L’artista non è presente. The Cleaner: una retrospettiva su Marina Abramović

Marina Abramović diviene la protagonista assoluta a Palazzo Strozzi di Firenze in una retrospettiva The Cleaner che ne celebra i primi cinquant’anni di carriera. In collaborazione con il Moderna Museet di Stoccolma, il Louisiana Museum of Modern Art e la Bundeskunsthalle di Bonn. La mostra continua fino al 20 gennaio 2019 e consultabile al seguente indirizzo: www.palazzostrozzi.org

DREAM: UNA MOSTRA SUL SOGNO AD OCCHI APERTI

Ma questa è arte? Che cosa si intende con re-perfomance? É ancora attuale il lavoro di Marina Abramović? Dove sta l’artista? Qual è il ruolo dello spettatore? Si parla di retrospettiva, di evento o di spettacolo? Qual è il confine tra arte e vita, tra etica ed estetica? Ecco alcune domande che sono sorte visitando gli spazi di Palazzo Strozzi.

La figura dell’artista serba risulta complessa, impregnata da un forte carattere autobiografico e “politico”. Il corpo diviene espressione, tessuto, terreno su cui imprimere ed esprimere un vissuto oltre i limiti stessi. Il corpo si trasforma in un medium di esperienza, fornendoci un approccio intenso, passionale, carnale, nato da un clima culturale e sociale in cui l’artista si è formata. Presso l’Accademia di Belle Arti di Belgrado Marina Abramović ha modo di conoscere le esperienze europee del secondo Novecento, ma soprattutto compie diversi viaggi. Nel 1973 a Roma presso Villa Borghese si presenta con una perfomance. Rhythm 10. La performer è inginocchiata per terra e ha a disposizione dieci coltelli. Con ognuno di questi inizia a sferrare dei colpi tra le dita della mano aperta, poggiata sul pavimento, colpi ritmici, finché non sbaglia e si colpisce la mano tagliandosi. Ad ogni taglio cambia coltello. L’intera sequenza viene registrata su un’audiocassetta, che l’artista riascolta durante la performance per ripetere la stessa esatta sequenza una seconda volta, provando a tagliarsi negli stessi momenti e producendo gli stessi suoni, in modo che il passato e il presente si sovrappongano e si mescolino, fondendosi. L’anno successivo a Napoli, presso la Galleria Studio Morra con Rythm 0, la Abramović rimane in piedi, immobile per sei ore, completamente nelle mani del suo pubblico. Di fronte all’artista si trovano posizionati variegati oggetti, i quali potevano causare gioia o dolore: una rosa, un barattolo di miele, una frusta, una piuma, un coltello, una pistola, un proiettile e così via. Ciò che viene chiesto al pubblico era la libertà di scegliere qualsiasi oggetto e usarlo in qualsiasi modo sul corpo dell’artista. Etica ed estetica sono in bilico, così come consapevolezza e incoscienza da parte del pubblico si trovano sul filo del rasoio. Il gioco con il proseguire delle ore diviene pericoloso, Marina Abramović viene spogliata, ferita.

Nel 1976 con la serie Freeing The Body, Freeing The Memory e Freeing The Voice, Marina Abramović cerca di purificare il proprio corpo e la propria mente, scivolando in uno stato di incoscienza. Si muove incessantemente fino a far crollare il proprio corpo a terra, riprende parole dalla propria memoria fino a non ricordare più nulla e urla fino a perdere la voce. L’anno dopo, nel 1977 con la perfomance Impoderabilia, insieme all’artista tedesco e suo compagno Ulay (Frank Uwe Laysiepen) affrontano un lungo percorso artistico. Marina e Ulay rimangono in piedi, nudi, ai lati di una stretta porta che consente l’ingresso alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna e chi vuole entrare è costretto a passare in mezzo ai loro corpi, decidendo con imbarazzo se rivolgersi verso il lato del nudo maschile o verso quello del nudo femminile. Si conclude il lungo sodalizio artistico e intimo con la traversata della muraglia cinese nel 1988. L’opera prende il nome The Lovers, Ulay parte dal deserto del Gobi e Marina dal Mar Giallo, una camminata di 2.500 chilometri, per poi incontrarsi nel centro del percorso. Nel 1997 con la perfomance Balkan Baroque a Venezia, conquista il Leone d’Oro alla Biennale. L’artista, seduta su un’enorme pila di ossa animali, le lava con acqua e una spazzola di metallo. Il caldo estivo soffocante provocava un odore nauseabondo. Ciò che è impossibile è lavare via il sangue e di conseguenza pulire le coscienze, sporcate e massacrate dall’orrore della guerra.

