Mary Harron – American psycho

Tutto nella vita di Patrick Bateman sembra funzionare alla perfezione: un lussuoso appartamento, un lavoro ben pagato, una perfetta forma fisica. Eppure c’è qualcosa che non va nella sua mente, perché se di giorno Patrick è un rispettabile membro della comunità yuppie newyorchese di fine anni Ottanta, di notte si trasforma in uno spietato serial killer.

Tratto dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, American phsyco è un crudo ritratto della società dei consumi reaganiana, incentrata sul libero mercato, votata all’arricchimento sfrenato e al culto dell’apparenza: sulle basi dell’“edonismo reaganiano” ruota l’intera realtà americana del tempo, in cui il punto focale è l’individuo e la sua piena autonomia dallo Stato, soprattutto economica. Essere ricchi significa essere socialmente affermati, e l’homo homini lupus diventa un principio imperante, una battaglia da condurre senza pietà e senza esclusione di colpi. Forse è per questo che dei semplici biglietti da visita diventano una questione di vita o di morte per Patrick, che proprio non può accettare che i suoi colleghi abbiano utilizzato dei cartoncini e dei caratteri tipografici più raffinati ed eleganti dei suoi.

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Tutto si muove intorno a una marca, a un ristorante, fra pipate di cocaina e amplessi sessuali, che Patrick consuma specchiandosi e mimando delle pose da Ercole mitologico. Eppure è tutta apparenza, vuoto interiore, morale. L’estetica diventa schiavitù, tanto che un’intera sequenza del film è dedicata ai rituali mattutini di bellezza del personaggio, al tipo di bagnoschiuma utilizzato, alla maschera facciale, al dopobarba, che dev’essere neutro, perché eventuali tracce di alcool potrebbero seccare la pelle e farlo sembrare più vecchio.

Quello stesso mondo che nel 1987 aveva ispirato Wall street di Oliver Stone non è più considerato solo da un punto di vista meramente economico: l’abbrutimento morale di Gordon Gekko è una prima e più soft anticipazione del marcio in Patrick Bateman. Per Gekko era cinismo, «tutta una questione di soldi», uno stile di vita agiato, il sacrificio degli affetti in nome di uno status sociale. In Patrick Bateman tutto questo assume toni raccapriccianti, folli, culminanti in un’ultima, delirante confessione dei propri crimini al suo avvocato. Ma dal momento che è la mente di Patrick a determinare la genesi della sua pazzia, niente di quanto messo in scena corrisponde a verità: l’epilogo della vicenda riserva un esito inaspettato, che lascerà lo stesso protagonista senza parole, ormai incapace di distinguere il reale da ciò che è il puro prodotto della sua psiche malata.

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