Véronique Ovalde (1972) sostiene, dopo aver presentato al lettore Maria Cristina, protagonista del suo ottavo romanzo La sorella cattiva, di non volerne raccontare la storia, bensì di lavorare «per approssimazione». Una biografia dunque necessariamente incompleta, costruita sulle labili tracce di una documentazione lacunosa, ove gli «spazi bianchi da riempire» prevalgono sui dati certi.
Eppure il romanzo, lo si percepisce chiaramente fin dalle prime pagine, non è neppure un’opera di immaginazione, o, se in quanto romanzo lo è, lo è in senso lato: la fantasia dell’autrice si è esercitata esclusivamente sulle circostanze esterne che restano comunque sullo sfondo, irrilevanti rispetto alla loro elaborazione da parte della psiche di chi le vive. Quanto invece l’esplorazione dell’interiorità del personaggio predominante sia un mezzo per la Ovalde di scrutare nel proprio intimo e nelle ragioni delle proprie scelte di vita, il lettore lo percepisce a pelle. Ma chi è Maria Cristina e perché arrivare a una verità su di lei potrebbe portare l’autrice a far luce sul proprio rimosso? Diciassettenne lascia il paese natale, un villaggio sperduto fra i boschi del Canada, lasciandosi alle spalle il fanatismo religioso della madre folle, la depressione del padre e i sensi di colpa nei confronti di una sorella feritasi gravemente a causa sua; arrivata a Santa Monica, viene sedotta da un ambiguo e nevrotico dandy, Rafael Claramount, che le fa da mentore per il mondo editoriale consentendole di arrivare al successo. Dopo anni di silenzio, la madre la chiama al telefono chiedendole di venire a prendere il figlio della sorella e di occuparsene. Se questa è in sintesi l’esistenza della «sorella cattiva», poggiando su quali elementi la Ovalde può permettersi delle «inferenze»?
Precisamente nell’intercapedine vuota fra un evento e l’altro si trova il senso del romanzo: la ricostruzione della biografia di Maria Cristina difetta di quello che dovrebbe esserne requisito indispensabile, ossia l’oggettività, la lucida disamina di cause e reazioni psicologiche. L’oggetto dell’osservazione non viene mai osservato, ma si osserva, e stabilisce la sua verità emotiva, fatta meno di ragioni che di sensazioni. Da qui la trasfigurazione, da qui l’idealizzazione e la mitizzazione da cui verosimilmente deriva la vocazione per la scrittura che accomuna autore e personaggio. Tuttavia tale prospettiva ravvicinata consente di scoprire anche come qualsiasi vita sia in balia della causalità: solo se le vediamo dal di fuori e da lontano le nostre esistenze hanno la parvenza di essere “determinate”.
9788875216467