Arriviamo al 2010, anno in cui Marina Abramović si presenta al grande pubblico. The Artist is present celebra la sua figura attraverso una retrospettiva organizzata dal MoMA di New York e che sancisce il suo successo. Durante le 716 ore di The Artist Is Present gli spettatori, in un palpabile silenzio, hanno la possibilità di entrare in maniera empatica (corporea ed energetica) in contatto con l’artista serba.  Questo evento viene magistralmente documento dal regista da Matthew Akers che ne trae un film d’arte dal titolo Marina Abramović – The Artist Is Present, conquistando il Panorama Audience Award alla 62esima Berlinale e lo Special Jury Award allo Sheffield Doc/Fest. Con The Cleaner a Palazzo Strozzi si tenta di celebrare l’artista divenuta simbolo della perfomance art raccogliendo tutte le sue opere tra fotografie, documenti e video e riproponendo alcune perfomance dei suoi lavori più importanti. Secondo Marina Abramović la retrospettiva The Artist Is Present è stata molto significativa perché non si è trattata solo di un’opera sulla sua vita, ma ha riguardato molto di più, ossia dell’idea che le performance possano appartenere a chiunque sia capace di eseguirle. Questa dichiarazione porta alla luce il concetto di reperformance, secondo cui la performance può essere ripetuta, interpretata e fatta oggetto di esperienza da diverse generazioni di artisti e di pubblico. Già nel 2005 presso il Guggenheim di New York l’artista aveva già “messo in scena” con Seven Easy Pieces la ri-esecuzione di alcune perfomance. Per definizione, la performance è unica e irripetibile, ma Marina Abramović cortocircuita lo stesso concetto rendendo omaggio ai grandi protagonisti dell’arte corporea ravvivandone la memoria e recuperando i lavori come Body Pressure (1974) di Bruce Nauman, Seed Bed (1972) di Vito Acconci, Action Pants. Genital Panic (1969) di Valie Export, The Conditioning, first action to Self Portrait(s) (1973) di Gina Pane e How to explain pictures to a Dead Hare (1965) di Beuys.

 Marina Abramović è un caso unico di un’artista che ha utilizzato negli ultimi quarant’anni – ininterrottamente – la performance come medium di espressione privilegiato. Declinandola in un connubio portentoso tra arte e vita, etica ed estetica, tra autobiografia e storia della Perfomance Art. Attraverso la reperformance si indaga il valore e l’utilizzo stesso della documentazione storica, facendo sopravvivere in qualche modo la perfomance stessa, ma questa operazione oggi ha ancora una significazione profonda, oppure no? La sfida di Marina Abramović è quella di ribaltare attraverso il proprio corpo il mondo stesso, ma questa volta l’artista non era presente, ma solo testimonianza di un lungo percorso sulla perfomance art. Come già abbiamo più volte ribadito, la performance, in qualche modo è essere nel presente, ma allo stesso tempo questa messa in presenza a Firenze avviene  recuperando in scena azioni passate, simboliche delle sue perfomance interpretate da altri perfomer. Questo reenactment prova a dialogare con il pubblico, riattivando tempo, spazio e presenza corporea, ma si trasforma (purtroppo) in un parco giochi, in un’esaltazione simbolica di una figura, come quella di Marina Abramović che da performer si trasforma in un personaggio dello spettacolo. Un manifesto, quello dell’artista che perde la sua stessa aura performativa e rende l’intera retrospettiva un archivio, sicuramente importate e necessario, ma sterile allo stesso tempo, dove artista e pubblico svaniscono in un consumo eccessivo sulla storia stessa del personaggio, di un percorso artistico profondo e radicale, perdendone però la corporeità stessa che è alla base di tutto il suo lavoro. Le recenti opere dell’artista Marina Abramović richiedono sempre più il coinvolgimento del pubblico e una partecipazione basata sulla fiducia, ma questa pratica collettiva a volta può sfuggire dal controllo. Artista e pubblico si confondono fino a perdere il significato stesso di performance art e il corpo stesso rifiuta di accettarne i discorsi, perché forse il contemporaneo richiede più corpi per accettarne la sua complessità, ma con il rischio stesso di perdere la propria presenza in una dilatazione sempre più fluida e liquida.

Per approfondimenti:

Marina Abramovic.The cleaner. Catalogo della mostra (Firenze, 21 settembre 2018-20 gennaio 2019). Ediz. a colori, Marslio, 2018.
Matthew Akers,Marina Abramovic. The artist is present. DVD. Con libro, Feltrinelli, 2012
Marina Abramovic, MAI. Marina Abramovic Institute. Ediz. Inglese di,  24Ore.Cultura, 2013.
James Kaplan, Attraversare i muri. Un’autobiografia di Marina Abramovic, Bompiani 2018.
Valeria Spallino, Marina Abramovich. Il paradosso dell’assenza. Performance 1967-2017, Villaggio Maori, 2018.
Sarah Thornton, 33 artisti in 3 atti, Feltrinelli, 2017
Marina Abramovic, Michael Laub, Laysiepen Juriaan Lowensteyn, The Biography of Biographies, Charta, 2004.
Marina Abramovic, Student Body, Charta, 2003.
Germano Celant, Marina Abramovic , Public Body, Charta, 2001
Toni Stooss, Marina Abramovic, Artist Body, Charta, 1998
Marina Abramovic, The house with the Ocean View, Charta, 2004
James Westcott, Quando Marina Abramovic morirà, Johan e Levi, 2011

Giorgio Cipolletta

diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.