Patrick Bateman lavora a Wall Street. È giovane, ricco, affascinante: frequenta locali alla moda, conosce la gente giusta, ha una fidanzata bellissima, un avvenire roseo davanti. Nei ritagli di tempo, però, Patrick è anche un serial killer, un mostro che trucida, sventra, squarta in modi fantasiosi e terribili, per pura e semplice noia. Un “american psycho”, insomma (Bateman come Bates, il killer del capolavoro hitchockiano), che la prosa ipercinetica, frenetica, di Bret Easton Ellis consegna all’empireo degli anti-eroi della letteratura e, soprattutto, trasforma nel simbolo del vuoto edonismo degli anni ’80.
Nel raccontare la parabola esistenziale di Bateman, Ellis dipinge un universo frammentato e nevrastenico, in cui è la superficie a contare: non solo in senso morale, alludendo allo spaventoso vuoto di valori che sottende l’agire di Bateman, ma proprio in senso fisico. Tutta la scrittura è un annotare compulsivo marche, loghi, firme, di vestiti, acque minerali, ristoranti, automobili. Lo status symbol è l’ossessione di Bateman, e tutto, in quel vortice di niente che è la sua vita, fa status, dal tavolo prenotato al Dorsia (il ristorante frequentato dal suo idolo, Donald Trump) al sesso. Amore, morte, colpa e dolore per Bateman non significano nulla: la sua vita è in lento e inesorabile disgregamento, sotto il peso di un’anedonia e di un nichilismo che vanificano ogni cosa.

Bateman uccide, ma soprattutto tortura: con crudeltà e fredda premeditazione. Ellis descrive con minuzia (in prima persona) i fantasiosi procedimenti adottati da Patrick per infliggere la sofferenza, in un crescendo parossistico e cartoonesco. La violenza di American psycho, infatti, non cerca neppure per un secondo di essere realista: è volutamente “esplosa”, esplorata in ogni antro estremo ma per Bateman mai realmente soddisfacente (anche quando arriva al cannibalismo). L’alienazione del protagonista è dunque quella dell’uomo nella cività del consumo sfrenato: la fame è destinata a rimanere sempre inevasa, mossa da un desiderio meccanico, innaturale, autodistruttivo. La nevrosi si riflette sul corpo: mutilato ed eviscerato quello delle vittime (prostitute, colleghi, barboni, chiunque capiti a tiro); ben vestito, lavato, curato, massaggiato sino allo sfinimento quello di Bateman, in un delirio salutista incoerente, che non esclude cioè l’assunzione di droghe. Solo i capitoli dedicati alla musica (Genesis, Whitney Houston e Huey Lewis and the News) sembrano segnare una parentesi di quiete, per quanto surreale, in una narrazione altrimenti forsennata e dissociata (Ellis adopera anche la terza persona).
American psycho compendia ed esaspera alla perfezione i tic e le nevrosi di una civiltà (quella capitalistica) colta nella sua folle corsa verso l’inferno del non-sense morale ed emotivo. Patrick Bateman è Ellis e siamo tutti noi, che la giostra del consumo trasforma in “uomini vuoti”, manichini sgargianti e senz’anima.



