. Questa volta a “tradire” è un corpo unico, quello di Piergiuseppe di Tanno con tutta la cifra letteraria dell’opera pirandelliana. La reclamanza, l’urgenza, insieme alla resistenza al palcoscenico sono gli ingredienti di un respiro trattenuto. Troviamo un solo personaggio in scena sospeso a quasi due metri di altezza: un “palco sul palcoscenico”, un meta-teatro che incorpora corpi-vite, storie su più livelli. Un personaggio nei personaggi. L’attore si presenta con una maschera sul volto che riproduce un teschio, simbolo della morte, a cui sono destinati tutti i personaggi, i quali non vogliono rinunciare alla vita, ribellandosi e urlando alla ricerca della propria realtà. Sei personaggi si incontrano con le proprie storie dentro lo stesso personaggio, il settimo personaggio, l’unico sul palco che ne contiene tutti e sei, restituendoci la potenza del teatro inglobato dentro al teatro stesso. Lo spettatore recupera le “smanie” pirandelliane in un gioco drammaturgico dentro una cornice teatrale contemporanea. Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose. E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai!..  un continuo ed estenuante conflitto dei mondi e tra i mondi, dove siamo tutti destinati a morire. Dopo la magnifica prova attoriale di I giganti della montagna Roberto Latini recupera e costringe lo spettatore a confrontarsi in monologo estenuante e melodrammatico. Latini sorpassa Pirandello, lo supera andando oltre, “lo tradisce” in un volo pindarico, vaporoso fin dentro una vasca “schiumosa”. Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?   È un’opera unica dentro l’opera stessa, una ricerca continua dentro al ricerca stessa di un teatro infinito.Immagini per un personaggio la disgrazia che le ho detto, d’essere nato vivo dalla fantasia d’un autore che abbia voluto poi negargli la vita, e mi dica se questo personaggio lasciato così, vivo e senza vita, non ha ragione di mettersi a fare quello che stiamo facendo ora qua davanti a loro, dopo averlo fatto a lungo, a lungo, creda, davanti a lui per persuaderlo, per spingerlo, comparendogli ora io, ora lei (indicherà la Figliastra), ora quella povera madre… Latini-Di Tanno-Pirandello si mescolano, si mischiano in un incredibile e meraviglioso cortocircuito sulla vita, vissuto ad Utovie 2019.

Una risata amara, sorda, potente è quella che ci regala Maicol & Mirco con i loro geniali Scarabocchi. Sergio Licatalosi, Fernando Micucci e Meri Bracalente sotto la regia di Andrea Fazzini regalano allo spettatore un fuori orario sull’umanità, il suo malessere, il suo disagio che viene interpretato in maniera cinica e disperata. Fuori l’uomo dalla storia. Una realtà estremizzata, svuotata senza possibilità di salvezza  dell’essere umano (disumano). Il fumetto rientra nell’umano e ne esce disumano, un fumetto nel fumetto, talmente reale che reagisce alla realtà, l’unica possibilità è un atto di ribellione, una libertà urlata. Scarabocchi inscena un dio autore-creatore, dove l’artista esercita il suo pensiero esistenzialista dove realtà e rappresentazione si confrontano e si affrontano. La risata che suscita ogni battuta dello spettacolo è liberatoria e stringente allo stesso tempo. Gli Scarabocchi di maicol&mirco si legge, sono come un vestito stracciato, un sassolino nelle scarpe, il sale nel caffè, il dente da latte sputato in terra, l’incendio di una biblioteca, il sorriso di un decapitato. In altre parole sono fumetti travestiti da altro. Sono strisce nere sul libro della Storia dell’umanità. Scarabocchi nasce proprio dalla collaborazione con il Teatro Rebis con maicol&mirco e questa metamorfosi scenica grazie ad Andrea Fazzini e le scenografie di Cifone trasformano i brutali fumetti in scomode “verità”, dove i corpi si intrecciano con gesti e parole dove l’essenziale è profondo e vuoto come un burrone. I silenzi dei personaggi, gli sfoghi evocano con ferocia una intima riflessione sull’umanità stessa, azzerando qualsiasi discorso possibile di salvezza. Scarabocchi ci restituisce un mosaico “disperato”, indisciplinato dove fa uscire da dentro tutte le bruttezze dell’essere umano per poi poterci rispecchiare e capire quanto siamo “brutti” dentro e affoghiamo nella più nera disperazione. Uno scarabocchio è il non detto delle frasi fatte. È filosofia.

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Il pluripremiato Massimiliano Civica, tre volte vincitore del Premio UBU, prosegue il viaggio di Utovie 2019, cercando si tessere il gomitolo dell’arte del maestro napoletano” Eduardo De Filippo, sbrogliando le matasse e le sue parole. “Tutto ‘mbrugliato”, Eduardo era convinto che contassero solo le opere, non la vita personale dei loro creatori. Non voleva essere santificato e “monumentalizzato”, voleva lasciare solo un punto da cui i giovani potessero ri-partire per conto loro. Questa lezione-spettacolo è un incontro sincero, vivo, senza speranze, un corpo a corpo con l’arte di Eduardo. Il regista Massimiliano Civica racconta aneddoti, storie, detti memorabili e vita di del maestro napoletano, dove la tradizione diviene il nuovo e il monumento (De Filippo) “forte nostalgia del futuro”. Civica insegna ad entrare nel mondo di un grande “attore”, lo ascoltiamo, lo impariamo a conoscere, a decifrare, ma non riusciamo a tenere il bandolo della matassa, e sta proprio lì tutto il suo genio. Il grande litigio con Peppino fu Napoli Milionaria, “non possiamo fare questo a Napoli”, gli dicevano. E invece sì, si può. “Così ho detto il dolore e le contraddizioni di tutti”, rispose Eduardo. Un uomo testardo e solo nel suo “gelo”, che passò la vita cercando di mettere in comunicazione tutto e tutti, mondi e anime, uomini e donne sole nei loro abissi, al di là delle apparenze, oltre i legami precostituiti, con l’ansia di potere approdare oltre la tradizione, verso il futuro. Che cosa rimane dopo la morte del grande De Filippo, solo parole imbrogliate e magiche dentro una figura severa, verace con un amore spassionato verso la vita chiamata teatro.

È la volta di Dino Buzzati e la sua celebre opera Il Deserto dei tartari, due lampade interrompono continuamente una estenuante narrazione. Nel 1940, Dino Buzzati pubblica il celebre romanzo che lo inserisce tra gli scrittori italiani del Novecento, dove si narra della Fortezza Bastiani, ormai abbandonata, in cui si avvia un intenso monologo in cui il tenente Drogo, protagonista del romanzo, si confronta con se stesso, i suoi pensieri, i suoi desideri e le sue paure esistenziali. Ad Utovie 2019, Woody Neri ha il compito di “tradurre” questo conflitto interiore ricreando silenzi, parole, sbagli. L’adattamento teatrale è a cura di Maura Pettorruso, per la regia di Carmen Giordano. Il Deserto dei Tartari resta il luogo dell’estremo nord dove il tempo si fa diavolo e la nebbia prefigura ombre di nemici inesistenti, dove i pensieri immersi dentro una solitudine “speranzosa” prende voce. Il confronto del racconto di Buzzati si scaraventa sul corpo di Neri, interprete di un estenuante confronto con se stesso in un’intimità che cerca necessariamente l’altro. L’uomo-tenente emoziona, umanizza qualsiasi errore che sta per arrivare.

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Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.