«Mi trovai davanti un uomo straordinario come il suo libro. Parlò per due ore da medico che sapeva tutto della vita, da uomo di estrema lucidità, disperato e freddo, e tuttavia passionale, cinico ma pietoso». Questo è Louis-Ferdinand Céline secondo Robert Denoël, il giovane editore parigino che, nell’aprile del 1932, si trovò sulla scrivania il dattiloscritto di Viaggio al termine della notte. È una definizione che dice molto dell’autore francese, ma ancor di più del suo libro.
Il Voyage è un capolavoro lucido e disperato. Ambientato nel periodo tra le due guerre, racconta l’odissea di Ferdinand Bardamu, che passa dal macello del primo conflitto mondiale alla farsa del colonialismo al caos disumano delle metropoli americane allo squallore delle periferie parigine. Ad accompagnarlo nel “viaggio” c’è, implacabile, lo spettro della morte. Céline evoca una sensazione di apocalisse incombente, e lo fa con l’ausilio di una lingua vivissima, lontana da ogni accademismo. La sua prosa attinge a piene mani dal parlato, contaminandolo con termini alti. La dislocazione delle parole, le mancate concordanze temporali, l’alternanza di registri che spaziano dal tragico alla farsa: tutto concorre a creare un’atmosfera sospesa, straniante, una sorta di delirio urgente e indomito.

Sì, ma chi è Bardamu? È l’alter ego di Céline (Il Viaggio ha una forte matrice autobiografica), un uomo «malato della voglia di saperne di più», un sopravvissuto, percorso da un’ansia irrefrenabile e da un lucidissimo sconforto. Attraverso i suoi occhi, l’autore scandaglia il proprio tempo e sputa in faccia ai perbenisti e ai borghesi. Il cinismo di Bradamu, la perversione, l’attrazione per ciò che è marcio è corrotto, sono mitigati da lampi di tenerezza: la prostituta Molly, l’unica donna che abbia mai amato (e che l’abbia amato), e il sergente Alcide, che si condanna ad una vita d’inferno nelle colonie africane per mantenere una nipotina di cui non possiede che qualche lettera e un ritratto.
Viaggio al termine della notte è un libro che afferma come la verità del mondo sia la morte, ma che non disprezza la vita. È il capolavoro assoluto di un uomo e di un intellettuale anarchico, che pagherà a caro prezzo il suo amore per la libertà (l’ostracismo, nel secondo dopoguerra, seguito alla pubblicazione di tre libelli antisemiti, in realtà opere letterarie). «L’uomo è nudo, spogliato di tutto, perfino della fede in se stesso. Questo è il mio libro»: una tragicommedia che, ancora oggi, non smette di intonare il suo urlo liberatorio.
9788863801729




